C’è un momento, nella vita di ogni prete – e in generale di ogni persona – in cui l’ideale si incrina e lascia spazio alla realtà. È lì che nasce il “parroco imbruttito” di don Manuel Belli: non un personaggio cinico, ma un credente che ha smesso di nascondersi dietro immagini perfette. Ironico, inquieto, profondamente umano, don Manuel è originario di Brembate di Sopra, nella bergamasca. Ha 45 anni, è coadiutore di 8 parrocchie nella Val Cavallina e insegnante di Storia e filosofia in un liceo statale. Molto seguito sui social, ha una pagina Facebook, Scherzi da prete.

Don Manuel, partiamo dai dubbi. Sei entrato in seminario a 14 anni, poi quando studiavi Teologia ti sei preso una pausa, prima di completare il tuo corso di studi ed essere ordinato. Perché?

«Perché non ero più certo del mi percorso, mi sembrava di stare su un treno che andava verso una meta, che forse non era più la mia. Oggi riconosco che quel periodo è stato salvifico: ho dovuto riscegliere alcune realtà che consideravo automatiche, scontate».

Che cosa diresti, oggi, a un ragazzo che pensa che la Chiesa sia noiosa o distante?

«Che ha ragione, e quindi ci dia una mano a cambiarla. La Chiesa è una moltitudine di realtà differenti. Da fuori, una persona vede l’aspetto istituzionale, un po’ rigido, che chiede rinnovamento, ma se ti avvicini capisci che prima di tutto ci sono le persone, solo dopo l’istituzione».

L’istituzione, appunto: molti sacerdoti lamentano che il loro ruolo è un po’ quello di un amministratore di condominio…

«Una delle fasi tipiche dei sacerdoti è: “Non mi sono fatto prete per accendere il riscaldamento in sala parrocchiale, per moderare le riunioni, per far giocare i bambini...”. Ma, del resto, anche un padre non ha scelto di mettere al mondo i figli per cambiare i pannolini. Lo fa, certo, ma perché ha in mente il “per chi”. Ecco, se tu lo fai per il Signore, e non perdi di vista questo assunto, allora non lamentarti se ogni tanto devi mettere a posto una caldaia».

Foto di Federico Guida/Contrasto (Federico Guida/Contrasto)

Anche in questo caso, occorre fare i conti con la propria fragilità. Tu ne parli spesso: è una forza oppure una bella teoria?

«È una chance: un cristianesimo senza salvezza non è cristianesimo. E la salvezza passa quando faccio i conti con la mia fragilità, e mi ci riconcilio».

Nei tuoi scritti lamenti anche che le parrocchie oggi sono luoghi di aggregazione, più che di formazione. È un limite o una risorsa?

«Un limite, senza dubbio. A tutti noi preti piacerebbe avere una piccola facoltà teologica, dove si fa solo formazione. Tuttavia, Gesù non si incarna nell’umanità ideale o desiderata, ma in quella reale. E il fatto che le nostre parrocchie siano aperte alla realtà è la grande chance per raccontare davvero l’incarnazione».

Nella pastorale di tutti i giorni, eventi forti ed emozionanti servono davvero a generare una fede duratura?

«Personalmente, sono allergico ai grandi eventi, ai megaraduni... Mi sembrano un’illusione: sono vent’anni che ci sbattiamo il naso, che ci ripetiamo: “Facciamo un evento emozionante, e così poi i giovani vorranno conoscere Gesù”. Non varrebbe la pena, magari senza i grandi numeri, partire dalla conoscenza di Cristo e poi vedere che succede? L’emozione non porta alla conoscenza, è il contrario. Se mi innamoro dell’amore e guardo i film romantici, non provo emozioni. Se invece mi innamoro di una persona, sarà lei a farmi sentire l’emozione».

DON MANUEL BELLI - Berzo San Fermo
DON MANUEL BELLI - Berzo San Fermo
Foto di Federico Guida/Contrasto

C’è da dire, però, che oggi i preti si dichiarano stressati. Quanto questo stato d’animo nasce da aspettative della comunità e quanto invece dall’incapacità di riconoscere i propri limiti?

«Oggettivamente, le aspettative ci sono. Forse, però, a volte dobbiamo un po’ ridimensionare quello che possiamo fare e quindi delegare, accettare che alcune situazioni siano risolte da altri».

Come si fa, però, a restare fedeli a sé stessi, dopo anni?

«Devi evolvere. E demitizzare. Faccio un esempio molto concreto: il celibato. È chiaro che da ventenne lo senti come una rinuncia enorme. Ora, a parte il fatto che il celibato di tanti preti è una scelta anche delle donne, nel senso che non è che abbiamo mai avuto la fila di ragazze alla porta di casa… Ma poi sento tanti miei coetanei che se poni loro l’alternativa tra il passare una domenica con la moglie e i figli che urlano o venire a imbiancare l’oratorio, sono già lì col pennello in mano: anche loro devono vivere la demitizzazione del matrimonio, degli ideali, ed entrare nella vita quotidiana che è fatta di una progettualità bella, semplice, schietta e senza retorica. Quindi, dovremmo tutti vivere la nostra vocazione come scelta quotidiana, con meno angioletti e più realismo».

Tu poni tante domande, ma alla fine c’è una risposta?

«Sono un po’ allergico alle risposte. Il mio sogno è che la Chiesa ammetta i suoi problemi, invece di cercare false soluzioni o, peggio, cambiare nomi ai problemi, quasi così potessero sparire. Cioè: non è che se invece di parlare di catechesi dopo Cresima parliamo di mistagogia, abbiamo risolto il problema dei giovani che dopo la Confermazione abbandonano la Chiesa… Oppure, non è che se non abbiamo più i preti e chiamiamo le parrocchie unità pastorali, abbiamo risolto il problema. Insomma, forse è arrivato il momento di dirci che il problema c’è, quindi proviamo a trovare insieme le soluzioni, cerchiamole e poi vediamo quelle che funzionano».

Uno dei problemi della Chiesa è l’abbandono dei sacerdoti…

«In realtà, le statistiche dicono che i preti che abbandonano il ministero non sono aumentati, rispetto agli anni passati. La differenza è che oggi chi va via lo racconta, e questo di per sé non è sbagliato. Quello che trovo infantile e narcisistico è cercare il riconoscimento, l’applauso, magari andando in tv il giorno dopo. Mi sembra che così facendo la Chiesa si sia ridotta a spettatore delle mie scelte: mi devono applaudire quando faccio il prete, mi devono capire e applaudire quando non lo voglio più fare, devono avallare le mie intuizioni in ogni caso. Hai voluto fare il prete, non lo vuoi fare più, lascia almeno il tempo alla Chiesa di rielaborare il distacco, perché in te ci avevamo creduto come prete!».

Ti senti un parroco imbruttito?

«Un po’ sì, anche se poi c’è una distanza tra quello che scrivo e quello che sono. Però prendo sempre la vita di petto e con il sorriso. Del resto, l’ironia ci sgonfia e ci avvicina alla fede».