A Baldia Town, quartiere operaio alla periferia di Karachi dove le case si addossano l'una all'altra come per farsi compagnia contro la polvere e il caldo, l'8 luglio un pacco anonimo è arrivato in un piccolo negozio di alimentari della colonia Qazafi. Dentro c'era una pagina bruciacchiata del Corano, le fotografie di un uomo cristiano, Azeem Javaid, e di sua madre, e la fotocopia della carta d'identità della donna. È bastato questo — una busta, poche fotografie, un foglio annerito — per mettere in moto un meccanismo che in Pakistan si è ripetuto troppe volte con esiti di sangue: la voce che corre più veloce delle indagini, la folla che si raduna prima che qualcuno abbia accertato i fatti, il sospetto che si trasforma in sentenza.

Il commerciante musulmano che ha aperto il pacco non si è lasciato trascinare. Ha avvertito i vicini, poi la polizia. Ma la notizia, come sempre accade in questi casi, ha preso una strada propria. Nel giro di poche ore migliaia di persone si sono radunate nella colonia, mentre alcuni tra i più radicali incitavano alla vendetta. Una decina di famiglie cristiane che vivono accanto a quella di Javaid si sono barricate in casa, con la sensazione — raccontano oggi chi le ha assistite — di essere improvvisamente diventate ostaggi di un'accusa che non le riguardava direttamente, ma che le rendeva comunque bersaglio. È il tratto più crudele delle leggi sulla blasfemia in Pakistan: colpiscono un individuo, ma la pena si estende a un'intera comunità.

Questa volta, però, la scena non si è chiusa come a Jaranwala nel 2023, quando l'incendio di ventuno chiese e decine di abitazioni cristiane raccontò al mondo la fragilità di una convivenza tenuta insieme più dalla rassegnazione che dalla giustizia. Non si è chiusa nemmeno come a Gojra, nel 2009, quando la furia di una folla lasciò sul terreno famiglie intere. A Baldia Town il governo del Sindh ha dispiegato in fretta rinforzi di polizia e Rangers, il corpo paramilitare che presidia l'ordine pubblico, mettendo in salvo Javaid e i suoi parenti in un luogo protetto. Ma a fare la differenza, raccontano le fonti raccolte sul campo, non sono state soltanto le forze dell'ordine.

Sono scesi in strada, davanti alle case delle famiglie cristiane, studenti dei seminari islamici, imam, muftì (un giurista ed esperto di legge islamica autorizzato a emettere responsi giuridici, chiamati fatwā. A differenza dell'imam, che guida la preghiera, o del qāḍī, il giudice che emette sentenze vincolanti, il mufti fornisce pareri e interpretazioni dottrinali che servono ad applicare i principi della sharīʿa nella vita quotidiana) di scuole di pensiero diverse. Hanno parlato alla folla non per giustificare, ma per fermare: hanno detto che quel pacco aveva tutta l'aria di una provocazione costruita a tavolino, pensata apposta per accendere un conflitto tra vicini di casa che fino al giorno prima condividevano lo stesso cortile. Tra loro il mufti Abdullah Noori, il mufti Zubair, membro del Consiglio per l'ideologia islamica, e il religioso Allama Bilal Saleem Qadri, insieme al vicepresidente dell'Assemblea del Sindh, il cattolico Naveed Anthony, e alla deputata provinciale Rooma Mushtaq Mattoo, che ha voluto confermare personalmente che la famiglia di Javaid si trovava "sotto protezione statale in un luogo sicuro". Accanto a loro, sacerdoti cattolici come padre Waqas Raza, padre Rizwan e padre Kashif Gouri, tutti dell'ordine degli Oblati di Maria Immacolata, e padre Shahzad Arshad, alla guida della Commissione Giustizia e Pace dell'arcidiocesi di Karachi, che ha chiesto pubblicamente indagini complete e rispetto della legge.

Naeem Yousaf Gill, direttore esecutivo della Commissione cattolica di giustizia e pace del Pakistan, racconta ai media vaticani con parole misurate un episodio che avrebbe potuto avere un altro finale. Dice che tutto è cominciato grazie a relazioni costruite in anni di lavoro paziente e quasi invisibile: un ex collaboratore della Commissione, residente proprio in quella strada, ha dato l'allarme al coordinatore locale, che a sua volta ha contattato il vicepresidente dell'Assemblea "e altre autorità e religiosi che condividevano gli stessi ideali". Non è un caso isolato di buona volontà: la Commissione, spiega Gill, aveva già organizzato negli anni seminari sull'armonia interreligiosa proprio in quella zona, costruendo "una solida rete di contatti con le comunità di maggioranza". È in quella trama tessuta nel tempo, più che nell'emergenza del momento, che va cercata la ragione per cui questa volta la tragedia non si è compiuta.

"È stato accolto e apprezzato con grande sorpresa", dice Gill parlando dell'intervento dei leader musulmani, quasi a confessare che la solidarietà interreligiosa in Pakistan resta più l'eccezione che la regola. E aggiunge, con la prudenza di chi ha visto troppe speranze deluse: "Con un singolo episodio non possiamo affermare che il rispetto per la legge stia crescendo. È troppo presto". Una cautela che pesa quanto una diagnosi. Gill ricorda che i cristiani pakistani "affrontano discriminazioni, umiliazioni e odio in ogni ambito della loro vita" e che un'accusa, anche quando cade su una sola persona, "l'intera comunità ne paga il prezzo". Segnala pure una geografia della paura: gli attacchi più violenti si concentrano quasi tutti nel Punjab, mentre il Sindh, dove si trova Karachi, resta "una società relativamente più tollerante".

Per capire il peso di quella prudenza bisogna guardare indietro. La legge sulla blasfemia porta la firma del generale Zia-ul-Haq, che nel 1986 la inasprì fino a prevedere l'ergastolo e la pena di morte per chi offende il Profeta, l'Islam o il Corano. Da allora più di 1.800 persone sono state accusate, e oggi almeno ottanta restano in carcere, metà delle quali rischia la forca o il fine pena mai. La Corte Suprema pakistana ha riconosciuto a più riprese che la maggioranza dei casi nasce da accuse infondate, spesso legate a dispute di vicinato, rivalità professionali, controversie su terreni e abitazioni informali di cui le minoranze religiose, prive di titoli di proprietà regolari, sono particolarmente prive di tutela. Cristiani e indù non arrivano al cinque per cento della popolazione pakistana, eppure la loro incidenza tra le vittime resta sproporzionata rispetto al loro peso demografico: appena il mese scorso un cattolico di sessant'anni, Amir Joseph Paul, fratello di un sacerdote, è morto in carcere per le complicazioni di una detenzione seguita a un'accusa poi rivelatasi costruita a tavolino.

C'è, in questa vicenda, qualcosa che va oltre la cronaca di un singolo quartiere. Il Pakistan che emerge in questi mesi è un Paese dove il sospetto, religioso, ma non solo, si trasforma con inquietante facilità in condanna sommaria, prima che un giudice, un'indagine, una prova abbiano voce in capitolo. Lo racconta a modo suo, negli stessi giorni, un'altra cronaca dolorosa: quella di una medica legale del Sindh che da vent'anni documenta la violenza contro le donne e parla di una tolleranza sociale verso gli abusi mai così alta, di femminicidi travestiti da incidenti, di un sistema che fatica a credere alle vittime. Storie diverse, che raccontano la stessa ferita: un tessuto sociale in cui la giustizia privata e la sfiducia nelle istituzioni trovano ancora troppo spazio, e in cui chi è più debole, una donna, una minoranza, un accusato senza avvocati, paga per primo il conto della fragilità del diritto.

Ecco perché quanto accaduto a Baldia Town non va letto soltanto come una buona notizia isolata, ma come un segnale, per quanto acerbo, di un'altra strada possibile. Gill lo dice con chiarezza: "Il dialogo interreligioso ha una grande importanza. Dovrebbe essere continuato. Abbatterà le barriere". E chiede che quella rete di relazioni, quella capacità di allertarsi e di intervenire prima che la violenza dilaghi, diventi un metodo e non un'eccezione: una campagna di sensibilizzazione pubblica, dice, "attraverso libri di testo, fiction televisive, social media e messaggi brevi", perché la gente impari ad agire con saggezza prima che la rabbia prenda il sopravvento. Gli stessi studiosi islamici che sono scesi in strada a Baldia Town hanno chiesto agli imam della zona di dedicare i sermoni del venerdì ai temi della fratellanza e della convivenza: un gesto piccolo, quasi silenzioso, ma che in un Paese segnato da decenni di sospetti reciproci pesa come un atto di coraggio.

Resta, sullo sfondo, l'immagine di quella pagina di Corano bruciata e spedita per posta: un oggetto fabbricato apposta per ferire, per dividere, per far detonare l'odio tra vicini che fino a un attimo prima condividevano lo stesso quartiere, la stessa strada, forse persino lo stesso pane. Che quella provocazione non abbia raggiunto il suo scopo non cancella la fragilità di un sistema che continua a rendere possibile, ogni volta, la stessa scintilla. Ma dimostra, come dice padre Lazar Aslam, cappuccino a capo della Commissione Giustizia, Pace ed Ecologia, che "con la buona volontà, la collaborazione e il buon senso si può prevenire la violenza e mantenere buone relazioni, per il bene comune". Una lezione minima, quasi ovvia. Eppure, in Pakistan, ancora rivoluzionaria.