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Il biglietto lasciato da una passante a Castellaneta Marina
«Tuo marito ti ha urlato contro, lascialo. Meriti sicuramente rispetto e soprattutto un vero uomo». Poche parole, scritte con un pennarello su un foglio infilato sotto un tergicristallo, hanno fatto il giro del web. È successo a Castellaneta Marina, in provincia di Taranto, dove una donna che si firma semplicemente «una passante» ha lasciato un messaggio rivolto alla proprietaria di un’auto dopo aver assistito a una discussione tra lei e il marito per un parasole da sistemare.
Quel foglio è diventato virale. È rimbalzato sui social e sui siti generando migliaia di commenti. Ma c’è un elemento che forse racconta più della notizia stessa: la reazione collettiva. Soprattutto quella di tante donne che si sono riconosciute in quelle poche righe, che hanno raccontato esperienze personali, che hanno ricordato come, dentro certe relazioni, sia possibile arrivare a normalizzare atteggiamenti che dall’esterno appaiono invece sbagliati perché violenti e prevaricatori.
«Quando vivi in un rapporto del genere sei quasi anestetizzata. Da fuori si nota, da dentro no», è uno dei commenti che più sintetizza lo spirito di molte reazioni. Parole che mostrano quanto la solidarietà femminile abbia avuto un ruolo decisivo nel trasformare un piccolo gesto privato in un caso pubblico. Una donna sconosciuta ha scelto di intervenire, altre donne hanno raccolto quel messaggio e lo hanno amplificato facendolo diventare uno spazio di confronto su rispetto, dignità e relazioni e un invito, sacrosanto, a non stare zitte quando si è di fronte ad atteggiamenti di violenza e prevaricazione.
Naturalmente non sappiamo cosa sia davvero accaduto a Castellaneta Marina. Non conosciamo quella coppia, non sappiamo cosa ci sia dietro quella discussione, se sia stato un episodio isolato o, speriamo proprio di no, il segnale di una situazione più complessa. La vita delle persone non può essere giudicata da un biglietto di poche righe né da una fotografia scattata durante un litigio che, lo sappiamo, appartiene alla quotidianità di tutti noi. Una cosa però questa vicenda ci ricorda: nelle relazioni contano anche i piccoli gesti. E forse è proprio su questo terreno che noi uomini abbiamo qualcosa, anzi molto, da imparare.


L'immagine del biglietto è stato postato sul gruppo Facebook "Rinascita Castellaneta Marina"
Non serve trasformare ogni uomo in un potenziale aggressore né ogni discussione in un campanello d’allarme. La realtà è più sfumata. Esistono ancora uomini capaci di attenzione, rispetto, delicatezza. Uomini che aprono una porta, che regalano fiori, che sanno ascoltare (merce rarissima in questi tempi dove tutti vogliono parlare e dire la loro, “prigionieri” come siamo degli algoritmi e dei social), che chiedono scusa, che sanno dire una parola gentile senza sentirsi meno forti. Gesti che spesso non finiscono sui social proprio perché la “normalità”, o, meglio, la serietà con cui alcuni vivono le proprie relazioni, quando funzionano, raramente diventano una notizia.
Ma allora chi è davvero un «uomo vero», quello che la passante ha evocato nel suo biglietto? Non è chi alza la voce più forte degli altri o confonde il carattere, sempre necessario, con la prepotenza. È, forse, chi sa stare accanto a una donna senza aver bisogno di dominarla. È quello che sa proteggere senza controllare, guidare senza imporre, amare senza umiliare. È un uomo capace di riconoscere la fragilità, anche la propria, e di non trasformarla mai in rabbia scaricata sull’altro. È chi, nei rapporti con chi ci sta accanto, sa utilizzare l’ironia, che è l’arte di dare a ogni cosa la sua giusta misura, e l’autoironia, virtù dei santi e degli eroi. La capacità lieve di sorvolare, fare un sorriso e chiuderla lì, senza livori e ossessioni, senza far diventare le piume macigni, senza processi alle intenzioni. Quel parasole messo male non era e non è la fine del mondo, e non meritava nessun urlo di rimprovero. Anche se noi, tutti i giorni, con il nostro partner, ma anche familiari, amici, colleghi, spesso facciamo lo stesso e ci attacchiamo a cose piccole, talvolta insignificanti, proprio come quel parasole sbilenco, per trasformarle in questioni importantissime, “di principio”, come amiamo dire, per rimproverare, urlare, ferire, imporre il proprio io o scaricare la propria rabbia.
Eppure, la cura quotidiana dell’altro passa proprio da qui: dal tono della voce, dal modo in cui ci si rivolge alla persona che abbiamo accanto, dalla capacità di non trasformare la stanchezza o la rabbia o la delusione della vita in umiliazione. La vera forza non è alzare la voce ma saperla abbassare. Viene in mente la bellissima poesia di Jorge Luis Borges, I giusti, un commovente tributo a tutti gli anonimi del mondo che ogni giorno, nel silenzio e nel nascondimento, reggono il mondo con la loro capacità a volte anche di “lasciar perdere”: «Chi preferisce che abbiano ragione gli altri», per dirla con il poeta.
Forse il successo di quel biglietto sta proprio in questo: ha intercettato una domanda profonda che molte persone portano dentro. Che cosa significa sentirsi rispettati? Che cosa significa amare qualcuno senza ferirlo? Quali sono i confini tra una normale discussione – che è quasi fisiologica nei rapporti di coppia e non solo in quelli di coppia – e un comportamento che ferisce la dignità dell’altro?
Un piccolo foglio sotto un tergicristallo non può raccontare tutta una storia. Ma può aprire una riflessione. E può ricordare che la gentilezza, la premura, l’educazione sentimentale, parola quasi desueta, non sono dettagli da galateo d’altri tempi: sono scelte concrete con cui ogni giorno decidiamo che tipo di persone vogliamo essere nelle nostre relazioni.




