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Più fantasia che realtà. È questo il succo che si ricava leggendo la ricca e lucida recensione della quarta serie di Mare Fuori, pubblicata sul sito di Questione giustizia da Ennio Tomaselli, già procuratore per Minorenni a Torino. Data per assodata la bravura degli interpreti, l’ex magistrato che con i minorenni autori di reato ha lavorato a lungo, mette in discussione soprattutto l’asserito realismo della serie, in cui si raffigura la sanzione penale tutta incentrata sul carcere dando per scontato che lì vada a finire l'esito di qualunque reato grave, senza modulazione e gradualità di strumenti, dai domiciliari, alla messa alla prova, al collocamento in comunità, che sono la quotidianità della giustizia minorile in Italia.
Mentre nella serie: «Nella pressoché totale assenza ˗ una costante della serie ˗ di riferimenti a procedure, istituti e strumenti della cognizione, dell’esecuzione e della sorveglianza nonché a giudici e avvocati (tranne un unico legale: colluso, doppiogiochista e destinato a sparire malamente dalla scena), tutto è stato costruito perché ci fosse un unico polo d’attrazione e un unico grande contenitore, il carcere».
Uno «strano carcere», per altro lontano dall'ultima spiaggia che rappresenta nella realtà della giustizia minorile, in cui «paradossalmente, non si parla pressoché mai di scadenza delle misure cautelari e di fine pena, così come di progetti per il dopo almeno auspicabilmente strutturati e condivisi con il territorio», una rappresentazione che corrisponde poco al mondo reale: a cominciare dalla presenza del tutto sproporzionata rispetto alla realtà del carcere minorile in cui la popolazione femminile è larghissimamente inferiore rispetto a quella maschile.
Tomaselli fa notare che nel carcere di Mare Fuori, nel quale le figure istituzionali non sono all’altezza del ruolo e della funzione, non si rispettano né le procedure né la sostanza e quello che si scambia per realismo è nei fatti una rappresentazione largamente fantasiosa, in cui spicca una promiscuità del tutto inverosimile nel mondo reale in cui molti istituti penali minorili – dove i problemi ci sono ma sono diversi da quelli della serie - sono solo maschili o solo femminili e dove nel caso siano misti prevedono comunque sezioni separate: «Ovunque nel carcere (di Mare fuori ndr.), comprese la cappella e una terrazza (da cui una giovane si tufferà in mare…), ragazzi e ragazze si muovono, si incontrano/scontrano e si scambiano di tutto come a casa loro, in strada o in una comunità per adolescenti fuori controllo da parte degli educatori».
Da un altro equivoco mette in guardia l’ex magistrato, nella sua articolata analisi: è l’idea che dalla serie indirettamente si ricava di un carcere che si immagina “salvifico” in sé, indipendentemente da quello che vi si fa per rieducare in concreto. Ma chi si occupa di giustizia sa che le cose nel mondo reale non funzionano in questo modo: non basta rinchiudere per rieducare. Anzi, esiste persino il rischio dell’effetto contrario.




