Titoli di testa nei telegiornali, articoli corposi anche sui quotidiani più autorevoli e i social che straripano di commenti: la notizia del ritorno a Londra di Harry e Meghan coi due figli, Archie e Lilibet, dopo il contenzioso con la corte e l’“esilio” volontario negli Usa di 6 anni fa, con successiva perdita del titolo e dello status di “Altezze reali”, tiene banco dappertutto.

I Sussex, nonostante la picconante autobiografia di Harry, Spare, best seller internazionale, con gravi accuse di razzismo all’indirizzo della Royal Family, e le piccanti rivelazioni televisive della moglie contro i parenti acquisiti, rientrano in Gran Bretagna, anche se non nella famiglia reale da un punto di vista istituzionale. Non c’è stato alcun comunicato ufficiale di Buckingham Palace sulla loro decisione, né, finora, alcuna conferma pubblica da parte dei due coniugi. Ma si sa già che resteranno nella terra natia di lui per un periodo prolungato e che hanno già iscritto i bambini, di 7 e 5 anni, in due istituti britannici (cominceranno a frequentarli già a settembre) sui quali i tabloid hanno iniziato un “toto-scuola”, essendone ancora ignoti i nomi. Si parla di Beaudesert Park, a Minchinhampton, ambito centro preparatorio, ma anche dell’altrettanto blasonato Cheltenham College, della “Dragon School” di Oxford e così via.

I quattro dovrebbero vivere in una residenza privata fuori dalla capitale, ma non in una proprietà reale, mantenendo sempre anche le dimore negli Stati Uniti e in Portogallo. La ricerca di dettagli, specialmente nelle testate popolari, è affannosa (per non dire morbosa). Si scava un po’ dappertutto: dalle notizie sulla ritrovata “british life”, alle implicazioni recondite di quest’inattesa rentrée.

Ma perché riscuotono tanto interesse le vicende dei Sussex e i loro rapporti, non semplici, con re Carlo III e la consorte Camilla, nonché con l’erede al trono William e la moglie Kate Middleton?

C’è da tenere in conto senz’altro un elemento emotivo comune, quasi da ritorno del figliol prodigo, quell’happy end che piace e commuove, ancor più quando chiama in gioco le dinamiche familiari. C’è, poi, il frame rimasto impresso nell’immaginario collettivo di Harry, appena 12enne, pallido e a testa in giù, che segue col fratello William il feretro della mamma Diana, scomparsa all’improvviso nel tragico incidente nel tunnel parigino dell’Alma il 31 agosto 1997.

Le riprese in mondovisione dei due teenagers orfani li consegnarono per sempre alla tenerezza e all’attenzione dei più. Fu allora che l’indimenticabile regina Elisabetta II, si dice stimolata dall’allora premier Tony Blair, ma anche dal portavoce del governo, Alastair Campbell, decise di uscire dal silenzio e dall’imperscrutabilità, inchinandosi davanti alla bara dell’ex nuora e, poi, esprimendo in un videomessaggio cordoglio per la scomparsa della principessa, di cui riconobbe i meriti.

In più, Harry, col suo essere cadetto, ossia non destinato al trono rispetto al fratello maggiore, e coi problemi d’irrequietezza che l’hanno accompagnato fino a poco prima di conoscere Meghan (travestimento nazi per una festa in maschera, serate ad alto tasso alcolemico e così via), ha sempre dato la sensazione che, fra i due, fosse il più vulnerabile, il più colpito da quel lutto precoce. Anche per via dei pesanti sospetti sulla paternità di Carlo, con una serie di torbidi gossip, fugati solo di recente, sul fatto che sarebbe nato dall’amore di Diana con l’ufficiale di cavalleria James Hewitt.

Ma il collante che spiega la grande curiosità sulla Royal Family è il processo innescatosi proprio con l’approdo al suo interno di Diana Spencer. Fino a quel momento, i Windsor avevano preservato la regola del «never explain, never complain» (mai spiegare, mai lamentarsi), ossia riserbo più totale sulle vicende private. Ma Lady D. – e fu una bomba – mise in pubblico i suoi disastri coniugali e Carlo replicò. Si temette, dopo il Camillagate e lo Squidgygate (rispettivamente le telefonate piccanti, intercettate e pubblicate, dell’attuale re con l’allora amante e quelle di Diana con James Gilbey) per la sopravvivenza stessa della Corona. Quando il figlio e la Spencer, dopo una sequela di scandali, si separarono – e a breve distanza da Andrew e Sarah Ferguson –, la regina Elisabetta disse che era il suo annus horribilis. Invece, paradossalmente, il ciclone mediatico ha prodotto una sorta di avvicinamento emotivo ai regnanti.

Le loro vicende sono ormai vissute come una soap opera, poiché tanti si riconoscono in certe situazioni: non solo tradimenti coniugali, anche dissidi e dissapori tra parenti, gelosie tra cognate, rapporti tesi con le matrigne e così via.

È avvenuta una sorta di “umanizzazione” della casa reale, non più vissuta come algida, quasi sacrale e, comunque, irraggiungibile. È come se il fatto di scoprire che anche i ricchi, potenti e blasonati, soffrono, li abbia resi più “simpatici”. Per questo tanti non vogliono perdere neppure una puntata. E per la stessa ragione, in un’epoca in cui audience e followers la fanno da padrona, si abbonda in resoconti super dettagliati sui Windsor.

C’è da dire che anche Buckingham Palace ha preso atto di questa forza mediatica, che, se ben orchestrata, può giovare al futuro della monarchia. Se n’è avuto un esempio eclatante nelle recenti gravi malattie che hanno colpito in contemporanea tanto re Carlo III, tanto la nuora Kate. Entrambi ne hanno parlato ai sudditi. Lei con particolare schiettezza, alludendo alla forza tratta dalla preghiera e dal sostegno dei suoi cari, ma anche alle fragilità quotidiane che ha dovuto affrontare. Mai in passato sovrani o principi di Casa Windsor avevano resi noti i loro problemi di salute. E la scelta sembra aver rinforzato il legame coi sudditi.

Analisi mediatiche a parte, una riconciliazione familiare è sempre un fatto positivo, purché non si tratti di un’altra strategia… Per saperlo, dovremmo attendere le prossime, immancabili puntate.