Giovedì sera, per l'ultima volta, le luci si accenderanno sull'Ed Sullivan Theater di Broadway, a Manhattan. Stephen Colbert saluterà il pubblico, probabilmente con quella sua ironia tagliente che negli ultimi undici anni ha fatto la fortuna del Late Show with Stephen Colbert e la disperazione di Donald Trump. Poi il sipario calerà su uno dei programmi più longevi e significativi della storia della televisione americana. Ufficialmente per ragioni economiche. In realtà, per qualcosa di molto più difficile da ammettere ad alta voce.

epa12245877 The Ed Sullivan Theater where The Late Show with host Stephen Colbert is made in New York, New York, USA, 18 July 2025. Colbert announced the show's cancelation on 17 July 2025, and that it will run until May 2026. EPA/SARAH YENESEL
epa12245877 The Ed Sullivan Theater where The Late Show with host Stephen Colbert is made in New York, New York, USA, 18 July 2025. Colbert announced the show's cancelation on 17 July 2025, and that it will run until May 2026. EPA/SARAH YENESEL
L'Ed Sullivan Theater di New York, New York, USA (EPA)

La CBS aveva annunciato la chiusura del Late Show la scorsa estate con un comunicato che parlava di conti in rosso e mutato panorama mediatico. Nessuno ci ha creduto davvero. Il programma era, nonostante tutto, il più seguito nel suo genere: una anomalia rispetto alla crisi strutturale dei late night show americani, stretti da anni tra l'emorragia del pubblico giovane verso le piattaforme streaming e una polarizzazione politica sempre più difficile da cavalcare senza perdere pezzi. Colbert quella crisi l'aveva quasi ribaltata, trasformando la satira anti-Trump nel carburante di un programma che resisteva là dove gli altri cedevano. Il che rende la sua cancellazione ancora più eloquente di qualsiasi dichiarazione ufficiale.

Pochi giorni prima dell'annuncio della chiusura, nell'estate del 2025, Paramount, la grande società di produzione che controlla la CBS, aveva siglato un accordo con Trump da sedici milioni di dollari per chiudere una causa intentata dal presidente contro 60 Minutes, il decano del giornalismo televisivo americano. L'accusa era grottesca quanto pretestuosa: Trump sosteneva che l'emittente avesse manipolato un'intervista con Kamala Harris durante la campagna presidenziale del 2024 per favorirla. CBS aveva semplicemente mandato in onda due spezzoni della stessa intervista in momenti diversi, senza alterare una sola parola. La maggior parte degli esperti legali era concorde: Paramount avrebbe vinto quella causa senza sborsare un centesimo. Eppure ha pagato. Il motivo era semplice e brutale: la fusione con Skydance, da 8,4 miliardi di dollari, richiedeva il via libera delle autorità federali di regolamentazione, e nessun grande gruppo mediatico americano, nell'America di Trump del secondo mandato, può permettersi il lusso di essere un nemico dichiarato della Casa Bianca quando aspetta l'approvazione del governo.

Quei sedici milioni non erano un risarcimento. Erano un dazio. Il prezzo della resa.

La chiusura del Late Show va letta come il capitolo successivo della stessa storia. Con la fusione in corso, Paramount aveva già provveduto a nominare Bari Weiss, ex editorialista del New York Times, nota per le sue posizioni apertamente conservatrici e la sua avversione al cosiddetto "pensiero woke", alla guida di CBS News, la struttura giornalistica del network. Weiss non aveva alcuna esperienza nella direzione di una grande struttura editoriale televisiva, ma aveva evidentemente altre qualità: la capacità di rassicurare chi occupa la Casa Bianca. Nella sua ultima puntata, Colbert non ha perso l'occasione di prendere in giro sia la Weiss sia il nuovo conduttore da lei scelto, Tony Dokoupil, rimasto a terra durante la visita di Trump in Cina perché non era riuscito a ottenere il visto in tempo, e che la rete aveva coperto da Taiwan, come fosse normale.

Non era normale. Non lo era affatto.

La storia di un grande show

Per capire cosa si perde giovedì sera, bisogna tornare indietro. Il Late Show non è soltanto un programma televisivo: è una istituzione della cultura popolare americana che ha attraversato cinquant'anni di storia, plasmando il modo in cui un paese intero elabora, ride e riflette su sé stesso.

Tutto comincia con David Letterman, figlio di un fiorista dell'Indiana con un talento precoce per il nonsense e una diffidenza viscerale verso il conformismo televisivo. Dopo aver affinato le sue qualità come comico di stand-up e autore, Letterman si era fatto notare come ospite fisso del Tonight Show di Johnny Carson, il grande patriarca dei late night americani. Nel 1982, la NBC gli aveva affidato uno spazio in seconda serata, il Late Night with David Letterman, trasmesso all'una di notte dopo il programma di Carson. Un orario da catacombe, ma Letterman lo aveva trasformato in qualcosa di straordinario.

Il suo talento non stava nell'intervistare i famosi con deferenza, come era tradizione del genere. Stava nel rovesciare quella deferenza, nell'introdurre un umorismo surreale e metanarrativo che prendeva in giro la televisione stessa, i suoi meccanismi, le sue retoriche. Le conversazioni con i tecnici del set diventavano sketch improvvisati; la rottura della quarta parete era uno strumento sistematico, non uno sgarro occasionale; gli ospiti erano coinvolti in situazioni volutamente assurde. Con Andy Kaufman, il genio comico scomparso nel 1984, che da tempo aveva preso l'abitudine di inscenare risse con wrestler per confondere il pubblico, aveva messo in scena un alterco con Jerry "The King" Lawler che è rimasto nella storia della televisione americana. Con Bill Murray. forse il personaggio più emblematicamente associato al Late Show, il rapporto era quello di due amici che si inventano ogni volta una nuova follia: Murray apparve nella puntata d'esordio del 1982 su NBC e in quella, dieci anni dopo, su CBS; nel 2015, nell'ultima condotta da Letterman, uscì da una torta a cinque piani.

Nel 1992 la NBC scelse Jay Leno per succedere a Carson nella fascia delle 23:30, quella che Letterman ambiva da anni. Lui si prese un anno sabbatico, poi passò alla CBS, dove il 30 agosto 1993 debuttò il Late Show with David Letterman. Ci rimase trent'anni, trasformandolo nel programma di riferimento del genere: Barack Obama e Paul McCartney, Madonna e Robin Williams, Larry Bird e Joaquin Phoenix — chiunque contasse qualcosa in America finiva prima o poi su quella poltrona di fronte al conduttore dell'Indiana con la giacca blu e il sorriso sghembo.

Nel 2015, a quasi settant'anni, Letterman lasciò. Ufficialmente disse di sentirsi «fuori posto», ma il suo astio con la CBS era evidente, e in seguito avrebbe criticato apertamente l'emittente per non averlo consultato nella scelta del successore. La CBS scelse Stephen Colbert, che nei nove anni precedenti aveva costruito la sua fama al Colbert Reportinterpretando la parodia di un conduttore conservatore — un personaggio di finzione che finiva sempre più spesso per somigliare a figure realmente esistenti.

Con Colbert, il Late Show cambia pelle. La satira politica, che con Letterman era presente ma non dominante, diventa il cuore del programma. Non per caso: la conduzione di Colbert coincide quasi esattamente con l'ascesa di Trump, prima alla candidatura, poi alla presidenza. Colbert ne fa il bersaglio principale, con una ferocia e una continuità che non hanno precedenti nel genere. È efficace, brillante, coraggioso. È anche, alla fine, la ragione per cui il programma verrà chiuso.

President Barack Obama with host David Letterman talk during a break at a taping of CBS' The Late Show with David Letterman at the Ed Sullivan Theater in New York, Monday, May 4, 2015. Obama traveled to New York to announced the creation of an independent nonprofit organization that is a spinoff his \\\"My Brother's Keeper\\\" program, to tape a segment on Letterman's show and to do fundraising for the Democratic party. (ANSA/AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)
President Barack Obama with host David Letterman talk during a break at a taping of CBS' The Late Show with David Letterman at the Ed Sullivan Theater in New York, Monday, May 4, 2015. Obama traveled to New York to announced the creation of an independent nonprofit organization that is a spinoff his \\\"My Brother's Keeper\\\" program, to tape a segment on Letterman's show and to do fundraising for the Democratic party. (ANSA/AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)
Letterman con Obama (AP)

La guerra alle televisioni

La guerra di Trump ai media americani non è una novità del secondo mandato. Comincia nel 2017, quasi subito dopo l'insediamento, con una sequenza ossessiva di attacchi su Twitter (oggi Truth) alle grandi reti televisive: CNN, ABC, NBC, CBS sono «fake news», i loro giornalisti sono «nemici del popolo». Il bersaglio specifico dei late night è Colbert, che nel 2017 aveva scherzato su un'ipotetica relazione tra Trump e Vladimir Putin. Il presidente lo attacca in un'intervista al Time con una sintesi che dice tutto sulla sua incapacità di sopportare la satira: «Vedi un tipo senza talento come Colbert. Non c'è niente di divertente in quello che dice. E quello che dice è volgare. Ci sono bambini che lo guardano. E questo non fa altro che aumentare la mia popolarità».

Nel secondo mandato, però, le parole cedono il posto agli strumenti del potere esecutivo. La Federal Communications Commission, guidata da Brendan Carr, un fedelissimo di Trump, comincia a mettere in discussione le licenze delle affiliate televisive che trasmettono programmi sgraditi alla Casa Bianca. Le cause legali si moltiplicano: oltre a quella contro CBS per l'intervista a Harris, Trump fa causa al New York Times per quindici miliardi di dollari accusandolo di essere «un portavoce del Partito Democratico», e al Wall Street Journal per dieci miliardi. Secondo gli esperti legali, nessuna di queste cause ha basi solide, la Costituzione americana garantisce protezioni eccezionali alla libertà di stampa, ma la loro funzione non è vincere in tribunale. È intimidire.

Jimmy Kimmel viene sospeso dall'ABC dopo che il presidente della FCC mette in discussione le licenze delle affiliate che trasmettono il suo programma: i grandi gruppi Nexstar e Sinclair comunicano che avrebbero smesso di trasmetterlo, inducendo la rete a congelare il programma. Colbert commenta: «Oggi siamo tutti Jimmy Kimmel. È una palese censura. Con un autocrate, non puoi cedere di un millimetro».

Pochi mesi dopo, anche lui viene cancellato.

Alcuni osservatori sospettano che lo stop al programma sia un "dazio" pagato in vista della fusione Paramount-Skydance, analogamente ai sedici milioni versati a Trump per la causa su 60 Minutes. Il meccanismo è lo stesso in tutti i casi: le grandi corporations mediatiche, tutte in attesa di autorizzazioni regolatorie, di fusioni, di rinnovi di licenze, scelgono di non rischiare. Preferiscono pagare, silenziare, adeguarsi. Dopo l'arrivo di una nuova dirigenza, CBS News ha iniziato a modificare i tagli delle sue notizie, rendendoli più favorevoli alle politiche della Casa Bianca. Non c'è bisogno di censura formale. Basta la paura.

Stephen Colbert

Il silenzio intorno al silenzio

C'è qualcosa di particolarmente inquietante nel fatto che tutto questo accada in un contesto in cui le notizie che avrebbero più bisogno di essere raccontate vengono invece sistematicamente rimosse dall'agenda. Mentre i late show vengono cancellati e le reti si affrettano a ricomporre i conti con la Casa Bianca, l'ICE, l'agenzia federale per il controllo dell'immigrazione, conduce operazioni di deportazione di massa che non hanno precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti. Famiglie separate, persone fermate per strada senza ordine del giudice, cittadini deportati in paesi che non conoscono. Il tutto con una copertura mediatica inversamente proporzionale alla sua gravità.

Sul piano internazionale, la situazione non è meno urgente: il Medio Oriente continua a bruciare, con Gaza ridotta a macerie e una crisi umanitaria che i rapporti delle organizzazioni internazionali descrivono in termini che non lasciano spazio a interpretazioni. Il Venezuela è scivolato in un ulteriore collasso, con decine di migliaia di persone che fuggono ogni settimana. In entrambi i casi, la copertura delle grandi reti americane è diventata sempre più cauta, sempre più attenta a non irritare un'amministrazione che ha dimostrato di saper usare la regolamentazione come un'arma.

In questo contesto, perdere il Late Show significa perdere molto più di un programma di intrattenimento. Significa perdere uno degli ultimi spazi in cui la satira politica poteva essere esercitata ogni sera, davanti a milioni di spettatori, senza filtri e senza autocensura. Letterman aveva costruito quello spazio in trent'anni di lavoro. Colbert lo aveva trasformato in un avamposto di resistenza culturale. Giovedì sera, quell'avamposto chiude.

Nella puntata della settimana scorsa, Letterman era tornato in studio per l'ultima volta come ospite del suo successore. Insieme avevano fatto smontare la scenografia, erano saliti sul tetto dell'Ed Sullivan Theater e avevano scaraventato poltrone e angurie contro un logo della CBS posizionato sul marciapiede sottostante. Alla fine Letterman aveva salutato storpiando il celebre congedo del grande anchorman CBS Edward R. Murrow: «Buonanotte e buona fortuna, figli di p*ttana».

Era satira. Era protesta. Era, soprattutto, un addio.

«Buonanotte e buona fortuna», avrebbe detto Murrow, senza aggiungere altro. Ne aveva abbastanza anche così.