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Hands holding old woman's hands
Ci sono sentenze che non chiudono una vicenda. La spalancano. Non perché assolvano un colpevole o condannino un innocente, ma perché ci costringono a guardare dove, troppo spesso, preferiamo distogliere lo sguardo. È il caso di Giuseppina Martin, la donna di 67 anni che, dopo aver assistito con enormi fatiche e rinunce (sue e di suo marito) per anni la madre novantatreenne malata di Alzheimer, una bella notte non ce l’ha fatta più e l’ha soffocata con un foulard, chiamando poi lei stessa i Carabinieri e confessando tutto. La Corte d’Assise di Arezzo l’ha assolta il 13 luglio scorso, riconoscendo che, in quel momento, era incapace di intendere e di volere a causa di un gravissimo crollo psichico.
Qualcuno ha letto quella decisione come una vittoria del pietismo, altri come una sconfitta della giustizia. In realtà la sentenza dice qualcosa di molto diverso. Non afferma, ovviamente, che togliere la vita sia diventato lecito (è ancora previsto l’ergastolo come pena edittale massima). Non introduce, nemmeno indirettamente, un principio favorevole all’eutanasia. Dice piuttosto che esistono situazioni nelle quali una persona può essere schiacciata da un peso così grande da perdere la capacità di governare se stessa. È il riconoscimento di una tragedia umana, non la legittimazione di un gesto.
Da cittadini dobbiamo domandarci come sia possibile che una figlia arrivi a spezzarsi in questo modo. La domanda non riguarda solo quella notte. Riguarda tutti gli anni che l’hanno preceduta. In Italia milioni di persone vivono una condizione simile. Secondo l’ISTAT sono circa sette milioni (!) i caregiver familiari, uomini e donne che ogni giorno assistono gratuitamente un coniuge, un genitore, un figlio o un altro familiare non autosufficiente. Molti dedicano alla cura decine di ore ogni settimana; altri non conoscono più ferie, domeniche o riposo. Il Censis descrive un universo segnato da isolamento, impoverimento economico, rinunce lavorative e crescente fragilità psicologica. È un esercito silenzioso che tiene in piedi una parte fondamentale del nostro sistema di welfare senza quasi mai occupare le prime pagine.
Eppure sappiamo che assistere una persona affetta da Alzheimer significa convivere con una malattia che consuma lentamente non solo chi ne è colpito, ma spesso anche chi lo assiste. La perdita progressiva della memoria, l’aggressività che talvolta accompagna la malattia, le notti insonni, il senso di impotenza, la continua vigilanza logorano profondamente l’anima. Quando manca una rete di sostegno – e in questo caso è clamorosamente mancata! –, il rischio di esaurimento fisico e psicologico diventa altissimo.
Lo Stato qualche passo da parte sua lo ha pure compiuto. La legge sulla non autosufficienza ha avviato una riforma attesa da anni. Restano l’indennità di accompagnamento, i permessi della legge 104, alcuni contributi regionali e comunali. Ma basta parlare con le famiglie per capire che non è sufficiente. L’assistenza domiciliare è ancora troppo limitata, i servizi di sollievo sono distribuiti in modo diseguale sul territorio nazionale, il sostegno psicologico ai caregiver è spesso affidato alla buona volontà di qualche associazione, i centri diurni non riescono a rispondere a tutte le richieste. Troppe famiglie continuano ad affrontare da sole un peso che dovrebbe essere condiviso.
È qui che la politica dovrebbe ritrovare il coraggio delle priorità. Ogni euro investito nell’assistenza domiciliare, nelle cure palliative, nei centri diurni, nel sostegno psicologico, nella formazione dei caregiver e nei servizi di sollievo non è una spesa, ma un investimento nella tenuta umana del Paese. Una società che invecchia non può limitarsi a contare i costi della non autosufficienza; deve imparare a prendersene cura.
La Dottrina sociale della Chiesa offre criteri che conservano tutta la loro attualità. La dignità della persona non viene meno quando il corpo si indebolisce o la mente si smarrisce. La solidarietà ci ricorda che la fragilità non è un affare privato, ma una responsabilità condivisa. La sussidiarietà chiede che le istituzioni sostengano realmente le famiglie, senza lasciarle sole quando le loro forze non bastano più. E il bene comune misura la qualità di una società dalla capacità di custodire chi è più vulnerabile.
Non mancano esempi luminosi. Le cure palliative, gli hospice, molte realtà della Caritas, i gruppi parrocchiali di vicinanza, le associazioni, le reti di vicinato offrono qualche ora di sollievo ai familiari e mostrano che esiste un’altra strada. Non eliminare chi soffre, ma condividere il suo peso. Non delegare tutto all’eroismo dei singoli, ma costruire comunità che sappiano accompagnare.
La vicenda di Giuseppina Martin non consegna alla cronaca soltanto una tragedia familiare. Ci pone davanti a uno specchio. Ogni volta che un caregiver crolla, non è soltanto una persona ad aver ceduto. È una rete di relazioni, di servizi e di responsabilità che non ha retto. E se vogliamo davvero onorare il dolore di questa donna, la domanda da cui ripartire non è se abbia avuto ragione o torto. È un’altra, molto più scomoda: quante Giuseppina stiamo lasciando sole, oggi, nelle nostre case?





