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Un momento degli scontri durante la manifestazione di solidarietà ad Abderrahim Fakir.
La morte di Abderrahim Fakir è inaccettabile. Ha ragione la premier Giorgia Meloni a dirlo, e ha ragione quando chiede che la verità va cercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno. In uno Stato di diritto serio, quando un uomo muore durante un intervento di polizia si indaga, si ricostruiscono i fatti, si accertano le responsabilità. E, se vi sono colpe, si puniscono. Ed è compito dei magistrati farlo.
Ma proprio perché la morte di Fakir è grave, proprio perché la domanda della famiglia merita rispetto, la violenza scoppiata nelle strade di Bologna col pretesto di reclamare giustizia per quest’uomo è intollerabile. Non soltanto perché ha ferito agenti, devastato negozi, incendiato automobili e trasformato il centro della città in un campo di battaglia. È intollerabile perché ha finito per tradire la stessa richiesta di verità da cui la manifestazione era nata.
La nipote di Fakir lo aveva detto con parole semplici, forse le più importanti pronunciate in questi giorni: «Non chiediamo vendetta». Chiedeva verità, giustizia, dignità. È difficile immaginare un messaggio più lontano da quello delle bombe carta, delle pietre e delle vetrine spaccate. La famiglia ha compreso ciò che i professionisti della rivolta fingono di non capire: alla violenza non può rispondere altra violenza, perché altrimenti la giustizia scompare e resta soltanto la vendetta.
È un vecchio vizio italiano quello di arruolare immediatamente ogni tragedia dentro una fazione. Da una parte c’è chi considera le forze dell’ordine sempre innocenti, quasi fossero al di sopra della legge. Dall’altra chi le considera sempre colpevoli, una specie di esercito d’occupazione da insultare e aggredire. Sono due menzogne speculari, buone per la propaganda e pessime per la convivenza civile.




La polizia non è lo Stato padrone. È un’istituzione dello Stato democratico, sottoposta alla legge come qualunque cittadino. Deve proteggere, non abusare. Ma chi indossa una divisa non perde per questo il diritto alla propria integrità, alla propria dignità, alla propria vita. Colpire un agente con una pietra o con una bomba carta non è dissenso politico. È violenza pura, senza attenuanti. E la violenza non diventa nobile perché si nasconde dietro uno striscione o una parola d’ordine rivoluzionaria.
In questi giorni bisognerebbe spegnere l’odio, da qualunque parte venga. Quello contro Fakir, ridotto magari a un problema di ordine pubblico. Quello contro i poliziotti, trasformati tutti indistintamente in assassini. Quello di chi invoca repressioni esemplari e quello di chi sogna la piazza come tribunale. L’odio non accerta i fatti, non rende giustizia, non restituisce i morti. Produce soltanto altri feriti e prepara il prossimo scontro. Dobbiamo superarlo, quest’odio.
Lo Stato di diritto esiste precisamente per evitare che ciascuno si faccia giustizia da sé. Il suo compito principale non è reprimere, vendicarsi o dimostrare la propria forza. È difendere la vita umana, garantire il bene comune e creare le condizioni perché i cittadini possano vivere senza paura.
La sicurezza non è il contrario della libertà, come sostiene certa retorica pigra. Ne è una condizione essenziale. Non c’è libertà quando si teme un abuso da parte di chi rappresenta lo Stato. Ma non c’è libertà neppure quando una minoranza violenta può incendiare una città, aggredire gli agenti e imporre con la forza la propria legge. Sicurezza e libertà devono procedere insieme, oppure finiscono entrambe. Tutto il resto è rumore, propaganda e barbarie.





