Dopo quasi vent’anni di progressi, la lotta alla denutrizione e malnutrizione nel mondo fa marcia indietro. La fame è tornata a crescere rispetto al 2018, in un pianeta segnato da una molteplicità di crisi che si sovrappongono. Nel 2025, 645 milioni di persone – quasi l’intera popolazione dell’Europa – hanno sofferto la fame. Tra questi, 147,4 milioni si trovano in 19 Paesi sconvolti da conflitti e 87,5 milioni in 16 Paesi colpiti da eventi climatici estremi.

Il quadro desolante emerge dall’Indice Globale della Fame 2026 (Global Hunger Index – GHI), tra i principali strumenti internazionali per misurare e monitorare complessivamente la fame a livello mondiale, regionale e nazionale, curato da CESVI per l’edizione italiana e redatto da Welthungerhilfe (WHH), Institute for International Law of Peace and Armed Conflict (IFHV) e Helvetas. L’Indice assegna i punteggi sulla base della combinazione di quattro indicatori: denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile, mortalità infantile.

A pagare il prezzo più alto della fame sono sempre i bambini, i più vulnerabili: nel 2025, 35,5 milioni di minori hanno sofferto di malnutrizione acuta, quasi 10 milioni nella forma più grave. Nello stesso anno, per la prima volta, la carestia è stata confermata in due contesti contemporaneamente, la Striscia di Gaza e il Sudan, e nel 2026 il rischio di carestia riguarda Somalia e Sud Sudan, oltre al Sudan.

Viviamo in un pianeta in gran parte in conflitto, dominato da scontri, tensioni, instabilità, violenze, dove le guerre aumentano: il 2025 ha registrato 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Intanto la crisi climatica produce effetti sempre più disastrosi: siccità, alluvioni e tempeste si susseguono a ritmo crescente. L’anno scorso i disastri legati a eventi naturali, inclusi i terremoti, sono stati 358, con oltre 110 milioni di persone coinvolte.

«Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», afferma Stefano Piziali, direttore generale di CESVI. «La fame non è solo una conseguenza dell’instabilità, ne è un moltiplicatore. Per questo il messaggio del GHI di quest’anno è netto: non c’è sicurezza senza sicurezza alimentare. Tagliare gli aiuti proprio dove la fame è più grave significa preparare le crisi di domani».

I Paesi lacerati da conflitti cronici il livello della fame subisce un drastico aumento. Dal rapporto emerge che la fame è a livelli allarmanti in 8 Paesi – Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen – e grave in 36; in 32 Paesi il livello di fame è più alto che nel 2018.

Il Paese con il punteggio più grave (47,0, livello allarmante) è la Somalia, dove più di una persona su due è denutrita e un bambino su dieci muore prima dei cinque anni. Qui si sommano tutti i fattori descritti dal rapporto: la siccità, che ha spinto il governo a dichiarare l’emergenza nazionale; il conflitto con Al-Shabaab; i prezzi spinti dalla crisi in Medio Oriente; il taglio degli aiuti, che ha fatto chiudere oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali.

«In Somalia ritroviamo tutte le cause della fame che il rapporto descrive: siccità, conflitto, prezzi spinti da una guerra lontana e aiuti che si riducono proprio dove servono di più», sottolinea Piziali. «Ora l’acqua che è mancata per mesi rischia di arrivare tutta insieme, con le alluvioni. Per questo lavoriamo insieme sulla cura dei bambini malnutriti e sulla preparazione delle comunità: intervenire prima costa meno, in denaro e in vite, che rincorrere l’emergenza. A Hobyo e Beletweyne prevediamo di assistere oltre 8.500 bambini con malnutrizione acuta e lavorare con le comunità per riconoscere in anticipo siccità e inondazioni».

La situazione è molto critica anche in Afghanistan, Sudan ed Etiopia. In Afghanistan il 42% dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo nella crescita. In Sudan, devastato da tre anni e mezzo da una sanguinosa guerra civile, due abitanti su cinque sono in grave insicurezza alimentare. In Etiopia per il 2025 non è stato possibile nemmeno stimare quante persone soffrano la fame acuta.

L’Indice globale della fame 2026 chiede di integrare la sicurezza alimentare nelle politiche di sicurezza, investire in sistemi alimentari resilienti, fermare i tagli e finanziare i sistemi di monitoraggio e allerta precoce, intensificare la diplomazia preventiva e perseguire chi usa la fame come arma di guerra.

Fondazione CESVI è nata a Bergamo nel 1985. Da oltre 40 anni è impegnata nelle emergenze e nei luoghi più poveri del mondo attraverso progetti di lotta alla fame e alle grandi pandemie, per la tutela delle persone e dell’ambiente. Premiata tre volte con l’Oscar di Bilancio per la trasparenza, è parte del network europeo Alliance2015. Per informazioni visitare il sito