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Il carcere fiorentino di Sollicciano.
Era il 1968. Nel carcere minorile di Torino, il “Ferrante Aporti”, erano rinchiusi alcuni ragazzi. Le celle erano costituite da una sorta di spelonca senza aperture, tranne l’affaccio comune sul corridoio degli ingressi. “Cubicoli medievali” le aveva chiamate Salvatore Romano, il coraggioso presidente che aveva messo in libertà tutti i giovani, descrivendo le spaventose condizioni dei locali.
Quasi sessant’anni dopo, il giudice di Firenze sequestra ben sette sezioni del carcere di Sollicciano: una decisione drammatica per ciò che comporta in concreto e per il suo significato.
Duecentocinquanta persone detenute in condizioni igieniche pericolose e in mancanza del minimo di sicurezza ambientale verranno trasferite come pacchi, distribuite qua e là; verosimilmente in altre carceri sovraffollate, come Sollicciano dove era ristretto quasi il doppio del dovuto. Pensiamoci in concreto: corpi compressi e accatastati, umori, odori, tensione, e ora un improvviso, necessario ma non meno disagevole spostamento.


La polizia penitenziaria davanti al carcere di Sollicciano, dove nel 2017 si svolse un Consiglio comunale straordinario sui problemi dell'istituto penitenziario fiorentino.
(ANSA)Il sequestro preventivo, con il quale la magistratura è intervenuta, significa che quell’oggetto – il carcere stesso! – era divenuto lo strumento per commettere un reato. Tutto è capovolto: da luogo rivolto, secondo la Costituzione, alla rieducazione del condannato, e al trattamento umano di chi è in attesa di giudizio, il carcere è ora l’opposto. Una involuzione continua, alla quale non si è mai posto rimedio, accentuatasi negli ultimi anni, mentre il ministro della Giustizia si perde in polemiche e conflitti con la magistratura.
Mancano edifici e personale; si volta il viso davanti ai dati sui suicidi. Non si affronta il problema dell’introduzione di una diversa specie di pena dove sarebbe possibile in relazione al tipo di reato.
Ed eccoci, alle soglie di un’estate bollente, al medesimo punto degli anni precedenti. La Costituzione è lontana, come la Convenzione sui Diritti dell’uomo. Questa, del giudice toscano, è una denuncia estrema: se non ne cogliessimo il significato, e insieme la inquietante occasione, vorrebbe dire che abbiamo rinunciato a trattare i detenuti come persone: che, dunque, abbiamo perduto anche noi tutti una porzione della nostra umanità.






