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Migranti in attesa di sbarcare
Il governo nei giorni scorsi ha presentato un nuovo disegno di legge sull’immigrazione, segnando l’ennesima stretta in materia. A differenza di un decreto, le norme dovranno prima passare al vaglio del Parlamento, anche se l’esecutivo annuncia l’intenzione di chiederne l’iter più rapido possibile. Il testo, più severo delle previsioni, introduce una “strategia di difesa dei confini”, inasprisce i requisiti per la concessione della protezione complementare e per i ricongiungimenti familiari, e prevede un’ampia delega al governo per l’attuazione dei recenti provvedimenti europei. Tra le misure citate dal comunicato di Palazzo Chigi compare esplicitamente il concetto di “blocco navale”.
Per comprendere le implicazioni di questa nuova normativa e il suo impatto sulle persone migranti, abbiamo intervistato monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Presidente della Cemi (Commissione episcopale per le migrazioni) e di Fondazione Migrantes.
Eccellenza, il nuovo Ddl sull’immigrazione introduce norme più stringenti. Questa “linea dura” risponde davvero a un’esigenza di sicurezza o rischia di alimentare irregolarità?
«Il nuovo provvedimento del governo continua nella linea pregiudiziale di leggere le migrazioni come fenomeno di insicurezza sociale, anziché come uno strumento di rigenerazione sociale, culturale. La realtà è altra rispetto a quello che si vuole far credere. La realtà degli immigrati in Italia corrisponde a un popolo di lavoratori (2 milioni e mezzo), sempre più richiesti e sempre meno pagati; di imprenditori (600.000), le uniche imprese che crescono sono quelle di immigrati; di famiglie (2 milioni e quattrocentomila), con un numero crescente di nascite sul numero complessivo (20%); di scolari nelle scuole (900 mila), con il 65% di scolari figli di immigrati nati in Italia».
Non c’è un allarme, insomma?
«No. A questa realtà, fatta solo di 450.000 tra richiedenti asilo e rifugiati, si risponde invocando sicurezza, quando forse bisognerebbe invocare accoglienza, tutela, promozione e integrazione, per usare le parole di papa Francesco, ribadite da papa Leone nell’esortazione Dilexit nos. E le misure di sicurezza previste sono ribadire la difesa dei confini prima che la tutela delle persone in fuga da guerre, disastri ambientali e violenza, invocando anche un ‘blocco navale’ in caso di migrazioni di massa non ben quantificate, facendo diventare un muro, anziché una strada il Mediterraneo, fermando le persone in fuga e inviandole in un presunto “paese sicuro” (l’Albania oggi, ma potrebbero aggiungersene altri), accelerando un’interpretazione del Piano europeo sui migranti e rifugiati, presidiando i confini terrestri, da cui allontanare in rito abbreviato le persone potenziali richiedenti asilo, rendendo più difficili i ricongiungimenti familiari, riducendo i percorsi di inclusione dei minori non accompagnati (abbassando da 21 a 19 anni i percorsi e accelerando gli accertamenti multidimensionali e non attivando i ricongiungimenti familiari), limitando la libertà di comunicazione nei CPR sia telefonica che con religiosi o volontari, negando di fatto la possibilità della società civile, attraverso le ONG di salvare le persone in mare. È un nuovo disegno di legge che si aggiunge agli altri sei, tra decreti e leggi sicurezza, che oltre a indicare un falso pericolo, rischia di far perdere attrazione al nostro Paese che, in questo modo, mentre già perde i giovani che emigrano in massa – mai come oggi – anche i giovani immigrati. Un Paese che rinuncia alle risorse di persone che generano anche un avanzo di cassa con le loro tasse e spese di 1 miliardo e 200 milioni di euro (dati della Fondazione Moressa) rischia di generare irregolarità crescente, senza prevedere la sua emersione (come invece ha fatto la Spagna), in un momento critico per l’economia del Paese alla fine del PNNR, con un’agricoltura e un mondo dei servizi che manca di personale, è un Paese non solo meno sicuro, ma che va verso la morte».


Il vescovo di Ferrara e presidente di Fondazione Migrantes della Cei monsignor Gian Carlo Perego
Si parla molto di gestione dei flussi, ma meno di integrazione. Perché il passaggio dal modello di accoglienza diffusa (SAI) verso i grandi centri di permanenza sembra essere un passo indietro per la coesione del territorio?
«I decreti flussi del triennio precedente e di questo secondo triennio che è iniziato ha visto il Governo accogliere la richiesta del mondo economico della possibilità di ingresso nel nostro Paese di circa un milione di persone. In realtà nel triennio precedente, a parte la burocrazia, i costi per le imprese, i tempi lunghi per i permessi, con le carte false e i processi, ha visto l’ingresso di poco meno del 25% dei lavoratori richiesti. La stessa cosa lo scorso anno, il primo del nuovo triennio. Inoltre, il decreto flussi non è stato accompagnato da un piano casa, generando precarietà dei lavoratori, accompagnamento scolastico, tutela sanitaria, la possibilità del ricongiungimento familiari: tutto questo ha generato insicurezza per i migranti, insicurezza nel territorio. In ordine ai richiedenti asilo e rifugiati, un unico piano di accoglienza diffusa sul territorio genererebbe maggior accoglienza, un accompagnamento diverso, maggiori tutele, soprattutto se a monte c’è un esame dei profili dei richiedenti asilo per indirizzarli sul territorio nazionale anche secondo le competenze. I richiedenti asilo – oggi circa 90.000 – vivono nei CAS senza che nessuno chieda loro un curriculum. Possono lavorare, ma se raggiungono i 6.000 euro di stipendio vengono lasciati per strada, senza un piano di accompagnamento. Le quote riservate ai richiedenti asilo e rifugiati dai decreti flussi in un anno sono solo 380: quando queste sono risorse già presenti sul territorio, per i quali c’è anche una risorsa importante destinata. Ancora una volta si genera insicurezza sociale, anziché governare un fenomeno».
Le nuove norme prevedono procedure accelerate e accertamenti dell’età più invasive per i minori stranieri non accompagnati. Quali sono i rischi concreti per la tutela dei più piccoli e per il loro effettivo percorso educativo in Italia?
«Il DDL sicurezza e immigrazione indebolisce ulteriormente la legge Zampa, considerata in Europa la migliore legge di tutela dei minori non accompagnati, con procedure accelerate multidisciplinari per identificare i minori non chiare, riducendo i tempi di cessazione dell’accompagnamento e tutela da 19 da 21 anni a 19, non prevedendo nuove risorse per comunità per i minori non accompagnati – oggi oltre la metà si trova in CAS anche di soli adulti –, non rafforzando il ricongiungimento familiare, non favorendo ulteriormente forme di affido e progetti di accoglienza in famiglia, non aiutando la diffusione di tutori per i minori, la cui domanda spesso si ferma nei Tribunali per i minori. In questo modo, c’è il rischio che altre agenzie, non certo educative, convoglino i minori in gruppi di delinquenza, in manodopera a basso costo o addirittura nello sfruttamento sessuale. Un Paese che non investe sui minori è un Paese disumano, ma anche che spreca una risorsa umana importante per il futuro. Si spendono grandi risorse nel Piano Mattei voluto da Meloni per la formazione professionale, ad esempio, per 35 ragazzi egiziani, 20 dei quali da far arrivare in Italia e si dimenticano gli 8.000 minori non accompagnati egiziani sbarcati in questi ultimi anni. C’è uno strabismo che non aiuta a leggere e valorizzare una realtà migratoria».
Il modello di gestione delle procedure di asilo fuori dai confini nazionali, come nel caso dell’accordo Italia – Albania, sta diventando un riferimento europeo. Si tratta di una soluzione pragmatica o di una pericolosa delega di responsabilità morale e giuridica?
«L’accordo Italia – Albania è stata un’operazione vergognosa, immorale e anticostituzionale, che giustamente la magistratura ha cercato di arginare nei suoi contorni lesivi del diritto dei richiedenti asilo. Non è un trionfo che l’Europa abbia ipotizzato un “paese sicuro” terzo dove gestire la domanda d’asilo. Vedremo quali Paesi seguiranno il modello dispendioso dell’Italia: un miliardo di euro finora per accogliere persone che di fatto potevano essere accolte nelle strutture già esistenti e nei CPR già esistenti. Non è certo un modello intelligente, pragmatico e coerente fermare le persone nel Mediterraneo e portarle in Albania per un procedimento accelerato di esame delle domande – oggi non prevedendo quasi più anche la protezione speciale – per riportare in Italia chi ha diritto a una domanda d’asilo, impedendo di fatto o limitando gravemente anche il ricorso: l’articolo 10 della nostra Costituzione di fatto viene gravemente limitato, come viene limitata la possibilità di cura di persone che come sappiamo hanno spesso subito violenze e traumi. Disumano e irrazionale».
Se lei avesse la possibilità di riscrivere i pilastri di una legge ideale sull’immigrazione, quali sarebbero i tre punti irrinunciabili per conciliare il rispetto della legalità con la centralità delle persone?
«Una legge deve partire dalla realtà da governare. La Legge Bossi-Fini partiva da 1 milone e mezzo di persone che oggi sono diventati 5 milioni e mezzo, con un altro 1 milione e mezzo diventati cittadini anche o solo italiani. L’Italia è fondata sul lavoro, recita il primo articolo della Costituzione. Anzitutto bisogna tutelare il lavoro e i lavoratori immigrati, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro (lo sponsor), l’alfabetizzazione (le famose 150 ore per i nostri lavoratori) e la formazione professionale, il riconoscimento dei titoli, la giusta retribuzione (oggi la retribuzione media di un lavoratore immigrato è di 7000 euro a fronte dei 12.000 euro degli italiani)».


E gli altri punti?
«Un secondo pilastro è la casa. Un nuovo piano casa, come quello del ministro Fanfani (300mila case) o di La Pira a Firenze nel dopoguerra per favorire i lavoratori dal Nord al Sud e i lavoratori agricoli sarebbe una necessità, anche per favorire sicurezza e coesione sociale, e i ricongiungimenti familiari. Solo la regione Emilia-Romagna, con intelligenza, ha lanciato un Piano casa in Italia. Per i nostri emigranti nel dopoguerra abbiamo fatto una battaglia sociale per favorire i ricongiungimenti familiari, contro Paesi che volevano solo gastarbeiter (lavoratori), come la Svizzera e la Germania, e oggi rischiamo in Italia di fare la stessa cosa con i lavoratori immigrati. Un terzo impegno riguarda la scuola e la tutela dei minori. Una scuola interculturale oggi è sulla carta e non nella realtà, mentre la realtà è sempre più interculturale. Occorre creare la sesta classe per gli scolari che arrivano in Italia da altri Paesi per un’alfabetizzazione intensiva che permetta da subito un recupero scolastico e un inserimento nella classe corrispondente all’età, con l’aiuto anche di insegnanti/mediatori, e al termine del percorso scolastico dell’obbligo prevedere la cittadinanza. Sono tre proposte concrete che leggono la realtà, favoriscono giustizia sociale, coesione e sicurezza».




