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Lo scrittore e studioso di tradizioni popolari Giuseppe Selvaggi
«Coltivare il giardino dell’anima significa sottrarre tempo alla fretta, custodire il silenzio, riconciliarsi con la memoria e ritrovare il senso delle relazioni umane».
È da questo auspicio che Giuseppe Selvaggi prende le mosse per il suo ultimo libro, Hortus animae. Volevo solo imparare (Editoriale Delfino): un’opera difficile da ricondurre a un unico genere, dove prosa e poesia, memoria e riflessione, aforismi e racconti del quotidiano si intrecciano in un itinerario dentro la propria interiorità. Scrittore, poeta e studioso delle tradizioni popolari, Selvaggi guarda al tempo presente a partire da ciò che rischiamo di perdere: il silenzio, la memoria, l’ascolto, il valore delle relazioni, la capacità di stupirsi davanti alle cose semplici. Tra il Sud delle origini e Milano, tra libri, amicizie, paesaggi e spiritualità, il suo «taccuino dell’anima» diventa così anche un invito a rallentare e a tornare a interrogarsi sul senso della vita.
Selvaggi, il titolo del suo ultimo libro richiama l'idea di un “giardino dell'anima”. Oggi, in una società dominata dalla fretta, perché sente che sia così importante tornare a coltivare la propria interiorità?
«Hortus animae, il giardino dell’anima, costituisce la metafora che attraversa l’intero volume. Coltivare questo giardino significa sottrarre tempo alla fretta contemporanea, custodire il silenzio, riconciliarsi con la memoria e ritrovare il senso delle relazioni umane. Non è un rifugio dal mondo ma uno spazio interiore dal quale tornare a guardarlo con maggiore profondità».
Il sottotitolo è Volevo solo imparare. Dopo tanti libri e tanti anni di scrittura, che cosa sente di dover ancora imparare dalla vita e dalle persone che incontra?
«In un tempo dominato dalla necessità di affermarsi e di avere sempre risposte, rivendico il valore dell’apprendimento continuo, del dubbio, dell’ascolto e della ricerca. Non pretendo di insegnare qualcosa o di far acquisire la consapevolezza che il tempo modifica tutto: gli amici, i luoghi, le stagioni della vita, perfino gli ideali. Credo solo sia importante imparare ad assumere un atteggiamento che potrei definire di “resistenza gentile” nel senso di continuare a leggere, a scrivere, a camminare, ad ascoltare, a coltivare rapporti autentici, a stupirsi delle piccole cose».
Nel libro prosa e poesia dialogano continuamente. È stata una scelta naturale o il modo migliore per raccontare ciò che la sola prosa non riusciva a esprimere?
«Ci sono libri che raccontano una storia e libri che invitano il lettore a fermarsi questo mio ultimo libro appartiene alla seconda categoria. Non è un romanzo, non è un saggio, non è una raccolta di poesie, pur contenendo qualcosa di ciascuno di questi generi. È piuttosto un taccuino dell’anima, un itinerario esistenziale nel quale la prosa si alterna ai versi, l’aforisma alla memoria personale, la riflessione filosofica all’osservazione del quotidiano».


Giuseppe Selvaggi e, a destra, la copertina del suo ultimo libro Hortus animae
Tra memoria, amicizia, tempo e nostalgia emerge un invito a scoprire "lo straordinario nell'ordinario quotidiano". È questo, in fondo, il messaggio che desidera affidare ai suoi lettori?
«Le pagine del libro sono attraversate da alcuni temi ricorrenti: il tempo che scorre, la nostalgia, il valore dell’amicizia, la scrittura come esercizio di conoscenza, il Sud delle origini e Milano, città della maturità, il rapporto con i libri, con i maestri, con il mare e con la spiritualità. Sono motivi che ritornano continuamente, come variazioni di una stessa melodia, senza la pretesa di costruire un sistema filosofico ma con il desiderio di condividere con chi mi leggerà un’esperienza di vita».
Lei è da anni un attento osservatore e studioso delle tradizioni popolari. Che cosa ci insegnano ancora oggi il racconto orale, le feste di paese e la cultura popolare in un'epoca sempre più digitale e veloce?
«Da una dimensione altra, dove il tempo è senza tempo, echeggiano voci, canti, e invocazioni. I viaggiatori del tempo cercano compagni di viaggio e insieme alle occasionali conversazioni cercano complicità nei ricordi. Un linguaggio colto, a tratti popolare, che affascinava e, se mai fosse possibile, riascoltare quelle voci riuscirebbe illusoriamente a far rimanere fermi gli orologi per impedire lo scorrere del tempo. Ogni filo d’erba, ogni pietra, ogni passo irrobustisce il mio sapere più di una biblioteca. Entrare in sintonia con il tutt’intorno, predisporsi al silenzio per raccogliere le confidenze di luoghi che sono lì da sempre. Oggi i suoni si sono fatti rumori, non è detto però che ci possa essere del bello anche in ciò che da subito non ci piace e forse c’è armonia anche nel caos».
Nel libro affiora spesso il dialogo con il mistero e con una dimensione spirituale che attraversa la quotidianità. Che ruolo hanno la fede, o più in generale la ricerca di Dio, nel suo modo di guardare la vita e di scrivere?
«Ho dedicato un intero capitolo intitolato Difficile dare un’occhiata alle carte del Creatore. C’è stato un tempo, un lungo tempo in cui - spaventati da una epidemia mondiale - siamo stati prigionieri, una prigione dove angosce e paure si sono amplificate, L’uomo quando teme o si sente più vicino alla fine dei suoi giorni torna a interrogarsi e a cercare un Padre, un “Padre Eterno”, questa volta non terreno e questo perché se non abbiamo certezze, abbiamo però il bisogno di una entità superiore capace di capirci e intervenire senza comporre numeri telefonici dedicati».




