San Foca (Lecce)

Alle dieci del mattino, al Lido Play Beach di San Foca, marina di Melendugno, sulla costa adriatica del Salento, il caldo è già asfissiante e il pienone è quello di agosto. Gli ombrelloni sono aperti, il mare davanti è un po’ agitato e sulla spiaggia si muovono i clienti. Francesco Loprino e Vito Belviso sono al loro posto sulla torretta di salvataggio. Osservano l’acqua, parlano con i bagnanti, controllano che tutto sia in ordine. Fino a qualche mese fa, per loro, una giornata così non sarebbe stata neanche immaginabile.

Francesco ha 63 anni. È entrato in carcere per la prima volta nel 2013 e da allora è entrato e uscito più volte: «Mia moglie è morta molto tempo fa, ho un figlio di 33 anni che lavora. Un ragazzo a posto. Stargli lontano è dura. Ho perso i miei genitori poco tempo fa». Vito Belviso ha 51 anni e condivide con lui questa esperienza di lavoro fuori dal carcere. Per entrambi, arrivare ogni mattina sulla spiaggia significa fare qualcosa che per anni è sembrato quasi banale e che invece, dentro una prigione, può diventare enorme: essere di nuovi liberi e lavorare.

«La libertà è una cosa bella», racconta Loprino, «il primo giorno che siamo usciti per andare a fare il corso in piscina mi sono sentito una persona. Siamo arrivati, ci siamo fumati una sigaretta fuori, qualcuno ci ha offerto anche un caffè. Il caffè non lo prendevamo da anni».

I due bagini durante un intervento in mare
I due bagini durante un intervento in mare

I due bagini durante un intervento in mare

È da qui che bisogna partire per capire “Io Salvo”, il progetto nato nel Salento – il primo in Italia – per trasformare il lavoro in uno strumento concreto di rieducazione e reinserimento sociale. Tredici detenuti della casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce – uno dei penitenziari più a rischio sovraffollamento con circa 1.500 detenuti a fronte di una capienza di 800 – sono stati selezionati, formati e avviati al lavoro come assistenti bagnanti. Tutti e tredici assunti con regolare contratto nazionale in otto stabilimenti balneari e in un agriturismo con piscina. Uno di loro è stato nel frattempo trasferito a Taranto in regime di semilibertà.

Dalla cella alla spiaggia

Ogni mattina i detenuti lasciano il carcere e raggiungono autonomamente con i mezzi pubblici le marine della costa leccese: San Cataldo, Torre Chianca e altre località. Loprino e Belviso lavorano al Play Beach, una spiaggia libera attrezzata con circa 28 ombrelloni.

La giornata è divisa in due turni, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18. In mezzo, due ore di pausa. In totale, 36 ore settimanali. Poi, la sera, si torna in carcere. «Noi veniamo qua la mattina, lavoriamo, ci prendiamo un caffè, parliamo con la gente», dice Loprino, «è una cosa bellissima. Speriamo che questo progetto vada avanti. Anche per gli altri».

A sorprenderli è stata soprattutto l’accoglienza: «Pensavo che, essendo detenuti, magari fossimo visti in un certo modo. Invece ho notato che è tutto il contrario. Ci stimano molto. Forse anche per come siamo noi: sempre gentili, attenti, disponibili», spiegano.

Ismaele Barlafante, 23 anni, è il titolare del lido: «Sono stati accolti molto bene. Già da subito sono riusciti a far ridere tutti. Parlano molto con i clienti, scherzano, sono disponibili e anche molto attenti e scrupolosi nel fare il loro lavoro che è sempre molto delicato». Per Barlafante il progetto ha anche una ragione molto concreta: trovare personale: «Bagnini non ce ne sono. Anche se cerchiamo una persona già ad aprile, è difficile trovarla, soprattutto tra i più giovani. Queste persone oltre ad avere un riscatto sono anche molto attente e scrupolose».

Io Salvo incrocia così due emergenze: quella del lavoro nel percorso penitenziario e quella della carenza di assistenti bagnanti sulle spiagge.

Da sinistra: Vito Belviso, Mauro Della Valle, presidente nazionale di Confimprese Demaniali, Loprino e Ismaele Barlafante, gestore del Lido
Da sinistra: Vito Belviso, Mauro Della Valle, presidente nazionale di Confimprese Demaniali, Loprino e Ismaele Barlafante, gestore del Lido

Da sinistra: Vito Belviso, Mauro Della Valle, presidente nazionale di Confimprese Demaniali, Loprino e Ismaele Barlafante, gestore del Lido

Tre mesi per imparare a salvare

Prima di arrivare sulla spiaggia, i tredici detenuti hanno seguito un percorso formativo di circa tre mesi iniziato a marzo. Hanno svolto lezioni teoriche nel penitenziario, studiando ordinanze balneari, regole della sicurezza, imparando l’utilizzo del defibrillatore e poi prove pratiche in piscina, tecniche di salvataggio, primo soccorso, uso del defibrillatore e procedure per intervenire in caso di soffocamento. A giugno, hanno ottenuto gli attestati di idoneità per assistenti bagnanti e primo soccorso.

La formazione è stata realizzata con il contributo della Federazione italiana nuoto mentre gli esami si sono svolti alla presenza della Capitaneria di Porto. «Prima non sapevamo nemmeno da dove cominciare», racconta Loprino, «oggi, se vedo una persona in difficoltà, so cosa devo fare. Abbiamo imparato a rianimare una persona, a intervenire in caso di soffocamento, a salvare qualcuno che sta annegando e a portarlo a riva». Non si tratta dunque soltanto di preparare bagnini per l’estate. La formazione consegna competenze di primo soccorso utilizzabili anche fuori dalla spiaggia.

«Abbiamo immesso nella società persone che sanno usare un defibrillatore e fare un massaggio cardiaco», spiega Mauro Della Valle, presidente nazionale di Confimprese Demaniali Italia e uno degli attori del progetto, «abbiamo formato persone che, diversamente, non avremmo formato e che possono spendere questa competenza anche in futuro, una volta scontata la pena».

I detenuti della Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce che hanno partecipato al progetto
I detenuti della Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce che hanno partecipato al progetto

I detenuti della Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce che hanno partecipato al progetto

L’idea è nata durante un incontro in carcere promosso dalla Prefettura di Lecce, guidata da Natalino Domenico Manno, per mettere in relazione esigenze dei detenuti e richieste delle imprese: «Se le istituzioni e il mondo delle imprese si uniscono, possiamo dare una risposta a due problemi contemporaneamente: il sovraffollamento e la mancanza di personale», sottolinea Della Valle.

La responsabilità prima di tutto

Chi sta sulla torretta non può limitarsi a esserci. Deve osservare, prevenire, intervenire. La sicurezza dei bagnanti è affidata anche alle sue mani: «Ci rende molto responsabili dell’incarico che abbiamo», dice Loprino. Qualche intervento è già capitato. Un bambino è caduto in acqua mentre il mare era agitato e uno dei detenuti è intervenuto. In un altro caso, al lido Sole Luna di San Cataldo, una delle marine leccesi, un uomo non vedente che si trovava in acqua con la moglie è stato soccorso da persone formate nel progetto.

«Questi detenuti hanno imparato a mettere la propria vita a rischio per aiutare altre persone», osserva Della Valle, «persone che hanno commesso reati contro lo Stato oggi lavorano su un bene dello Stato e si assumono la responsabilità della sicurezza degli altri. È un riscatto enorme che non cancella il passato ma apre un’altra prospettiva per il loro futuro». Per Loprino il pensiero va già al momento in cui finirà la pena: «Io ho sempre lavorato fino ai 50 anni. Voglio tornare a farlo. Il problema nasce quando io esco di qua. Se esco e vengo di nuovo abbandonato, se non trovo niente da fare, è dura». Il lavoro dentro il carcere può diventare uno strumento di reinserimento solo se trova una continuità fuori: «Una persona che esce dal carcere deve continuare a essere seguita», dice Loprino, «bisogna darle l’opportunità di lavorare, di fare qualcosa. Io penso che molti prenderanno la strada del lavoro se viene data loro una possibilità».

Il logo del progetto
Il logo del progetto

Il logo del progetto

Il compenso è di circa 1.500 euro al mese. Per le aziende che assumono detenuti sono inoltre previste le agevolazioni della legge Smuraglia. Ma il valore dell’esperienza, per loro, non è soltanto economico: «Quando siamo usciti per la prima volta per andare al corso, abbiamo raccontato tutto ai nostri compagni. Eravamo persone libere».

Il mare e la fiducia

Al Play Beach la libertà ha anche dimensioni piccole: un caffè offerto da un cliente, una conversazione, un bambino che si avvicina, una nuotata durante la pausa. «Il mare per noi è un momento di relax e di libertà», dice Loprino. «Per loro è terapeutico», aggiunge Della Valle, «uscire da una cella, dove caldo e sovraffollamento rendono la detenzione molto difficile soprattutto in questo periodo, e arrivare in uno spazio così grande fa bene. Socializzi con le persone, con i bambini». E c’è una parola che ritorna nei loro racconti: fiducia. «Tra di noi ci diciamo sempre di stare attenti, di non sbagliare, di non fare qualche errore perché potremmo perdere questa opportunità», racconta Loprino, «la prima cosa per noi è il rispetto e l’educazione. È anche per questo, credo, che la gente qui ci ha accolto così bene».

Dalla spiaggia a un lavoro vero

Io Salvo è partito con tredici detenuti ma l’obiettivo è allargare l’esperienza. Della Valle sta preparando un progetto da presentare alle istituzioni coinvolgendo anche il Governo: «Vorremmo partire già a ottobre con tre corsi e arrivare almeno a 50 persone formate. Abbiamo avuto richieste da numerosi lidi e stabilimenti balneari non solo del Salento ma di tutta la Puglia». Finora, spiega, il progetto è stato sostenuto soprattutto con risorse private: «Il trasporto, i corsi in piscina, le divise. Adesso, visto che l’esperimento è riuscito, chiediamo alle istituzioni di darci fiducia e di sostenerlo con ancora più convinzione».

L’ambizione è replicare il modello anche in altre regioni e in altri settori, dal turismo alla ristorazione, dal settore alberghiero all’agricoltura. Un’esperienza che potrebbe servire insieme a ridurre la distanza tra carcere e società e a rispondere alla carenza di personale di questi settori. Resta anche la questione del riconoscimento ufficiale del brevetto per i detenuti, sulla quale è stato chiesto un intervento normativo ad hoc.

Al Play Beach, intanto, la stagione continua. Loprino e Belviso controllano i bagnanti, parlano con i clienti, svolgono il loro lavoro. A settembre torneranno a Borgo San Nicola. Ma quello che hanno imparato può accompagnarli oltre l’estate. «Siamo liberi, è questa la meraviglia», ripetono.