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Giovanni Malagò e Paolo Maldini arrivano per l'assemblea della Lega Serie A a Milano, 23 luglio 2026.
Da tempo, da quando non c’è più una linea di Commissari tecnici federali, cioè da dopo Azeglio Vicini, la nomina del Ct dell’Italia del calcio è una commedia all’italiana, di cui il caso Pirlo, tramontato nella notte tra domenica 26 e lunedì 27 luglio, per ammissione dello stesso Andrea Pirlo via social, per via della “macchia” da testimonial per la più importante agenzia di scommesse russa, è soltanto l’ultimo episodio.


Politicamente sul suo nome contrastato ha pesato di più la Russia tuttora squalificata dalla Fifa dopo l’invasione dell’Ucraina, rispetto all’agenzia di scommesse che pure è un problema in Italia, dove la legge vieta agli sportivi di pubblicizzarle (anche se poi tanti anche ex campioni del mondo lo fanno con uno stratagemma che salva la forma ma non le contraddizioni della sostanza) e rende il ruolo di testimonial del settore incompatibile con gli incarichi federali. Sulla carta, però, per risolvere il nodo formale sarebbe bastato rescindere i contratti, cosa secondo i legali di Pirlo subito fattibile. Più complicata, invece, anche se se n’è parlato meno, la questione d’immagine, per una Federazione che ha visto casi di azzardo patologico proprio in Nazionale, dove i contratti chiusi al volo per l’occasione avrebbero rischiato un po’ l’effetto dei ritocchi del Braghettone sul Giudizio di Michelangelo.
Ma nella sceneggiatura ultimamente ricca di colpi di scena della nomina dei Ct sempre pesa e si sconta (e scontra) in realtà una serie di fattori strutturale che vale più dei pretesti e delle contingenze: l’argomento più pesante è la concorrenza dei club che possono mettere sul piatto ingaggi appetibili (il caso Mancini, “attratto” in corsa dalle sirene danarose dell’Arabia Saudita mentre aveva appena rinnovato una somma di incarichi federali insegna); l’altro è la difficoltà di mettere d’accordo desiderata di componenti diverse: nella querelle in corso si sa che Giovanni Malagò, neo presidente della Figc, ha una preferenza per Roberto Mancini (su cui pure pende quella fuga araba, ricaduta su Spalletti e Gattuso); mentre la Lega calcio che rappresenta i club ha espresso preferenza per Antonio Conte. Malagò avrebbe da regolamento titolo per decidere da solo ma si sa che una scelta sgradita alla Lega potrebbe inasprire l’eterno conflitto tra i cavoli della Nazionale e le capre dei club, ed è recente il ricordo dello stage negato dai club a Gattuso, subentrato in corsissima allo Spalletti silurato, per provare la squadra, prima di buttarsi nella mischia dentro-fuori dei play-off mondiali poi persi con la Bosnia.
Intanto nelle segrete stanze si consuma il braccio di ferro del duo Leonardo-Maldini vs Malagò: la candidatura di Pirlo, su cui Maldini si sarebbe impuntato, sembra diventata politicamente impresentabile e potrebbe non essere del tutto campato in aria neppure il cattivo pensiero secondo cui il caso Russia sarebbe stato la tempesta perfetta utile a mettere da parte un nome sgradito a troppi: un simbolo del bel calcio giocato ma con una carriera da tecnico da consolidare.
Resta da capire che ne sarà dei due direttori tecnici che lo avevano fortemente voluto e se, qualora il dissidio fosse insanabile, ne arriveranno altri o meno. Nel caso si cercherebbe probabilmente un altro volto forte del calcio paragonabile a Maldini: si fa, ma è refolo di corridoio, il nome del meno rigido Giorgio Chiellini.
Nella inelegantissima scelta di rendere pubblico il fatto di aver sondato, prima di Pirlo, Pep Guardiola e Carlo Ancelotti si svela tra le righe il tema più spinoso: prendere la panchina della Nazionale italiana in questo momento comporta il rischio di restare con il cerino: se è vero che il problema riguarda la qualità tecnica dei giocatori e la scarsità di petali della rosa convocabile, questo vuol dire che non basterebbe ingaggiare il miglior tecnico al mondo, né coprirlo d’oro per risolvere magicamente un problema che chiede 10 anni di sguardo lungo e programmazione per essere davvero affrontato. Guardiola sarebbe stato il primo papa straniero, ma il suo gran rifiuto un po’ dà l’idea della percezione internazionale dello stato di salute e del prestigio attuale del calcio italiano.




