La notizia è arrivata da Tripoli e ha immediatamente infiammato Roma. La procura generale libica ha disposto l’arresto del generale Almasri, ex responsabile della sicurezza carceraria della capitale, accusato di torture sui detenuti e della morte di uno di loro. A renderlo noto è l’emittente Libya24, mentre Al Ahrar ha precisato che la misura è stata ordinata dal procuratore generale Sadiq al Sour dopo un’indagine interna sulla Fondazione per la riforma e la riabilitazione, una struttura penitenziaria di Tripoli in cui sarebbero state documentate violenze su almeno dieci prigionieri.

Le prove raccolte – scrive la stampa libica – sarebbero state sufficienti a giustificare l’arresto. Almasri, aggiunge la televisione, «è ora in detenzione preventiva».

Dall’Italia alla Libia: un ritorno che fa discutere

Il nome di Almasri non è nuovo alle cronache italiane. Il generale era stato arrestato nel nostro Paese su mandato della Corte penale internazionale dell’Aia, che lo accusava di gravi violazioni dei diritti umani, inclusi stupri e torture. Ma la vicenda aveva preso una piega controversa: il governo italiano ne aveva disposto la liberazione e l’espulsione, permettendogli di rientrare in Libia a bordo di un volo di Stato.

Un gesto che allora aveva sollevato critiche da più parti, ma che oggi, alla luce dell’arresto da parte della magistratura libica, assume i contorni di un vero e proprio caso politico.

Le reazioni in Italia: «Una pagina vergognosa»

La notizia ha provocato un’ondata di indignazione nelle opposizioni. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte parla apertamente di «umiliazione» per il governo Meloni: «Alla fine Almasri, un torturatore con accuse anche per stupri su bambini, è stato arrestato in Libia. Invece la nostra premier e i nostri ministri lo hanno fatto rientrare a casa con voli di Stato, calpestando il diritto internazionale e la Corte penale internazionale, il cui Statuto è stato firmato a Roma. Non è questa l’Italia».

Sulla stessa linea la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che chiede un’informativa urgente in Parlamento: «Evidentemente per la procura libica il diritto internazionale non vale “solo fino a un certo punto”, come per il governo italiano. Questa è una figura vergognosa a livello internazionale, per la quale il governo deve chiedere scusa agli italiani».

Anche Matteo Renzi, leader di Italia Viva, punta il dito contro Palazzo Chigi: «La giustizia libica ha arrestato il generale Almasri per torture sui detenuti. Anche la polizia italiana lo aveva fatto, per lo stesso reato, quasi un anno fa. Ma Giorgia Meloni e Carlo Nordio hanno scelto di liberarlo e gli hanno pagato un volo di Stato, scrivendo una pagina vergognosa nella storia delle Istituzioni del nostro Paese».

Il segretario di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni rincara la dose su X: «Per torture e abusi ordinato l’arresto di Almasri a Tripoli. Quello che Nordio, Piantedosi e Mantovano hanno impedito a gennaio, ora accade in Libia. Un po’ di vergogna a Palazzo Chigi, no eh?».

Il silenzio della Farnesina

Interpellato alla Camera, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha tagliato corto: «Non me ne sto occupando». Una risposta che non ha contribuito a placare le polemiche.

Il caso Almasri, con i suoi risvolti giudiziari e diplomatici, torna così a pesare sulle relazioni tra Roma e Tripoli e a interpellare la coscienza civile di un Paese che, in passato, aveva contribuito alla stesura dello Statuto della Corte penale internazionale.
Oggi quella stessa Italia è accusata di aver chiuso gli occhi davanti a un torturatore.