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Un frame video dell'aggressione di una baby gang di minorenni nel quartiere del Vomero a Napoli il 12 ottobre scorso
Quasi tutti figli di professionisti. Residenti nella zona alta di Napoli. E noi, ingenui, ancora a credere alla vecchia favola che “solo” i quartieri a rischio partoriscono ragazzi cattivi e maleducati. La baby gang del Vomero, dunque, che pochi giorni fa ha pestato a sangue un padre di 50 anni che, per difendere le figlie, è stato aggredito, picchiato e spinto sotto un camion per la raccolta dei rifiuti e stava per rimetterci una gamba, non era composta da delinquenti noti alle forze dell’ordine e nemmeno da scugnizzi di strada ma da ragazzi appartenenti a famiglie istruite e benestanti. La gente è disorientata. La favola che vuole il male confinato in alcuni luoghi geograficamente definiti è in crisi. Attenzione, Napoli, in questo momento, è solo l’emblema di tante altre città.
Che cosa sta accadendo? Il problema ci sovrasta. Non lo sottovalutiamo. Di che cosa soffrono questi mocciosi? Che gli manca? Presi individualmente fanno tenerezza. Sono fragili e indifesi. Fossero anche poveri e analfabeti la risposta da dare sarebbe semplice e banale. Ma adesso? Di che cosa vanno rimproverati i genitori? Di averli viziati senza chiedere nulla in cambio? Martedì mattina, al teatro San Carlo, il cardinale Gianfranco Ravasi ha tenuto una magnifica lectio da titolo Adamo dove sei?.


Padre Maurizio Patriciello, parroco del Parco Verde di Caivano (Napoli)
Le sue parole hanno affascinato i presenti in sala. Ad ascoltarlo autorità civili, politiche, militari, rappresentanti della magistratura, della chiesa, studenti. Più che un oratore, Ravasi mi è sembrato un pittore. Nel teatro d’opera più antico del mondo non si sentiva un respiro. Volava alto il cardinale. L’uomo, Dio, il creato, le domande ultime, i grandi della storia, la Parola rivelata, il tormento di chi non crede, il dramma delle guerre, il dono della libertà. Mamma mia, che lezione! Non mi sono perso una sillaba. Mentre “bevevo” le sue parole, però, il pensiero correva al Vomero, a questi figli di professionisti maleducati e violenti. E mi chiedevo: «Ma che cosa si è inceppato? Dove abbiamo sbagliato? Perché questa sapienza antica e sempre nuova fa fatica a essere presa anche solo in considerazione da questi ragazzini?».
Ci flagelliamo, e potrebbe essere giusto. Non ci siamo accorti, però, che mentre perdevamo tempo a parlarci addosso, a litigare tra noi, a fare i furbi per spartirci il potere, a imbrogliare il fisco e calunniare lo Stato, il mondo virtuale, silenziosamente, lentamente, inesorabilmente, andava occupando ogni interstizio lasciato vuoto. Non ci siamo accorti che ogni minuto sottratto ai nostri figli negli anni in cui ancora ci tenevano come punto di riferimento, veniva occupato da chi non li ama e li corteggia solo per i propri interessi.


Un frame del video dell'aggressione avvenuta nel quartiere Vomero di Napoli il 12 ottobre scorso
(ANSA)Noi cristiani, poi, nonostante la fede professata, sempre di più siamo andati assumendo la mentalità di chi cristiano non è. Sento ripetere spesso, perfino nelle chiese, che il male è frutto dell’ignoranza. Intendendo per ignorante una persona che non è arrivato al diploma o alla laurea. Eppure, sappiamo bene che non è così. Ce lo dice non solo la fede ma la stessa esperienza. La bramosia del possedere o del comandare contagia tutti, giovani e vecchi, nobili e plebei, ricchi e poveri. Un amico un giorno mi ha detto:« Sai, nel mio ambiente c’è tanta invidia». Gli ho risposto: «Sbagli di grosso. Non solo nel tuo ambiente, l’invidia la ritrovi dappertutto».
Papa Francesco metteva in guardia da questo veleno persino preti e vescovi. Il male bussa alla porta di ogni cuore. È il cuore che, fin dalla primissima infanzia, occorre innamorare al bene. È il cuore che necessita di essere “infettato” da altri cuori innamorati del bene e del bello. Fermi tutti, per carità. Opponiamo ferma resistenza alla inutile indignazione, alle maledizioni consolatorie, all’illusione che pene più severe li renderanno migliori. Impossessiamoci di una lente di ingrandimento e andiamo alla ricerca del guasto da noi stessi causato. Cerchiamo di capire da dove dobbiamo ripartire. Smettiamola di credere che lamentandoci recupereremo i nostri rampolli. Scrolliamoci da dosso la tentazione di continuare a giocare allo scaricabarile. Corriamo ai ripari, piuttosto. Oggi stesso. Prima che il tenero cuore di questi pericolosi – e ancora recuperabili - “bulli” incancrenisca





