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Un tennista sorridente dichiara di sentirsi soddisfatto di aver giocato la finale che poi ha perso. La sua vita è un percorso, quella sconfitta è una tappa. Ci saranno altri traguardi. Il futuro è lì che lo attende. Una nazionale vince un campionato europeo in uno stadio che trasforma il tifo in dileggio. Tutti i giocatori testimoniano di aver vissuto un’impresa che sembrava impossibile, testimoniando il vero spirito di squadra: tutti per uno, uno per tutti. E poi c’è quella foto che ferma l’immagine dell’abbraccio tra Vialli e Mancini: quelle braccia raccontano cos’è lo sport più di un milione di parole. E un’intera nazione si sente stretta dentro quell’abbraccio e rispecchiata da quell’immagine.
Infine ci sono loro: gli sconfitti. Giocatori blasonati che si levano dal collo la medaglia del secondo classificato in segno di disprezzo della sconfitta appena subita. Nulla come lo sport racconta la vita: non sempre si può vincere. Ma c’è chi della propria sconfitta fa un’occasione per diventare migliore. E chi invece trasforma la propria sconfitta in un gesto che tradisce il senso vero dello sport. Lo sport è una palestra di vita. Aiuta a diventare migliori e permette di confrontarsi con i propri limiti. Che ci raccontano che non si può vincere sempre. E che a volte si perde semplicemente perché il nostro avversario è più bravo di noi.
I veri campioni sono quelli che sanno perdere. Non quelli che pensano di dover vincere sempre. I veri campioni, quando vincono benedicono la vittoria e rispettano l’avversario sconfitto. E soprattutto non smettono mai di benedire il privilegio che la vita ha dato loro, permettendogli di poter competere ad altissimi livelli. A quelle altezze bisognerebbe comportarsi in modo regale. Altrimenti si è come un trampoliere: altissimo. Ma solo per finta.





