Un concetto risuona nella mente dei giovanissimi calciatori che da qualche giorno si allenano sui campi di Coverciano: divertirsi. E non pensare al risultato. È stato questo il diktat del Ct ad interim Silvio Balindini, 67 anni e commissario tecnico dell’under 21, chiamato a risollevare l’umore di una nazionale morta (sportivamente parlando) il 31 marzo 2026 allo stadio "Bilino Polje” di Zenica, quando la lotteria dei rigori spedì negli Stati Uniti la Bosnia.

E allora rivoluzione sia. Tutti i volti associabili a quella disfatta (chi anche ad altre) non fanno più parte dell’organigramma della Nazionale. Nessuno tra Gravina, Gattuso e Buffon occupa più la loro posizione, ma per risposte più concrete bisognerà aspettare le prossime elezioni federali. La data da cerchiare in rosso sul calendario è quella del 22 giugno, quando uno tra Malagò (favorito) e Abete sarà eletto come nuovo presidente della FIGC.

A quel punto verrà scelta la nuova guida tecnica, chiamata a svecchiare la nazionale per darle nuova linfa vitale. Sui social network impazza già il totonomi, tra vecchie conoscenze come Mancini e Conte e operazioni pi complesse come quella che porterebbe a Simone Inzaghi. C’è un sogno però, che scalda il cuore degli appassionati dell’azzurro: Pep Guardiola. Difficilissimo, forse impossibile. L’ex allenatore di Barcellona, Bayer Monaco e Manchester City ha infatti dichiarato che si prenderà un anno sabbatico.

Stasera, intanto, gli azzurri tornano in campo: appuntamento alle 20:45 su Rai 1 per l'amichevole contro il Lussemburgo. Per analizzare la situazione attuale e farci un’idea più precisa di quello che succederà, abbiamo contatto Alberto Molinari, autore, insieme a Massimo Cervelli del libro Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

Silvio Baldini.
Silvio Baldini.
Silvio Baldini.

Dopo l'ennesima mancata qualificazione al Mondiale, gli italiani hanno chiesto le dimissioni di Gravina e Gattuso, come dieci anni fa quelle di Tavecchio e Ventura. Ma cambiare le teste sembra non bastare mai. Cosa abbiamo continuato a sbagliare in questi dieci anni?

«Bisogna considerare che da sempre l'andamento della nazionale è la cartina di tornasole della federazione, però bisogna anche considerare che negli ultimi decenni la crescita di potere dei grandi club ha limitato fortemente il ruolo federale. Questo non vuol dire che le accuse rivolte alla FIGC siano infondate — in buona misura ci sono. Quello che è rimasto come linea di continuità sono dei limiti forti nella programmazione. Gravina aveva un programma molto ambizioso, però di difficile realizzazione. Le scelte tecniche sono state discutibili. E poi c'è sicuramente il grosso problema, uno dei nodi fondamentali: la formazione delle nuove leve del calcio italiano.

Se si ragiona sempre in termini di contingenza immediata, non se ne esce. Bisogna predisporre un piano di lungo periodo che punti sul rilancio del settore giovanile e che soprattutto non sia condizionato dagli egoismi dei grandi club, che considerano la nazionale sostanzialmente un intralcio rispetto ai loro interessi. E poi bisogna cercare di far ritornare il calcio un gioco prima che un business.

Il problema è che non si gioca più negli oratori, non si può giocare per le strade. Ai ragazzi viene instillata fin da piccoli una modalità di gioco che è una caricatura di quella dei grandi, con tatticismi esasperati e una scarsissima attenzione alla parte tecnica e alla valorizzazione della spontaneità e delle potenzialità di chi ha talento. Se un ragazzino comincia a dribblare, gli piace saltare l'uomo, dopo un po' gli dicono "devi fare i due tocchi". Un allenatore ha detto esattamente un mese fa che questa è la cosa più devastante che esiste, perché i ragazzini non si abituano a giocare a calcio divertendosi. Dopo la sconfitta con la Bosnia sono uscite delle statistiche inquietantissime: sui valori fondamentali tecnici, ad esempio il saltare l'uomo, siamo precipitati in classifica europea anche dietro la Grecia. Altri temi che si ripropongono ciclicamente sono la riforma del campionato — tornare a 18 squadre per dare più spazio alla nazionale — e la questione dei calciatori stranieri. Su quest'ultima, però, bisogna fare chiarezza».

La presenza degli stranieri in Serie A è da sempre al centro del dibattito. Ma si può davvero limitarla?

«L'invocazione di limitare la presenza dei giocatori stranieri in Italia è irrealizzabile in base alla normativa sulla libera circolazione dei lavoratori. Nel 1995 la sentenza Bosman — dal nome di un calciatore belga semisconosciuto che è andato fino alla Corte di Giustizia Europea, che gli ha dato ragione per una questione di contratto — ha sancito definitivamente che non si può limitare la presenza di calciatori stranieri. Il vero problema è un altro: il fatto che si faccia un ricorso anche scriteriato ai calciatori stranieri, perché costano meno o perché non si crede davvero nel settore giovanile. Ci si riempie la bocca di vivai, ma poi quando è il momento di far passare il talento in prima squadra, non lo si fa. In altri paesi, dove pure esiste la stessa identica situazione giuridica, la presenza di giovani talenti nelle prime squadre esiste. Nel nostro caso siamo alla situazione in cui alcune squadre giocano quasi esclusivamente con stranieri. Quello che si potrebbe fare è un utilizzo più equilibrato e la capacità di aprire gli occhi rispetto alle risorse che ci sono in casa, piuttosto che guardare sempre al di fuori. Ci sono degli squilibri di mercato nei quali giocano un ruolo fondamentale i procuratori — un altro grande problema di fondo del calcio italiano, che ormai tutti riconoscono. C'è una bolla degli ingaggi dei calciatori che prima o poi esploderà, che porta anche giocatori non di primissimo livello ad avere ingaggi improponibili per la maggior parte delle squadre».

"Ripartiamo dai giovani" è la frase che si sente ogni volta. Baldini ha convocato una rosa giovanissima, ma queste restano amichevoli. Quando ripartiranno le qualificazioni per l'Europeo, quel blocco non sarà riproponibile. Quali sono gli step concreti che la federazione deve fare?

«Entrare nello specifico è complesso. Però basandosi sull'esperienza storica, uno degli elementi che manca oggi è la presenza di tecnici formati in federazione, con una vocazione particolare per l'allenamento specifico di una nazionale, che è completamente diverso rispetto ad allenare un club. Penso a Valcareggi — Europeo del '68, finale mondiale del '70 — a Bearzot con il Mondiale dell'82, a Vicini. Personaggi che non esistono più, perché a un certo punto quella figura non è stata più coltivata. Baldini, per esempio, ha più un atteggiamento da tecnico federale: gli piace allenare i giovani ed è molto organico a Coverciano inteso come luogo di formazione. Questa figura va recuperata. C'è poi il tema del CT: si pensa sempre al salvatore della patria. Si chiama un grande nome e si pensa che risolva tutto. Ma chiunque venga deve avere un'esperienza di contesto nazionale, la capacità di leggere le situazioni velocemente, e soprattutto la motivazione giusta — quella di chi si cala davvero nel ruolo. Bisognerebbe avere anche il coraggio di dire agli appassionati: non aspettatevi miracoli, andiamo su una strada lunga, dobbiamo sperimentare delle strade diverse. I problemi che abbiamo nei settori giovanili non si risolvono chiamando un CT diverso. Ci sono degli step, è una cosa graduale. C'è poi un altro elemento di contesto che pesa: l'enorme pressione esterna sulla nazionale. Viviamo le vittorie con iperesaltazioni e le sconfitte come catastrofi nazionali. Questo clima negativo lo vivono chiaramente anche giocatori e tecnici. In altri paesi, pur con una grande attenzione al calcio, non c'è lo stesso tipo di pressione. Bisognerebbe riuscire a comunicare un percorso, non una promessa di risultati immediati».

La Nazionale italiana vince gli Europei l'11 luglio 2021.
La Nazionale italiana vince gli Europei l'11 luglio 2021.
La Nazionale italiana vince gli Europei l'11 luglio 2021.

Il 22 giugno ci sono le elezioni federali della FIGC. Come funziona quel meccanismo, e cosa potrebbe aprirsi dopo?

«Come in tutte le componenti dello sport, vige il principio elettivo, con le varie componenti del mondo calcistico che partecipano con pesi diversi all'elezione del presidente. Il Consiglio federale — l'organismo esecutivo — è composto da 14 rappresentanti delle leghe: 4 della Serie A, 2 della Serie B, 2 della Serie C e 6 della Lega Dilettanti, più 4 delle associazioni calciatori e 2 degli allenatori. Queste proporzioni si riflettono poi nell'assemblea federale che elegge il presidente. La dialettica è sostanzialmente tra gli interessi delle varie leghe. La Lega Dilettanti da sola porta sei rappresentanti — un pacchetto di voti molto rilevante. È un gioco molto delicato di mediazioni e di equilibri, perché il presidente non può andare a dire quello che sono le aspettative esclusivamente dei grandi club. Deve fare un programma che tenga conto di tutto il movimento federale. I presidenti che hanno avuto le vite più tormentate sono stati quelli che non sono riusciti a tenere unito il movimento. Dopo l'elezione verranno rinnovati gli organismi federali e sarà quello il momento in cui si deciderà la nuova guida tecnica. Ma il presidente avrà sul tavolo tutta un'altra serie di tematiche: il grosso problema economico, i deficit dei club, i diritti televisivi. L'indebitamento complessivo del calcio professionistico italiano nel 2023-2024 è stato di 5,5 miliardi di euro — più di tre volte quello del 2015. E poi c'è la sostenibilità economica finanziaria del sistema, che rimane la sfida più complessa per tutti gli attori istituzionali, di fronte a un'accelerazione di tendenze in atto da molto tempo. Il primo step sarà quindi l'elezione, nella quale si misureranno i programmi e soprattutto questo gioco di mediazioni, equilibri e compromessi. Chi verrà eletto dovrà presentarsi con un programma di ampio respiro, capace di affrontare tutti questi nodi e di guardare all'insieme del movimento federale».

Giovanni Malagò e Giancarlo Abete.
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete.
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete.

Quali strade sono realisticamente percorribili per risollevare il calcio italiano? E quando si potrà intravedere una svolta?

«Bisogna lavorare in prospettiva, con un piano di lungo periodo. Non è che si trasforma il calcio chiamando un CT diverso — i problemi vengono da lontano e richiedono tempo. Uno dei temi è la crisi complessiva del calcio italiano: i risultati modesti dei club a livello europeo non possono non avere un impatto sulla nazionale. Non c'è una relazione causa-effetto automatica, ma è evidente che se il calcio nazionale declina, la nazionale ne risente da tutti i punti di vista. C'è poi un dato che colpisce: quest'anno il numero di iscritti alle scuole di tennis ha superato quello delle scuole calcio. È clamoroso. Ma non sorprende, perché il calcio costa molto per una famiglia, e nel frattempo i ragazzi hanno perso quell'alternativa informale che una volta suppliva a tutto — giocare nei parchi, per le strade, nei cortili. Questo impoverisce alla base il bacino dal quale si attinge. Quanto alla svolta: non è che si può dire con certezza quando arriverà. Quello che si può dire è che bisogna avere pazienza, capire che ci sono degli step, che è una cosa graduale. E soprattutto smettere di pensare che basti cambiare qualcosa in cima per risolvere problemi che vengono da molto più in profondità».