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A moment of the Alpini, specialised mountain warfare infantry corps of the Italian Army, parade during the final day of the 92nd muster in Milan, Italy, 12 May 2019. ANSA/FLAVIO LO SCALZO
C’è un simbolo che attraversa il tempo senza perdere il suo significato: il cappello con la penna, segno di appartenenza, memoria e fraternità. In un tempo dominato dalla velocità digitale e dall’individualismo, il cappello alpino continua a custodire un’idea diversa di forza: quella che non lascia indietro nessuno. Ne parliamo con Mario Renna, colonnello del Genio alpino, dodici missioni internazionali con la Nato nei Balcani e in Afghanistan e con l’Unione europea in Repubblica Centrafricana, oltre a un dottorato in Scienze strategiche. «Sono nato a Parma, in pianura, senza tradizioni alpine in famiglia», spiega Renna. «Da ragazzo ho visitato una caserma degli Alpini e ne sono rimasto colpito: non ho visto solo ordine, ma un luogo vissuto, tirato a lucido come una casa. La disciplina non appariva imposta, sembrava il linguaggio naturale di una famiglia. Sono entrato negli Alpini nel 1996, a ventinove anni: ero già tenente. Da allora porto il cappello alpino: quest’anno sono trent’anni. Ho iniziato a Rivoli e nel 1999 sono arrivato a Torino, alla Brigata Taurinense, dove ho svolto gran parte della mia carriera».
Come nascono gli Alpini?
«Sono soldati nati come difensori delle Alpi, militari che fanno parte a pieno titolo dell’Esercito italiano: una specialità della Fanteria, addestrata specificamente per il combattimento e le operazioni in ambiente montano estremo. Il Corpo è stato fondato il 15 ottobre 1872, a Napoli, quando Vittorio Emanuele II ha firmato il decreto istitutivo. L’intuizione è stata del capitano Giuseppe Perrucchetti, considerato il padre del Corpo, che si è posto il problema di come organizzare la sicurezza delle frontiere del Regno. Il problema era difendere i valichi orientali, dove c’era il confine aperto con l’Austria. La sua idea è stata rivoluzionaria: reclutare i giovani delle vallate montane e lasciarli presidiare la loro terra, in modo da rallentare l’avanzata nemica e permettere all’esercito di organizzarsi in pianura. Il generale Cesare Ricotti Magnani ha trasformato quel progetto in realtà: sono nate 15 compagnie da cento uomini distribuite lungo l’arco alpino, dieci in Piemonte e le altre tra Lombardia, Veneto e Friuli. Erano soldati della montagna, addestrati a vivere dove altri non sarebbero riusciti neppure a muoversi».
Quale fu il loro battesimo di fuoco?
«La battaglia di Adua, in Etiopia, nel 1896. Poi è venuta la Prima guerra mondiale, combattuta in quota, dove gli Alpini hanno pagato un tributo altissimo. Nella Seconda guerra mondiale c’è stata la tragedia di Russia, con migliaia di morti e dispersi nella ritirata del Don. Eppure proprio lì è emersa la loro anima più profonda: restare fedeli al compagno. Giulio Bedeschi, in Centomila gavette di ghiaccio, racconta quella ritirata come una sconfitta militare diventata vittoria morale. Dopo la guerra gli Alpini sono rinati e oggi operano nelle missioni internazionali, dai Balcani fino al Libano. Ricordo che gli alpini hanno meritato 219 medaglie d’oro al valor militare».
Che cosa resta oggi di quell’origine?
«Resta lo spirito, e una storia di valore. Il rischio di invasione non è più quello di allora, ma sopravvive una cultura fondata su sobrietà, solidarietà e senso del dovere. Gli Alpini di Perrucchetti non esistono più né antropologicamente né socialmente: i ragazzi frequentano la montagna per lo sport, non per fare i boscaioli o custodire le malghe. Oggi sono reclutati su base volontaria in tutta Italia, non solo dalle vallate, ma devono imparare lo stesso linguaggio della montagna: il rispetto del limite e il valore della comunità. A livello organizzativo le Brigate alpine sono due, Julia e Taurinense, speculari e di cinquemila militari ciascuna (un migliaio le donne), inquadrate nel Comando Truppe alpine di Bolzano, cui si aggiunge il Centro addestramento alpino di Aosta, che fornisce formazione di base e specialistica».
Che cosa significa essere Alpini nel 2026?
«Dal punto di vista militare significa essere un soldato di montagna moderno che continua ad addestrarsi in quota e ai climi artici. Però non si esaurisce in questo. Significa appartenere a una famiglia che va oltre il servizio militare. L’Associazione Nazionale Alpini (ANA), nata nel 1919 con pochi reduci della Grande guerra, conta oggi circa 320 mila soci: 224 mila ordinari in congedo e quasi 90 mila amici aggregati. Il motto è ancora attuale: “onorare i morti aiutando i vivi”. Lo si è visto nel terremoto del Friuli del 1976, dove 15 mila volontari hanno allestito 12 cantieri. Gli Stati Uniti hanno affidato direttamente all’Ana 53 milioni di dollari dell’epoca, segno di una reputazione costruita sul campo».
In un esercito sempre più tecnologico, quanto conta ancora l’uomo?
«Conta moltissimo. Droni e robot aiutano, ma in quota il freddo scarica le batterie, il maltempo blocca i mezzi, la montagna impone umiltà. La tecnologia supporta, ma la decisione finale resta dell’uomo: esperienza, lucidità e resistenza non sono sostituibili».
Quanto vale la conoscenza del territorio?
«La montagna è un ambiente unico: pendenze, gelo, neve, isolamento. Il soldato alpino deve saper muovere, vivere, combattere e soccorrere in alta quota. È un sapere che non si improvvisa e che resta un vantaggio strategico concreto».
Dove finisce il ruolo militare e dove inizia quello civile?
«Negli Alpini i due aspetti dialogano. Gli uomini in armi e quelli in congedo collaborano nella protezione civile, nelle emergenze e in alcune esercitazioni specifiche. Cambia il contesto, non cambia lo spirito di servizio».
Quali valori non possono tradire?
«Fedeltà, solidarietà, patriottismo. Ma soprattutto il principio più semplice: nessuno deve restare indietro. Il cappello alpino rappresenta proprio questo».
Che cosa insegna ancora oggi la montagna?
«Insegna che il limite non è un ostacolo ma una misura. In montagna si parte insieme e insieme si arriva. Se uno rallenta, gli altri lo aiutano. In un tempo che premia chi corre da solo, è una lezione di straordinaria attualità».



