Con il debutto di Vangeli, secondo atto della Trilogia dei Libri, Gabriele Vacis e il gruppo PoEM riportano al centro della scena il rapporto tra l’uomo e il sacro (8-19 aprile alle Fonderie Limone Moncalieri di Torino). In un orizzonte dominato dalle guerre e dalla frammentazione dei valori, la compagnia indaga le nostre radici giudaico-cristiane non come retaggio del passato, ma come materia viva e politica. Abbiamo approfondito con il regista il senso di questa sfida teatrale che unisce fede, filosofia e impegno civile.

Come nasce l’interesse per un corpus così denso e quale legame profondo esiste con la vostra precedente trilogia dedicata alla guerra?

«Il legame è in realtà una conseguenza logica. Venivamo da un ciclo di lavori sulla guerra. Proprio durante la messa in scena di Sette a Tebe, ci siamo imbattuti nelle riflessioni di James Hillman sull’amore per la guerra: c’è sempre un “Dio” di mezzo quando scoppia un conflitto. Non importa di quale divinità si tratti, il dato di fatto è che le religioni hanno sempre un ruolo nelle guerre. Partendo da questa consapevolezza e guardandoci intorno, abbiamo avvertito l’esigenza di interrogarci sulle nostre radici ebraico-cristiane. Da qui è nata la proposta del Teatro Stabile di Torino per una nuova trilogia dedicata alle religioni monoteistiche: dopo aver affrontato l’Antico Testamento, ora lavoriamo sul Nuovo e l’anno prossimo chiuderemo il cerchio con il Corano».

PoEM è composto da ragazzi di una generazione “post-religiosa”. Come si concilia questo dato con l’interesse per temi spirituali?

«L’apparente disinteresse dei giovani per questi temi è un malinteso simile a quello che circonda la politica. Se proponi loro un dibattito tecnico sulle primarie, è ovvio che si annoino. Ma se porti la discussione su un piano esistenziale, la risposta è vibrante. Lo abbiamo verificato negli incontri nelle scuole superiori: quando parliamo di Antigone, di una donna disposta a morire per un’idea, i ragazzi si accendono. La domanda diventa: “Esiste oggi qualcosa per cui noi saremmo disposti a morire?”. Lo stesso approccio lo abbiamo usato per la fede. Nel lavoro sull’Antico Testamento siamo partiti da suggestioni bibliche per arrivare alle loro vite. Ci siamo chiesti: “Dov’è l’Eden? Quando ci siamo stati?”. Ciascuno ha portato la propria storia, che poi abbiamo intrecciato alle Scritture. Ci siamo chiesti, ad esempio, perché, oggi, un padre arriverebbe a uccidere un figlio. Il risultato è un corto circuito tra il quotidiano dei ragazzi e i versi della Bibbia».

Agnese Carbone

Com’è cambiato il vostro metodo di lavoro di fronte al testo evangelico?

«Con i Vangeli, ci siamo resi conto che il testo originale bastava. Le parole evangeliche possiedono una potenza intrinseca spiazzante. Inizialmente pensavamo di seguire lo stesso schema, usando il testo come canovaccio per altre narrazioni. Invece, alla fine, abbiamo scelto di lasciare che sia la parola evangelica a dominare la scena».

Perché avete scelto il Vangelo di Giovanni come riferimento?

«Giovanni sembra il meno narrativo ma, come suggerisce Enzo Bianchi, in realtà è il più narrativo di tutti: solo che non narra vicende umane, narra Dio. Siamo partiti quindi dal Logos, la parola incarnata. Se l’Antico Testamento è la legge, il Nuovo è la grazia e la verità. La verità di questi tempi è parecchio calpestata. Ormai si parla di una post-verità. E invece, ragionandoci e ripartendo dalle parole del Vangelo, abbiamo stabilito proprio la necessità della verità. E poi c’è la grazia, che abbiamo scoperto essere legata alla presenza: essere presenti a sé stessi, agli altri, al tempo e allo spazio».

PAOLO RANZANI

In che modo il sacro entra in un ragionamento prettamente teatrale?

«Il teatro ha tre fonti: il gioco, la narrazione e il rito. Nasce come cura: il grande teatro di Epidauro era parte del più importante ospedale dell’antichità; era catarsi e guarigione. Come gruppo, cerchiamo questa relazione con il sacro in un’epoca che lo calpesta facilmente. Abbiamo esplorato anche il Discorso della montagna di Matteo. Sono parole così evidenti che non richiedono commenti, eppure vengono tradite ogni giorno da chi si proclama cristiano. Questo lavoro è un momento di riflessione collettiva e politica che va al di là dell’età o del credo. È un discorso sulla spiritualità pura, un modo di far risuonare le parole evangeliche con la forza che vorremmo sentire ogni domenica a Messa».