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Alberto Fortis durante la prima puntata della trasmissione televisiva 'I migliori anni' in onda su Rai 1, Roma, 28 aprile 2023. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI


Esponente fra i più prestigiosi del cantautorato italiano, Alberto Fortis, quasi 71enne, non si è mai seduto sugli allori e ha tessuto la sua carriera sulla sperimentazione artistica. Debutta nel 1979 con l’album Alberto Fortis che ottiene subito un grande successo. Canzoni come La sedia di lillà, Il Duomo di notte, Milano e Vincenzo, Settembre e La neña del Salvador lo fanno entrare nel cuore di un pubblico eterogeneo che affolla i suoi concerti ancora oggi.
Da sempre attento alle problematiche sociali e umanitarie, Alberto è ambasciatore dell’UNICEF, testimonial di AISM (Associazione Italiana contro la Sclerosi Multipla) e di City Angels (Associazione di volontariato sociale). A fine anno uscirà l’aggiornamento della sua biografia pubblicata vent’anni fa, arricchita dalle sue nuove e numerose esperienze di vita.


Il cantautore è cresciuto a Domodossola, in Piemonte: dal padre Giulio ha preso la curiosità scientifica e dalla mamma Anna un romantico ideale di fede, come l’amore per le feste comandate in famiglia; ma è stato il prestigioso collegio Rosmini della sua città ad avergli dato un imprinting religioso e caratteriale, come ci racconta: «Ho frequentato il Rosmini per otto anni: medie, ginnasio e liceo classico. La mia adolescenza venne segnata dal collegio perché noi studenti seguivamo un programma molto severo. Da ragazzino storcevo il naso per questo, poi da adulto mi sono accorto che quella formazione mi aiuta a rimanere in carreggiata, a essere tenace e ad avere considerazione di me stesso».
Come molti studenti, rammenta un insegnante con particolare affetto: «Il professor Tulio Beltramini, allievo dello scienziato Enrico Fermi. Dopo un’esperienza da ricercatore, tornò a Domodossola per amore e devozione del collegio. Lo ricordo come una persona rigida e di buon cuore: m’incuteva un timore reverenziale, ma riuscii a portarlo in copertina su TV Sorrisi e canzoni».
In quest’intervista a cuore aperto, il cantautore svela per la prima volta il suo sentimento verso la Madonna che gli ha dato potenti segni del suo amore, a cominciare da quando perse prematuramente la sua mamma terrena.
Alberto, qual è stato il suo percorso spirituale?
«Io penso che sia una cosa genetica nascere con una predisposizione spirituale; poi questa si è evoluta in me attraverso la formazione religiosa e con quello che ho assorbito in famiglia. Da adulto ho sentito la curiosità di esplorare altre forme di spiritualità: all’Ovest del mondo sono venuto a contatto con i nativi americani e all’Est mi sono addentrato nelle religioni orientali. Al di là del dogma, ho capito come la parola e l’insegnamento dei vari leader spirituali abbiano molte assonanze fra di loro, ma purtroppo vengono manipolate dall’umanità per altri scopi. Tuttavia, ciò che mi affascina e impressiona rimane sempre la figura di Gesù Cristo: la sua parola ha una forza globale, altro che gli algoritmi!».
Questa ricerca l’ha trasferita nella sua musica?
«Sì, la mia scrittura non ha mai tradito questa ricerca tormentata di vedere la luce in fondo al buio, anche le mie collaborazioni artistiche sono nate quando ho sentito determinati richiami. La vita è alternanza degli opposti: la tendenza e il desiderio di armonizzarli nella mia musica nasce dalla necessità di non arrivare a processi di regressione».
Uno dei suoi album più celebri s’intitola Tra demonio e santità. Come vive l’uomo questi due estremi?
«Questa dicotomia ce la portiamo dentro geneticamente. Come accennavo prima, la vita è fatta di alternanza degli opposti: bene/male; amore/odio; donna/uomo; la bellezza è vedere la complementarietà degli opposti. Il non dover scegliere è nell’equilibrio delle cose, qui si trova l’immanenza del futuro».
E del presente cosa ne pensa?
«Potrei riassumere il presente con questa frase di Primo Levi: “La follia non ha un perché”. Oggi assistiamo a uomini che hanno superato ogni soglia dell’umanità, anzi hanno superato la soglia esoterica. Questi signori che abitano le stanze dei bottoni dove vogliono arrivare? Preferisco comunque vedere il bicchiere mezzo pieno e sperare in un colpo di coda della storia per il risveglio dell’umanità».
Credere quale beneficio porta all’uomo?
«Il credere ci rende migliori: permette di avere rispetto di noi stessi e degli altri perché altrimenti il mondo sarebbe come una fiera animale, con tutto l’amore che provo per gli animali».
Quali sentimenti prova per la Madonna?
«Io sono un ex studente di medicina, convivono in me il credere e il punto di domanda più scientifico. Per mia formazione e mentalità, la Madonna è un mio punto di riferimento fortissimo e rappresenta la più grande Pasqua di salvezza per l’umanità. Dai più grandi artisti ai più grandi studiosi che hanno rivoluzionato la scienza, tutti provengono da un grembo materno: per questo la figura di Maria è il femminino sacro che riveste un significato di speranza e di bontà. Purtroppo, nella Chiesa non tutti colgono l’importanza di questo. Tempo fa andai all’interno delle mura vaticane a trovare il cardinale Francesco Marchisano che aveva lavorato con papa Wojtyla. Parlammo con fervore del femminino sacro: il Cardinale mi raccontò delle lotte con i suoi colleghi che apparivano incerti su questo tema, diceva loro: “Tu non approvi la parità fra i sessi, ma ricordati che tu arrivi da una figura di donna strepitosa”. Anche secondo me questi uomini di Chiesa dimenticano l’origine della vita».
Ha ricevuto dei segni da Maria?
«Sì, in due occasioni. La prima volta attraverso mia madre che persi a diciassette anni. Qualche tempo dopo la sua scomparsa, ricordo che una notte tornai a casa: portavo un pullover che avevo acquistato da poco e mi accorsi che c’era un buco sul braccio sinistro. Al mattino presto mi svegliai lucidissimo, ricordandomi che in sogno mia mamma cuciva quel buco; presi il maglione e il foro non c’era più. La seconda volta è capitato quando da studente di medicina mi recai a Lourdes: dopo essermi immerso nella vasca con l’acqua che sgorgava dalla grotta, scomparvero le piccole magagne di cui soffrivo. Conservo ancora la statuina della Madonna che presi là. Ora vorrei andare a Medjugorje».
In quale brano del suo repertorio avverte la presenza della Vergine?
«Si tratta di un brano provocatorio, molto rock dal titolo Tu puoi Maria, il testo fa così: “Tu puoi Maria parlare/ tu puoi Maria io no/ tu puoi Maria gridare, ahi Madonna Maria che farò/ e canta che ti passa nella città dei fior/ c’è chi presenta e ingrassa/ c’è chi parla di sogni e di amor/ ahi Maria Vergine ma dimmi cosa accadrà… Sei troppo buona Maria, tu non hai crudeltà/ tu puoi Maria, tu puoi Maria, oh Maria Vergine”. Il pezzo è contenuto nel mio disco Dentro il giardino del 1994».
Cosa rappresenta la preghiera per lei?
«La preghiera è fondamentale in tutte le declinazioni possibili: individuale, collettiva e meditativa perché ci lega a un mondo parallelo. Pregare rappresenta la salvezza del mondo da personaggi orribili che non credono a niente, inariditi e disumanizzati; la preghiera è la password per un futuro migliore. Mi piace recitare l’Ave Maria, il Gloria, l’Angelo di Dio e il Padre nostro».
Si reca a Messa?
«Quando posso sì, mi reco presso la chiesa di Maria Consolata a Milano. Qui si ritrova anche la comunità filippina che ha formato un bravissimo coro gospel: durante la funzione religiosa è importante premiare anche l’aspetto gioioso. Prendo anche la Comunione: mi serve da tramite, da ricordo, da monito e sostentamento nel mio percorso da credente».
Qual è il suo santo di riferimento?
«Francesco d’Assisi. Mi piace molto grazie al mio incontro con la figura di don Rosmini: pure il beato aveva atteggiamenti francescani perché nel suo eremo dormiva su una tavola. Sono affezionato pure ai patroni di Domodossola, i santi Gervaso e Protaso per il loro destino di martiri».
Come mai ha dedicato il suo brano Aldilà a papa Francesco?
«Bergoglio mi è sempre piaciuto come pontefice, il brano è sottotitolato “A Francesco”. Quando lo omaggiai del disco, vide in cover il mio cognome, pensò che fossi spagnolo e cominciò a parlarmi nella sua lingua madre. Mentre mi stringeva la mano per ringraziarmi, disse: “Mi raccomando preghi per me”. In quel momento, mi resi conto che la sua non era una frase di circostanza, ma un afflato, un bisogno di sentire che partecipavo alla missione cristiana che stava portando avanti. Presi parte anche alla sua Messa con grande emozione».
Ci sono altri Pontefici ai quali si sente legato?
«Sì, Giovanni XXIII. Quando ero bambino, vidi il suo funerale in televisione, mi avvicinai alla sua figura grazie al mio ex batterista Marco che era di Sotto il Monte. Don Ezio Bolis, direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo, mi mostrò i suoi appunti ancora da prelato, presi con una scrittura molto precisa. Ho scoperto così la forza politica del Papa Buono».




