Nel 2015, poco dopo aver compiuto 80 anni, ci accolse nella sua Genova per fare una bella chiacchierata assieme, come i “quattro amici al bar” della sua canzone. Ecco cosa ci raccontò:

Rispetto al 1991, quando scrisse Quattro amici, vede ancora giovani al bar che vogliono cambiare il mondo?

«Non lo so, oggi vanno tutti così di fretta. Ricordo le interminabili passeggiate che da ragazzo facevo d’inverno a Pegli sul lungomare deserto con i miei amici. Passavamo ore e ore a parlare dei grandi temi della vita e, confrontandoci, ognuno cercava di costruire la sua identità. Oggi, invece, ci sono tanti pacchetti di pensiero già preconfezionati dai media: è più difficile riflettere e distinguersi dal branco».

Perché ha acquistato il vecchio podere di suo nonno in Toscana?

«Perché mio nonno è stata una figura importantissima nella mia vita. Lavorava alle ferriere, settanta gradi davanti al forno. Era analfabeta, ma sapeva la Divina Commedia a memoria. La sua saggezza mi guida ancora».

Nel suo passato, c’è anche l’esperienza da boy scout. Le piaceva?

«Certo. Ho imparato cose importantissime, sia nel rapporto con la natura che con gli altri. Io ero caposquadriglia “rondini” e quindi avevo la responsabilità di guidare altri ragazzi: un bel modo per crescere».

Tra quei ragazzi c’era anche Renzo Piano, giusto?

«Renzo dice di aver sempre provato un senso di inferiorità nei miei confronti, perché lui aveva il berrettino da lupetto mentre io portavo una specie di cappello da cowboy. Qualche anno fa per il suo compleanno gliene ho regalato uno e lui lo ha indossato per tutta la serata, felicissimo».

Lei ha avuto due figli negli anni ’60, uno nei ’70 e uno negli ’80. È cambiato il suo modo di crescerli?

«Totalmente. Le donne possono essere madri a qualsiasi età, mentre gli uomini ci riescono solo quando hanno trovato un loro equilibrio. A me è successo dopo i 45-50 anni».

E come nonno com’è?

«Non sono capace. Mia moglie è una nonna perfetta, così come Stefania Sandrelli con Rocco: chi se lo sarebbe mai aspettato da lei? Eppure i miei nipoti mi cercano. L’altro giorno a cena Leone mi ha guardato e mi ha detto: “Ti invito alla mia recita, vieni?”. Solo a me l’ha chiesto!».

E lei poi c’è andato?

«Certo. E lui è stato bravissimo».

Ha ancora voglia di scrivere canzoni?

«Sì, ne ho un bisogno impellente. Solo che mi viene difficile. Nelle mie canzoni c’è spesso il mare, ma per me il mare è soprattutto l’orizzonte e l’orizzonte è la speranza. Come in un giallo ci deve essere un mistero da risolvere, dentro una canzone dev’esserci un momento in cui superi l’orizzonte e ti spingi più in là. Da un po’ faccio fatica a trovarlo».

Però non mi ha risposto. C’è qualcosa che la stupisce ancora?

«In realtà, tutto. Il poeta Giovanni Pascoli parlava del fanciullo che c’è in noi e l’hanno ridicolizzato. Invece aveva ragione: finché dentro di te hai l’innocenza, la capacità di emozionarti, di arrabbiarti, sei ancora un essere umano. Ieri ho visto un tramonto pazzesco su Genova. Il cielo era tutto rosso, ma proprio tutto. E naturalmente questo rosso faceva diventare le olive di casa mia rosa. Sarà retorica, ma ho sentito un “pum” dentro di me. Ma soprattutto mi stupisce l’umanità. Una volta ho fatto un concerto in un manicomio. Alla fine, mentre bevevo un bicchiere di vino, si è avvicinata una vecchina con i capelli bianchissimi, gli occhi azzurri e un viso che solo i matti hanno. Mi ha ringraziato per il concerto e poi mi ha detto che avrebbe voluto ora fare lei qualcosa per me. Con una vocina da bambina ha iniziato a cantare “Aurora…”, una serenata che non mi ricordo bene. So solo che avevo voglia di ridere, di piangere, l’avrei ascoltata per sempre. Ecco, cerco di ritrovare quell’umanità in questo mare di cattiverie e di mediocrità».

Dunque non c’è più nulla che la stupisce?

«Quella canzone la scrissi a 26 anni dopo essere stato nella toilette di un’autostrada. Lì le parole dell’amore erano scritte in modi orrendi e io volevo cercare di restituire un po’ della loro purezza originaria».