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«La nebbia agl’irti colli / piovigginando sale…». Noi boomer la sappiamo. Non perché l’abbiamo scelta. Perché ce l’hanno installata come un microchip. “San Martino” di Carducci occupa ancora una porzione del mio cervello senza pagare affitto. Fiorello l’ha persino messa in musica, forse nella speranza di esorcizzarla. Io la imparai nell’anno di grazia 1971 insieme agli altri trentatré bambini della mia classe (altro che classi pollaio, noi figli del baby boom eravamo un allevamento intensivo). La maestra Angela Della Torre ci convocava uno per volta, in ordine alfabetico, e bisognava recitare davanti alla cattedra. Gli improvvisi buchi di memoria potevano costare qualche scappellotto (all’epoca lo scappellotto apparteneva alla pedagogia ufficiale almeno quanto il sussidiario e la penna rossa, e soprattutto non c’erano smartphone pronti a documentare il corpo del reato). Ricordo che Argentieri Giovanni, dopo di me, che l’avevo scampata, non spiccicò una parola: venne bombardato di scappellotti e finì dietro la lavagna. Mentre il successivo iniziò a declamarla, improvvisamente gli si risvegliò la memoria e iniziò a declamarla sottovoce, come una litania, in silenzio, per far vedere che la sapeva, che l’aveva studiata. Per tutta risposta la maestra gli diede una seconda scarica di scappellotti e lo lasciò dietro la lavagna.
Così, mezzo secolo dopo, so ancora che «la nebbia agl’irti colli piovigginando sale» e che sotto il maestrale il mare urla e biancheggia. Benissimo. Ma ora che il ministro Valditara vuole riportare alle elementari le poesie da studiare a memoria, una domanda mi viene: a che cosa mi è servito?
A fare le prove microfono, certamente («Uno, due, prova: la nebbia agl’irti colli piovigginando sale, mi sentite?»). Come esercizio di scrittura per vedere se la stilografica deve cambiare cartuccia o la biro scrive, pure. Per il resto “San Martino” raccontava a un bambino urbano degli anni Settanta un universo già allora remoto: il ribollir dei tini, la vendemmia, i cacciatori che arrostiscono allo spiedo, gli uccelli che migrano «come esuli pensieri nel vespero». Verso bellissimo, non discuto. Lo spiedo lo avevo visto in Tv in bianco e nero con “la Freccia Nera”. Ma io non avevo mai visto ribollire un tino e non conoscevo nessun esule pensiero. A dire il vero non conoscevo nemmeno il vespero.
La scuola era ancora un po’ deamicisiana. C’era Cuore, c’era la penna rossa, c’era l’idea che la cultura dovesse entrare nella testa anche per pressione meccanica. Prima imparavi, poi (eventualmente) capivi. Metodo oggi considerato barbarico ma che periodicamente torna di moda, come i pantaloni a zampa d’elefante. Quando facemmo la cena dei quarant’anni noi ex scolari ci divertimmo a declamare San Martino tutti insieme davanti alla maestra commossa, che aveva conservato il registro di classe (eravamo in 33, Argentieri Giovanni quella sera non venne).
Naturalmente non c’era soltanto “San Martino”. Carducci era una specie di ministero parallelo dell’Istruzione: “Pianto antico”, “Il bove”, i famigerati cipressetti di “Davanti San Guido”. Intere generazioni sono cresciute interrogandosi sul perché i cipressi dovessero correre incontro a qualcuno e soprattutto perché noi dovessimo saperlo a memoria.
Poi c’era Pascoli, dominatore assoluto del sussidiario: “Novembre”, “Lavandare”, “La mia sera”, “Temporale”, “Il lampo”, “Il tuono”, fino alla “Cavallina storna”. “Storna”: aggettivo che milioni di italiani hanno diligentemente mandato a memoria e successivamente mai più adoperato. Tra bubbolii, aratri dimenticati, tuoni, maggese, lampi e cavalle inquietanti, il bambino italiano finiva per convincersi che la campagna fosse un posto poeticissimo ma con serie criticità meteorologiche da cui stare alla larga, anche perchè potevi trovare un contadino che ti metteva una vanga in mano e ti costringeva a zappare.
Nelle classi alte poteva comparire perfino Leopardi. “L’infinito”, naturalmente, e qualche pezzo del “Sabato del villaggio”. La siepe non si capiva, l’ermo colle neppure (“ermo?”), ma questo era secondario: l’importante era arrivare fino a «naufragar m’è dolce in questo mare» senza naufragare prima davanti alla maestra.
Avremmo potuto leggere Luzi, Montale, Caproni (Anima mia leggera, va' a Livorno, ti prego. E con la tua candela timida, di nottetempo fa' un giro ...). Perfino Rimbaud o Verlaine avrebbero avuto un senso, magari per fare bella figura con le ragazze più romantiche, ma erano francesi e la scuola italiana dell’epoca tendeva a considerare la frontiera di Ventimiglia anche un confine poetico. E intanto fuori dalle aule De André scriveva versi che molti ragazzi avrebbero imparato a memoria senza che nessuno glielo ordinasse. Dettaglio pedagogicamente interessante.
Per fortuna esistevano i poeti misericordiosi. Ungaretti con “Soldati”: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie». Fine. E soprattutto “Mattina”: «M’illumino / d’immenso». Due versi e tornavi vivo al banco. Un santo, questo Ungaretti. Anche Quasimodo, con “Ed è subito sera”, dimostrava una sensibilità quasi sindacale verso la fatica dello scolaro.
Poi c’era il reparto specificamente infantile: Angiolo Silvio Novaro con “Che dice la pioggerellina di marzo?”, Renzo Pezzani, Ada Negri, Trilussa e finalmente Gianni Rodari, che con “Il cielo è di tutti”, “Dopo la pioggia”, la “Filastrocca di Capodanno” e “Il treno degli emigranti” (molto attuale) riusciva nel miracolo di parlare ai bambini come se fossero persone.
Forse, dunque, il problema non è imparare poesie a memoria. Anzi: in un’epoca nella quale affidiamo perfino il numero di telefono di nostra moglie alla memoria del cellulare, esercitare quella del cervello potrebbe essere un’attività quasi sovversiva. Il problema è quali poesie. Perché se dobbiamo tornare a impararle a memoria, almeno risparmiamo ai bambini del 2026 di trascorrere l’infanzia chiedendosi che cosa diavolo sia un tino che ribolle. E voi? Quale poesia fareste imparare agli scolari di oggi? Fatecelo sapere nei commenti.



