«Parlare di riconciliazione a Boves, se non qui, dove?». Le parole dell'ambasciatore tedesco in Italia, Thomas Bagger, racchiudono il significato di Cantieri di (Ri-)conciliazione. Riconciliazione, coraggio della memoria, forza del futuro, il convegno che il 13 e 14 ottobre ha riunito a Boves, nel Cuneese, esperti, amministratori, e comunità portatrici di storie diverse segnate dalle ferite della violenza nazifascista. Due giornate non soltanto di riflessione, ma di incontro e condivisione, nelle quali il dialogo è proseguito anche al di fuori degli interventi ufficiali, nei momenti conviviali e nella visita ai luoghi della memoria. Un'esperienza promossa dall'Associazione don Bernardi e don Ghibaudo, presieduta da Piergiorgio Peano, insieme al Centro italo-tedesco per il dialogo europeo Villa Vigoni.
A Boves, dove il 19 settembre 1943 la violenza nazista colpì la popolazione civile, è emerso con chiarezza che la riconciliazione è un cammino, che richiede verità, giustizia e soprattutto la capacità di consegnare alle nuove generazioni una memoria capace di costruire il futuro.
Lo dimostra la storia di due donne che portano nelle proprie famiglie eredità drammaticamente contrapposte. Rossana Ottolenghi è figlia di Becky Behar, sopravvissuta alla strage di Meina, dove nel settembre 1943 furono assassinati sedici ebrei. Maite Billerbeck, psicoterapeuta tedesca, è discendente di uno dei responsabili degli eccidi sul Lago Maggiore. Si sono incontrate nel 2023 e hanno scelto di affrontare insieme una storia che avrebbe potuto tenerle per sempre lontane.
Da questo dialogo è nato anche un progetto educativo che ha coinvolto studenti liceali di Berlino e Milano nella realizzazione di uno spettacolo musicale dedicato all'eccidio di Meina. Ragazzi di due Paesi un tempo nemici hanno ricostruito insieme una tragedia di ottant'anni fa, trasformando la conoscenza storica in un'esperienza condivisa. Un modo per dimostrare che la memoria non si trasmette soltanto attraverso libri e commemorazioni, ma anche facendo incontrare le persone, suscitando domande e creando relazioni.

Un momento del convegno

Ottolenghi, tuttavia, mette in guardia da ogni facile retorica del perdono. Nessuno, dal suo punto di vista, può perdonare al posto delle vittime, e la riconciliazione non può essere imposta. Si può invece provare a «rammendare la storia», ricucendone gli strappi attraverso la verità e il racconto condiviso. Anche quando significa fare i conti con i silenzi delle famiglie, come ha sottolineato Billerbeck ricordando quanto sia ancora difficile, in Germania, affrontare le responsabilità dei propri antenati.
Ma non c'è riconciliazione autentica senza giustizia. Lo ha evidenziato il magistrato militare Marco De Paolis, che ha dedicato anni alle indagini sui crimini nazifascisti rimasti impuniti, dopo il lungo occultamento di centinaia di fascicoli giudiziari. Il trascorrere del tempo non cancella le responsabilità e neppure l'obbedienza agli ordini può giustificare la partecipazione a un massacro. Una riflessione che si intreccia con quella dello storico Carlo Gentile: comprendere chi furono gli uomini delle stragi, le loro motivazioni e le scelte compiute non significa assolverli. Significa restituire alla storia la sua verità, condizione indispensabile perché possa nascere un dialogo.
Le ferite, del resto, non sono tutte uguali.

Quelle di Meina e Boves si affiancano alle vicende del confine orientale, richiamate dalla giornalista Lucia Bellaspiga, presidente dell'Associazione "Italiani di Pola e Istria”, e alle storie degli internati militari italiani narrate da Lucia Arandi. Memorie che chiedono di essere ascoltate senza pretendere di uniformarle.
È soprattutto nell'educazione che queste esperienze trovano un terreno comune. Il sindaco di Schondorf, Gunther Hofmann, ha richiamato il valore della scuola, dell'università e della formazione democratica per contrastare il ritorno dell'odio. Una convinzione che prende forma anche nell'impegno dell'Associazione Padre Girotti di Alba, con giovani di Monaco di Baviera coinvolti nella realizzazione di un libro in lingua tedesca dedicato al religioso martire.
Boves da anni cammina in questa direzione. Come il legame costruito con Schondorf (la cittadina dove è sepolto Jachim Peiper l’artefice della strage bovesana nel 1943) ha trasformato la memoria della guerra in amicizia tra comunità. Don Bruno Mondino, delegato del Vescovo di Cuneo per l’associazione don Bernardi e don Ghibaudo, ha rimarcato che «la memoria ha bisogno di una comunità che la tenga viva»: non basta custodire i luoghi e le testimonianze, occorre creare occasioni di conoscenza, educare alla pace e alla fraternità. La riconciliazione chiede tempo e coraggio, ma genera possibilità nuove.
Un segno concreto di riconciliazione è il faggio piantato a Boves dall'ambasciatore Bagger nell'ambito del progetto «75 alberi in 75 luoghi», per ricordare i 75 anni dalla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Italia e Germania. Un albero che crescerà nel tempo, immagine di un'amicizia che ha saputo attraversare la tragedia. Secondo il sindaco di Boves, Matteo Ravera, ogni comunità può scegliere che cosa fare della propria storia: lasciare che il male continui a dividere oppure trasformare la memoria in una responsabilità condivisa.

Un momento del convegno

Una scelta tutt'altro che scontata nell'Europa di oggi. Piergiorgio Peano, presidente dell'Associazione don Bernardi e don Ghibaudo, ha messo in guardia dal rischio di smarrire i valori sui quali è stata costruita la convivenza europea. Dopo la caduta del Muro di Berlino ci si era illusi che la pace fosse ormai acquisita. Le guerre e la nuova corsa agli armamenti dimostrano quanto fragile sia quella speranza e quanto necessario sia continuare a lavorare per la pace.
È forse proprio questo il messaggio più forte emerso dalle due giornate di Boves: la memoria non può limitarsi a raccontare ciò che è stato. Deve diventare una responsabilità educativa, un esercizio di democrazia, un impegno quotidiano a riconoscere nell'altro non un nemico, ma una persona con cui costruire il futuro. Perché la riconciliazione non cambia il passato, ma può impedire che il passato continui a decidere il nostro domani.