I quattro ragazzini che hanno commesso l’enormità di rubare un’auto e guidarla fino a perderne il controllo, travolgendo e uccidendo una donna che passava sul marciapiede del quartiere Gratosoglio a sud di Milano, hanno meno di 14 anni, l’età minima per essere considerati responsabili delle proprie azioni. Ma non saranno riaffidati alle famiglie. Per loro è stato conavalidato il collocamento in comunità dal Tribunale per minoreni che ha disposto anche il divieto di espatrio.

Le forze dell’ordine dopo aver ricostruito l’omicidio stradale, ammesso dal 13enne alla guida, hanno con discrezione tenuto d’occhio le famiglie, e quando ne hanno intercettato la fuga dal campo rom in cui abitavano rapidamente svuotato, hanno applicato la norma amministrativa che consente di collocare i ragazzi in comunità sottraendoli alle famiglie, tre su quattro sono stati rintracciati. Quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o si trova esposto, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per la sua incolumità psicofisica, infatti la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, può collocarlo a sua tutela in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione. è quello che sta accadendo ai ragazzini del Gratosoglio per i quali l'autorità giudiziaria ha appena convalidato il provvedimento.

Ciro Cascone è un magistrato di lungo corso, prima di andare in Corte d’Appello a Bologna è stato per vent’anni alla Procura per Minorenni di Milano che ha anche guidato a lungo come ultimo incarico milanese, conosce bene il contesto della città e il terreno di coltura dei ragazzi che vi commettono reati.

Dottor Cascone, la prima cosa che un lettore si chiede, davanti ai quattro ragazzini del Gratosoglio che si stavano dileguando con le famiglie, è: non potevano essere fermati subito, quando si è capito che erano loro alla guida dell’auto che ha causato l’incidente mortale?

«La prima cosa da dire è che chiaramente questi ragazzi non sono imputabili, non avendo compiuto i 14 anni e quindi non possono essere sottoposti ad alcun provvedimento anche penale, cautelare. Restano gli strumenti civili: si può ricorrere a un procedimento rieducativo amministrativo che è previsto tra l'altro proprio per i non imputabili che commettono reato e che consente anche l'allontanamento dalla famiglia e il collocamento in una comunità. Un atto che non compete all’autorità giudiziaria ma che possono fare i servizi sociali, il Comune, i Carabinieri all’occorrenza».

Non si poteva fare subito, dato il contesto di degrado emerso?

«Il problema è che nel rendere questo strumento, regolato dall'articolo 403 del Codice civile, modificato lo scorso anno, meno generico e più garantista, lo si è reso anche più rigido e farraginoso, con una procedura più complessa, meno adatta a rispondere alle emergenze limite come quella di cui parliamo. Il rischio collaterale è che questa rigidità finisca per tutelare più gli adulti, i genitori, che i bambini. Dopo il caso Bibiano poi c’è più timore ad assumersi la responsabilità di allontanare un bambino».

Questi sono i casi in cui si riaffaccia la proposta di abbassare l’età imputabile…

«Attenzione all’emotività del momento: l’imputabilità a 14 anni è un baluardo di civiltà, che per altro risale in Italia al 1930, al Codice Rocco non sospettabile di essere un codice "buonista". Ogni tanto sento dire "ma i ragazzi oggi sono più avanti". Attenzione: essere più spregiudicati non vuol dire essere più maturi o avere più capacità di intendere e di volere quando si agisce. Non è che se abbassi l’età imputabile improvvisamente risolvi il problema dei ragazzi che commettono reati, oggi dopo il decreto Caivano anche le carceri minorli scoppiano, e il contesto carcerario spesso rischia di diventare una scuola criminale. Semmai in casi come quello di cui parliamo, anche quando hanno più di 14 anni, avremmo bisogno di comunità un poco più contenitive, in condizioni di prevenire le fughe che spesso vanificano il lavoro di recupero educativo. Non dimentichiamo che sotto i 14 anni parliamo di una percentuale minima di reati commessi, inferiore a quella di tanti Paesi avanzati».

Qualcuno si chiede: quando sono così piccoli, come e quanto la responsabilità può ricadere sui genitori?

«Sicuramente c'è la responsabilità civile del genitore chiamato a risarcire i danni creati dai figli minori, ci potrebbe essere anche una responsabilità penale quando il genitore potrebbe impedire il reato del figlio minore e non lo fa, l’appiglio normativo c’è ma non è proprio chiarissimo. Diverso il caso in cui il reato sia commesso in concorso o su istigazione del genitore, in quel caso c’è, chiara, la responsabilità penale del genitore. Quando riesci a provare questo l’adulto penalmente ne risponde, poi a volte ci si scontra con l’aspetto pratico di dimostrare che il genitore o l'adulto in qualche modo ha condizionato o determinato il minore a commettere quel reato».

Quando come in questo caso il contesto è rom, la prima reazione è sempre: sgomberiamo i campi. «Facciamo un altro ragionamento ipotetico, in un quartiere già in difficoltà, arriva questo gruppo di nomadi che si insedia là, quei bambini nessuno li andrà mai a guardare finché non combinano quello che hanno combinato, ma perché? Perché quelli magari sono il centesimo problema, abbiamo gli altri 99 che non vengono visti. Io vorrei capire in quel quartiere quanti bambini che meriterebbero un aiuto, un'opportunità, una chance, non vengono seguiti perché non ce la facciamo, perché non riusciamo, perché i servizi non hanno le risorse, non hanno i soldi e Milano è un comune che ha investito negli anni e spende. Attenzione, non voglio essere frainteso: Milano ci ha messo tanto e ci mette tanto e non ce la fa, figuriamoci gli altri che hanno investito meno. Ora il caso ha voluto che questo evento così tragico si sia verificato a Milano, però dovremmo interrogarci non tanto su come eliminare i campi perché se li spostiamo e li mettiamo da un'altra parte spostiamo solo  il problema, ma su cosa fare per questi bambini che vanno, come dire, sottratti a un destino che li accompagna verso una strada di devianza anche adulta se non interveniamo, perché ce li siamo trovati alla guida di quell'auto ma fra due o tre anni li ritroveremo a commettere qualche altra cosa se non interveniamo».

Subentra a volte una sorta di rassegnazione sociale: «Tanto non ce la facciamo, è una goccia nel mare». E intanto ci si sente insicuri soprattutto tra poveri.

«Il problema è che le politiche sociali per prevenire i reati dei ragazzi vanno costruite con il tempo, poi ti sfuggirà sempre qualcuno però tu devi cercare di  buttare la rete e pigliarne il più possibile per accompagnarli verso luoghi di sicurezza per tutti, questo è il vero tema che dobbiamo affrontare. Davanti a un evento così grave l’emotività non ci aiuta quindi lasciamola ai social. Però se ci vogliamo interrogare seriamente dobbiamo dire che servono investimenti seri perché prima o poi il disagio che matura sotto la cenere emerge: lo vediamo con i minori non accompagnati, abbiamo parlato delle difficoltà dell'accoglienza, delle strutture che non bastano, ma poi abbiamo messo da parte e il problema è ancora lì. Ma l’esperienza mi dice che fare le cose non è inutile: vent'anni fa al carcere minorile Beccaria di Milano avevamo un sacco di ragazzi rom, oggi c'è qualcuno, ma molti meno di allora. Questo significa che su quel fronta qualcosa è stato fatto, che un po’ di prevenzione ha funzionato».

Si parla spesso di mancanza di strutture, è un problema?

«Sì, quando stavo a Milano, ed è così anche oggi, aspettavamo mesi per avere la comunità per un ragazzo in misura cautelare, cioè in misura penale. Figura per quelli per i quali bisogna prevenire. Si parla di case famiglia, ma ne servirebbero molte di più».