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C'è una fotografia che circola da mesi tra le agenzie di stampa turche, ed è diventata quasi un'icona di questi tempi sospesi: uno striscione con il volto di Abdullah Öcalan, issato tra le case basse di Diyarbakir, mentre sotto sfila una folla che per la prima volta da quarant'anni non porta bandiere di lutto. È un'immagine che non risolve nulla, ma dice tutto: la Turchia sta provando, ancora una volta, a chiudere una guerra che ha attraversato quattro decenni, generazioni di soldati e di guerriglieri, e non ha mai smesso di scavare un solco nella coscienza del paese.
Lunedì il parlamento di Ankara ha approvato una legge che potrebbe far uscire dal carcere migliaia di militanti del PKK, il gruppo armato curdo che lo stato turco - come gli Stati Uniti e l'Unione Europea - classifica come organizzazione terroristica. Non è un'amnistia, i suoi estensori lo ripetono con cura quasi ossessiva, perché un'amnistia avrebbe un sapore di resa che nessuno, né ad Ankara né tra i curdi, può permettersi di evocare. È qualcosa di più cauto e insieme di più ambizioso: un ponte legale, costruito con clausole, soglie ed eccezioni, teso sopra un abisso che si è scavato a colpi di attentati, rappresaglie, sentenze e sangue.
Per capire cosa significhi davvero questo voto - 468 sì, 88 no, con l'AKP di Recep Tayyip Erdoğan e il DEM, il principale partito curdo del paese, che per la prima volta nella storia repubblicana convergono sullo stesso testo - bisogna tornare indietro. Bisogna raccontare come si è arrivati fin qui, perché nessuna pace si capisce se non si conosce la guerra che l'ha preceduta.


La nascita di un conflitto
Il PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, nasce nel 1978 in un paese dove l'identità curda non aveva quasi diritto di esistere sulla carta: per anni Ankara aveva parlato ufficialmente di "turchi di montagna", negando finanche il nome a un popolo di oltre quindici milioni di persone concentrato nel sud-est anatolico. Fu in quel vuoto di riconoscimento, in quella soppressione sistematica di lingua, cultura e memoria, che Öcalan e un piccolo gruppo di militanti marxisti-leninisti costruirono l'ossatura di un movimento che si proponeva, all'inizio, la creazione di uno stato curdo indipendente.
La lotta armata comincia nel 1984, con i primi attacchi contro postazioni militari turche. Da quel momento la guerra a bassa intensità non si è più fermata, se non a intermittenza, per quarant'anni. Le cifre più accreditate parlano di oltre quarantamila morti: soldati, guerriglieri, civili curdi e turchi finiti sotto i bombardamenti, le operazioni di rastrellamento, gli attentati nelle città. Negli anni Novanta lo scontro raggiunge il suo apice più cupo: interi villaggi del sud-est vengono evacuati o distrutti dall'esercito turco per privare la guerriglia di basi d'appoggio, mentre il PKK risponde con un'escalation di violenza che colpisce anche obiettivi civili. È il decennio in cui la questione curda smette di essere un problema di ordine pubblico e diventa una ferita nazionale, capace di attraversare governi, colpi di stato militari e crisi economiche senza mai rimarginarsi.
Il 1999 segna una svolta drammatica. Öcalan, in fuga da anni tra Siria, Russia, Italia e Kenya, viene catturato dai servizi segreti turchi a Nairobi, con la complicità - all'epoca controversa - di più cancellerie occidentali. Portato in Turchia, processato e condannato a morte, vede la pena commutata in ergastolo dopo l'abolizione della pena capitale, decisa anche in vista dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Da allora vive recluso sull'isola-carcere di İmralı, nel Mar di Marmara, in un isolamento quasi totale che è durato, con poche eccezioni, più di un quarto di secolo. Eppure quella cella non lo ha reso irrilevante: al contrario, ne ha fatto un oracolo. Ogni sua parola, filtrata attraverso rari colloqui con gli avvocati o con i pochi politici ammessi a incontrarlo, continua a orientare le scelte di un movimento che lo considera, ancora oggi, il proprio leader indiscusso.
Il precedente fallimento e la nuova stagione
Non è la prima volta che Ankara e il PKK provano a fermarsi. Tra il 2013 e il 2015 c'è stato un altro tentativo, il cosiddetto "processo di soluzione", con colloqui segreti, un cessate il fuoco e persino l'annuncio di un graduale ritiro dei combattenti oltre il confine iracheno. Quel processo si sgretolò nel luglio del 2015, quando un attentato a Suruç, rivendicato dall'ISIS ma che innescò una spirale di accuse incrociate, fece da detonatore alla ripresa degli scontri. Seguirono mesi durissimi, con l'esercito turco che tornò a operare nelle città del sud-est trasformate in campi di battaglia urbani, a Diyarbakir come a Cizre. La fiducia, già fragile, si polverizzò. Per quasi un decennio la parola "pace" è rimasta impronunciabile nel dibattito pubblico turco.
Il nuovo processo comincia nel modo più inatteso: dall'interno di quella stessa cella di İmralı. Nel febbraio del 2025 Öcalan chiede pubblicamente ai suoi di abbandonare la lotta armata e avviare un percorso politico. È un appello che arriva dopo anni di segnali carsici, colloqui riservati tra i servizi di sicurezza turchi e l'entourage del leader curdo, e una pressione crescente della classe dirigente di Ankara, che nella pacificazione con il PKK vede anche un tassello geopolitico: stabilizzare il fronte interno mentre la Turchia gioca una partita sempre più ambiziosa in Siria, in Iraq e nel Mediterraneo orientale. Pochi mesi dopo la leadership operativa del gruppo risponde annunciando il proprio scioglimento come struttura armata e l'avvio del disarmo, un processo che procede a tappe, tra roghi simbolici di armi trasmessi dalle televisioni e la diffidenza di chi, tra i miliziani, ha visto altre promesse infrangersi.


Cosa prevede la legge
È in questo scenario che si inserisce il voto di lunedì. Il testo approvato dal parlamento non entrerà in vigore immediatamente: la sua applicazione è subordinata alla verifica, da parte del Consiglio di sicurezza nazionale turco, che il disarmo del PKK sia effettivamente completo. Solo a quel punto scatteranno le sue misure principali: la sospensione delle condanne per un numero di militanti stimato attorno alle tremilacinquecento persone, che potrebbero così lasciare il carcere.
A questo si aggiunge un secondo meccanismo, forse ancora più significativo sul lungo periodo: le indagini in corso contro presunti membri o simpatizzanti del PKK verranno sospese per un periodo che va dai cinque ai dieci anni, a seconda della gravità del reato contestato. Se in quel lasso di tempo gli indagati non si renderanno responsabili di nuovi reati collegati al terrorismo, i loro fascicoli saranno archiviati in modo definitivo. È una norma pensata per una platea più ampia di quella dei detenuti: riguarda le migliaia di curdi che da anni vivono in clandestinità sul territorio turco o in esilio - in Iraq, in Europa, altrove - e che questa legge potrebbe permettere di far rientrare, gradualmente, alla vita pubblica e legale.
Ma la legge, come si diceva, non è un'amnistia generale, ed è costruita con eccezioni precise. Restano esclusi dai benefici i militanti coinvolti in omicidi compiuti all'estero - il PKK, nella sua storia, ha compiuto anche attentati e azioni al di fuori dei confini turchi - e chi è stato condannato all'ergastolo prima del 2005. Questa seconda clausola esclude, di fatto, lo stesso Öcalan, condannato nel 1999, insieme ad altri storici dirigenti del movimento: la legge libera la base, non i vertici. Una scelta che ha un peso politico evidente, perché consente ad Ankara di mostrare flessibilità senza concedere quello che larga parte dell'opinione pubblica turca, e soprattutto l'elettorato nazionalista, considererebbe una capitolazione simbolica inaccettabile.


Le reazioni, tra cautela e sospetto
Il vicepresidente turco Cevdet Yılmaz ha parlato di un «passo storico», scegliendo un aggettivo che in un paese abituato a promesse di pace naufragate suona quasi come una sfida al proprio passato. Dall'altra parte, però, la cautela resta la cifra dominante. Poco prima del voto, ANF, l'agenzia di stampa vicina al PKK, aveva pubblicato un articolo che definiva la legge «un inizio», ma «con molte mancanze e problemi»: si chiedevano garanzie più solide sul fatto che chi tornerà a una vita pubblica non subirà nuove forme di discriminazione o restrizione dei diritti, un timore tutt'altro che teorico in un paese dove l'uso politico della magistratura e delle norme antiterrorismo ha, negli anni, colpito ben oltre la cerchia degli effettivi militanti armati - giornalisti, avvocati, amministratori locali curdi tra i tanti finiti sotto processo.
È la stessa cautela che si respira nelle strade di Diyarbakir, capitale informale del sud-est curdo, dove decenni di lutti familiari non si dissolvono con un voto parlamentare, per quanto largo sia stato il consenso che lo ha sostenuto. Le famiglie di chi è morto in quarant'anni di scontri - da una parte e dall'altra - non hanno un articolo di legge che possa restituire loro ciò che hanno perso; hanno, semmai, la possibilità che quella perdita non si ripeta per un'altra generazione.


Una pace che resta da costruire
Quello che la legge del 12 agosto 2026 racconta, in fondo, non è la fine di un conflitto, ma l'apertura di uno spazio nel quale la fine di quel conflitto diventa, per la prima volta da anni, un'ipotesi concreta. È un impianto costruito su condizioni, tempi lunghi e verifiche reciproche, esattamente perché nessuna delle due parti si fida ancora abbastanza dell'altra da fare un passo irreversibile. Lo stato turco chiede prove tangibili di disarmo prima di concedere la libertà; il movimento curdo chiede garanzie concrete prima di consegnare le armi a uno stato che per quarant'anni lo ha considerato un nemico da annientare, non un interlocutore.
C'è, in questa architettura fatta di sospensioni e soglie temporali, qualcosa che assomiglia più a una tregua armata negli animi che a una pacificazione compiuta. Eppure è proprio nella prudenza di questo linguaggio giuridico - così diverso dalla retorica bellica che ha accompagnato per decenni la "questione curda" nei discorsi pubblici turchi - che si può leggere il segno di un cambiamento reale.


La Turchia di Erdoğan, alle prese con un'economia fragile e con ambizioni regionali che vanno da Damasco a Baghdad, ha bisogno di un fronte interno pacificato. Il PKK, dopo quarant'anni di guerra e la perdita di gran parte della sua base territoriale in Siria e Iraq, ha bisogno di una via d'uscita che non sia la sconfitta pura e semplice. In mezzo, tra questi due bisogni che per la prima volta sembrano convergere invece di scontrarsi, si gioca oggi il destino di migliaia di persone e, forse, di un'intera regione.







