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È accorato lo sfogo dell’avvocato mamma di Milano, Monica Bonessa, 35 anni, che incinta all’ottavo mese della sua terza figlia ha chiesto il rinvio di un’udienza per maternità a rischio di parto prematuro, ma il «legittimo impedimento» le è stato rifiutato. La donna affida la sua rabbia e il suo appello a un post su MaMi la pagina Facebook dove le mamme della metropoli si scambiano consigli e ascolto.
«Non condivido mai i fatti miei personali, ma, anche all'esito di quello che mi hanno scritto altre mamme, ritengo doveroso farlo. Chiunque, mamma e papà, abbia subito in Tribunale lo stesso trattamento, mi scriva. Sono un avvocato di 35 anni. Sono alla terza gravidanza. Come tante mamme, per diventare una professionista autonoma e soddisfatta, ho sostenuto molti sacrifici, personali ed economici. E li faccio ogni giorno per tenere tutto in equilibrio. Ma, ho sempre creduto di esser nata in un'epoca felice, per certi aspetti. Invece, nei giorni scorsi mi sono ritrovata a dover lottare, letteralmente, per la tutela della salute di mia figlia e mia, oltre che per il mio diritto al lavoro.
Nonostante sia all'ottavo mese, con certificato di rischio parto prematuro e, dunque, prescrizione al riposo assoluto, in un caso mi è stato negato il rinvio di udienza (con preavviso di meno di 24 ore, immaginate la facilità di organizzarsi) e in un altro si è permesso alla parte avversaria di opporsi. In altre parole, si è cercato di costringermi ad andare in udienza o di pagare qualcuno che lo facesse per me. A discapito della volontà del cliente, peraltro.
Prima mi sono sentita in colpa.
In colpa per dover chiedere due rinvii (e badate, ho 15 udienze fissate da qui a fine luglio, solo per queste ho chiesto rinvio perché molto delicate). In colpa per essere incinta. In colpa per non aver dato priorità al lavoro, invece che alla famiglia. Poi, mi sono incavolata.
Perché mi sentivo in colpa, perché si mettevano non so bene quali questioni avanti alla salute della mia bambina e mia, perché un collega si permetteva di opporsi, perché tutto era sbagliato.
Ho scritto al Comitato Pari Opportunià dell'Ordine avvocati.
Ho poi scritto al Presidente del Tribunale di Milano, alla Presidente di Sezione e alla Presidente della Corte D'Appello di Milano, rivendicando e chiedendo umanità.
Questo storia infatti, dimostra che non si tratta di Pari Opportunità ma di umanità.
Ma che società è? Ma come è possibile una cosa del genere?
Ma perché lo accettiamo?
Ho scoperto che esiste una norma (art. 1 c. 465 e 466 L. 27 dicembre 2017, n. 205) a tutela delle mamme e dei papà avvocati.
Ma nessuno la conosce. E allora, questa mia lunga lettera per dirvi che esiste!
Si può e va rivendicata la sua applicazione. Come in ogni altro ambito lavorativo, va richiesto il rispetto della nostra umanità.
Mamme e papà. Con rispetto dei ruoli, nelle forme corrette, ma con assoluta determinazione.
Io ho avuto paura, all'inizio, di dover pagare in futuro per questa mia iniziativa, ma, come ho scritto agli organi cui mi sono rivolta, non potevo star zitta pensando sia capitato e capiti ad altri.
Fate girare la norma, e fate valere i vostri diritti.
Alzate la testa, battetevi, una società migliore è possibile se ognuno di noi fa un pezzettino».
Tempestivo il commento del Forum delle Famiglie. «Non è possibile, per non perdere il proprio lavoro, dover rischiare la salute del bimbo che si porta in grembo e la propria» il commento di Emma Ciccarelli, vicepresidente del Forum. «Quanto emerso dal caso milanese è purtroppo vero. È un problema culturale: diventare mamma non è più percepito come valore sociale, ma ridotto al rango di bene individuale. È una sconfitta della società, ma anche un arresto nel processo di valorizzazione della dignità della donna. Saremo a fianco a Monica per aiutarla a sostenere i suoi diritti».
«La passione per il proprio lavoro per una donna» sottolinea Maria Grazia Colombo, altra vicepresidente del Forum Famiglie «non può e non deve essere d’impedimento a fare figli. Anche perché in tutti gli altri Paesi europei la gravidanza non è alternativa al lavoro femminile. Al contrario, l’aumento dell’occupazione femminile coincide con l’aumento della natalità. La maternità è una funzione sociale: in quanto tale dev’essere riconosciuta sia per il lavoro dipendente che per l’autonomo. La libera scelta della donna di fare carriera dev’essere realmente libera. Altrimenti impoverisce tutta la società».




