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Andrea Fasani
C’è un paradosso buio, che rasenta l’assurdo kafkiano, nel cuore della giustizia italiana. Accade quando il perimetro del controllo si stringe al massimo, quando l’istituzione dichiara di aver compreso la fragilità estrema di un uomo e, per proteggerlo da se stesso, lo spoglia di tutto. Lo isola. Lo chiude in una "cella liscia", priva di spigoli, priva di appigli, sotto lo sguardo teoricamente vigile delle telecamere e della ronda. È lì dentro, nella sezione ad "alto rischio suicidario" del carcere milanese di San Vittore, che un uomo affetto da una severa psicosi ha trovato comunque il modo di annullarsi, eludendo la sorveglianza e trasformando l'ultimo avamposto della prevenzione nel teatro del suo definitivo abbandono.
La cronaca recente ci aveva restituito quest'uomo attraverso i fotogrammi convulsi di un pomeriggio di ordinaria follia metropolitana a Milano. Camminava per strada agitando un machete, gli occhi persi nel vuoto di un delirio che nessuno aveva saputo intercettare prima. Un uomo pericoloso per gli altri, si è detto; una minaccia per la sicurezza pubblica, hanno gridato le agenzie.


Ma dietro quel ferro brandito contro i fantasmi della propria mente, c'era una richiesta d'aiuto drammatica, il sintomo plastico di uno scompenso psichico totale. Una volta disarmato dalle forze dell'ordine, l'apparato dello Stato ha risposto con l'unico automatismo che ancora gli rimane: il furgone della polizia penitenziaria, l'immatricolazione, il rumore pesante delle chiavi che girano nella toppa di San Vittore. Non un reparto di psichiatria, non una struttura di cura, ma il carcere. Ovvero, l'imbuto terminale dove la società civile scarica ciò che non riesce a comprendere, né a gestire.
A San Vittore, un carcere costruito nel cuore della città di Milano sul modello settecentesco del panopticon, data la palese vulnerabilità, l’uomo non ha nemmeno visto i reparti comuni.


È stato tradotto immediatamente nella sezione speciale, quella destinata a impedire ai detenuti di togliersi la vita. Eppure, la contabilità della morte non si ferma davanti alle designazioni burocratiche. Come denunciato con forza da don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità, i cui operatori ed educatori frequentavano proprio quel reparto speciale per portare un briciolo di ascolto e relazione, il dramma di questa vita spezzata solleva una domanda radicale: perché una persona con una diagnosi di psicosi così conclamata si trovava in una cella d’isolamento e non in un servizio sanitario?
La risposta non è solo un interrogativo etico, ma una sequenza di numeri spietati. La banca dati e le ricerche del dossier “Morire di carcere” mettono a nudo una realtà in cui l'istituzione totale nega, nei fatti, l'umanità dei più deboli: 28 persone suicidatesi in carcere da inizio anno, dopo le 80 del 2025 e le 91 del 2024. Le statistiche storiche e i dati epidemiologici sul disagio penitenziario rivelano che il tasso di suicidi in carcere in Italia è stabilmente di oltre dieci volte superiore rispetto alla popolazione libera, un'incidenza che si impenna drammaticamente proprio nei primi mesi e, paradossalmente, nelle prime settimane di detenzione: il momento dell'impatto originario con la privazione della libertà, quando il vuoto d'orizzonte si fa assoluto.


Non si tratta di tragiche fatalità isolate, ma di un collasso strutturale. I dati scientifici e i monitoraggi indipendenti sul disagio psichico confermano che oltre il 70% dei detenuti presenta una qualche forma di disturbo psicologico o psichiatrico, mentre i casi di psicosi conclamate, disturbi della personalità e gravi dipendenze patologiche gravano in modo sproporzionato sulle sezioni detentive. In istituti come San Vittore, cronicamente sovraffollati, la gestione di questa sofferenza abdica quasi fatalmente alla terapia clinica per ridursi a contenimento farmacologico e custodia coatta.


La psichiatria d'urgenza sul territorio è ridotta al lumicino da anni di tagli, e le strutture sanitarie idonee scarseggiano; così il sistema giudiziario usa le celle d'isolamento come surrogati di letti ospedalieri. Ma la "cella liscia" toglie i mezzi fisici del suicidio esasperandone, al contempo, le motivazioni psichiche. Privare un uomo in pieno delirio di ogni contatto, vestiario o punto di riferimento antropologico significa accelerarne il punto di rottura.


Chi vive il carcere dall’interno conosce bene la densità di questo isolamento. Nelle preziose testimonianze raccolte sul campo ed emerse dai racconti di chi abita le celle – come le voci dei detenuti Paolo, Mario, Amin e Tommaso, al centro del fumetto Morire di carcere de La Revue Italia realizzato con la redazione in carcere a Padova di Ristretti Orizzonti della casa circondariale Due Palazzi di Padova – emerge un sottomondo dove la burocrazia anestetizza anche i bisogni più elementari. «In carcere non si sposta una virgola senza che si sappia, eppure non si trova il peperoncino», spiegano i detenuti per descrivere un sistema iper-regolamentato nella forma ma totalmente inefficiente nella sostanza umana.
Un sistema capace di vigilare millimetricamente sulle piccolezze quotidiane, ma drammaticamente cieco quando si tratta di cogliere il punto di rottura di un'anima. Le storie che filtrano dalle sezioni più dure mostrano come l'impatto emotivo della reclusione agisca come un moltiplicatore di fobie, ossessioni e disperazione. Come ricorda la lucida testimonianza dei volontari e delle associazioni che tessono ogni giorno quel difficilissimo "tappeto narrativo" fatto di numeri e persone reali, la parte sommersa di questo iceberg impatta la vita di moltissime famiglie, lasciando dietro di sé una scia di rimozione e ambivalenza da parte del mondo esterno.


I dossier sui decessi negli istituti di pena dimostrano che l'aumento della sorveglianza visiva non basta. Anche perché educatori e agenti penitenziari mancano, e soprattutto questi ultimini sono vittime di tassi di suicidio, ben al di sopra della media nazionale. Risolvere il rischio suicidario svuotando le celle di ogni oggetto significa ignorare la radice del male. Il carcere è diventato l'unico presidio pubblico che non può dire di no. E così, quando una fragilità esplode in mezzo alla strada, il sistema penitenziario si trasforma nell’indecoroso "smaltimento di vite di scarto". Un gigantesco tappeto sotto cui nascondere la polvere della sofferenza sociale, ignorando il dettato dell’articolo 27 della nostra Costituzione, che impone una funzione rieducativa e di recupero della dignità umana, non un supplizio strutturale.
Quando la cronaca ci sbatte in faccia un uomo che gira con un machete a Milano, la nostra prima reazione è la paura. La seconda dovrebbe essere la responsabilità. Quell'uomo andava curato prima, protetto poi, e infine salvato da se stesso. Averlo affidato alle mura di un carcere, seppur in una cella sorvegliata, significa aver firmato una resa collettiva. Se le carceri continuano a essere il terminale ultimo della miseria e della malattia mentale, la morte di un detenuto in una cella d'alto rischio non è una fatalità inevitabile, ma il tragico verdetto di un sistema che ha smesso di guardare all'uomo per concentrarsi esclusivamente sul reato. Un urlo dentro il silenzio che la democrazia non può più permettersi di ignorare.














