In una casa di Vercelli, tra le mura domestiche, c’è una cappella. La volle al ritorno da un pellegrinaggio a Lourdes e lì dentro, ogni tanto, si celebra la Messa. È un dettaglio che dice molto di Giovanni Pellielo, per tutti Johnny, prima ancora di parlare di piattelli e di medaglie. Perché in mezzo secolo di vita, e oltre un milione di colpi sparati, quest’uomo schivo e pacato ha imparato a «crearsi i propri spazi», come dice lui, per far entrare il silenzio e la preghiera in un mondo che corre.

Eppure i numeri, da soli, basterebbero a raccontare la storia di una carriera. Vercellese, classe 1970, Pellielo ha partecipato a otto edizioni dei Giochi olimpici, da Barcellona 1992 fino a Parigi 2024: un numero che pochissimi atleti al mondo possono vantare. E ha portato a casa quattro medaglie individuali alle quali si aggiungono numerosi titoli mondiali ed europei nella fossa olimpica.

Con la medaglia della coppa del Mondo 2025.
Con la medaglia della coppa del Mondo 2025.
Con la medaglia della coppa del Mondo 2025.

Il luogo sicuro

Ma per capire da dove venga tutto questo bisogna tornare indietro, all’oratorio di padre Gaudenzio, dove Johnny ha passato i primi otto anni di vita. «Casa mia si affacciava proprio davanti al campo sportivo e alla chiesa», ricorda. Lì c’era di tutto: il calcio, il calciobalilla, le freccette e soprattutto una tribù di bambini che non voleva più tornare a casa. «A una certa ora del pomeriggio tutte le mamme si affacciavano dal palazzo e urlavano il nome del proprio figlio. Ma noi volevamo restare lì, perché era un luogo sicuro».

Però c’era anche dell’altro: la Messa della domenica, i momenti di preghiera, un’educazione che combinava il piacere di stare insieme e «il rispetto verso l’entità superiore che ci consentiva tutto questo». L’oratorio, dice, «era l’espressione della fede cristiana: senza la chiesa non ne avremmo goduto. Quel senso di responsabilità era forte in ognuno di noi».

Con Giovanni Paolo II.
Con Giovanni Paolo II.
Con Giovanni Paolo II.

Il regalo materno

A mettergli in mano un fucile è stata la madre, Santina, scomparsa nel 2023 dopo 53 anni vissuti accanto al figlio. Veniva da una famiglia di undici fratelli, tutti tiratori. Da bambino Johnny faceva il puller, schiacciava i bottoni per lanciare i piattelli, mentre sognava di sparare. A 18 anni la mamma gli fece prendere il porto d’armi e gli comprò il primo fucile, pagato un milione di vecchie lire a cambiali, centomila al mese. Un sacrificio. Tre mesi dopo il debutto, nel 1989, vinceva già un Gran Premio juniores; tre anni dopo era a Barcellona.

«È stato amore a prima vista». Il talento, racconta Pellielo, non si misura dai bersagli colpiti. «Si vede dal modo in cui ti avvicini al bersaglio». E si nutre di disciplina ferrea: gare alle otto del mattino significano sveglia alle cinque, e per svegliarsi a quell’ora si va a letto alle nove. Sabati e domeniche blindati.

Pellielo, che da ragazzo era anche un ballerino e aveva vinto un titolo italiano di liscio, capì presto che avrebbe dovuto imboccare una delle due strade. Scelse il fucile. A tenerlo in piedi negli anni è stata la resilienza, la capacità di rialzarsi dopo ogni errore.

Lo sportivo in compagnia del cardinale Gianfranco Ravasi.
Lo sportivo in compagnia del cardinale Gianfranco Ravasi.
Lo sportivo in compagnia del cardinale Gianfranco Ravasi.

Un disegno meraviglioso

C’è poi un capitolo che pochi conoscono. Da giovane, Pellielo è entrato in seminario e ha portato a termine gli studi di teologia: per un tratto ha pensato di diventare sacerdote, prima che la passione per il fucile prendesse il sopravvento. Le due vocazioni, lo sport e l’altare, non potevano correre insieme. Ma quella formazione gli è rimasta dentro e riaffiora ancora oggi nel modo in cui parla della vita e della morte. È qui che la fede smette di essere uno sfondo e diventa il centro.

Quindici giorni dopo la morte della madre, che per lui «è stato il dolore più grande della vita», Pellielo ha ottenuto la qualificazione per la sua ottava Olimpiade, a 53 anni, senza nemmeno aver potuto provare i campi: era rimasto a casa fino all’ultimo, accanto a lei. «Non c’è niente di umano. C’è un disegno meraviglioso. Anche se in quel momento ero orfano, mi sono sentito più figlio che mai».

La fede, per lui, è «quel talento interiore, quel dono che ti consente di restare vicino alle persone e di aiutarle anche quando fisicamente non ci sono più». Cita sant’Agostino: con la morte la vita non finisce, ma è trasformata. «Riuscire a percepire questo significa avere fede».

Vittoria e sconfitta

Per questo, alla domanda di rito, «preghi per vincere?», risponde di no, senza esitare. «Non prego per vincere. Prego per stare bene, per avere la forza di fare quello che sono capace di fare, per i miei genitori, per la pace nel mondo, per chi sta male e mi chiede una preghiera. Vincere o perdere è solo il frutto di quello che sei in grado di dare».

Una vittoria in più o una sconfitta in meno, dopo tanto vincere e tanto perdere, non gli cambierebbe la vita. Ciò che importa a Johnny Pellielo è onorare il dono ricevuto facendo, ogni giorno, la propria parte: «Aiutati che il ciel ti aiuta, si dice sempre. Ecco, io faccio quello che devo fare, e so per certo che, quando sarà il momento, continuerò a essere aiutato». Lo riassume con due parole antiche, le stesse che suo padre Ugo avrebbe riconosciuto: ora et labora. «Per il resto, siamo tutti parte di un disegno».