Si fa presto a dire sicurezza, è stato il cavallo di battaglia Governo in carica, fin dalla campagna elettorale, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e dopo tre anni e tre mesi di legislatura, il tema ricorre tra le 40 domande sorteggiate alla conferenza stampa di fine anno, della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

È la stessa Presidente del consiglio a metterlo in agenda con la crescita tra i «focus del 2026». Ma deve ammettere che sul tema sicurezza «i risultati per me non sono sufficienti», dunque «questo è l'anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». «Sono moltissime», dice le iniziative che abbiamo varato, «30mila assunti tra le forze ordine», «lo sblocco di investimenti fermi da molto tempo» sul tema, «il decreto sicurezza molto contestato dalle opposizioni che ora rivendicano sicurezza», «la lotta alla mafia con 120 latitanti catturati», «il lavoro fatto su Caivano». Tra i provvedimenti «che stiamo studiando» c'è anche quello sulle «baby gang», ha aggiunto Meloni secondo cui «alcuni di questi provvedimenti cominciano a dare risultati: nei primi 10 mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5%». Salvo poi attribuire ad «anni di lassismo non facili da cancellare» e dunque a chi è venuto prima le difficoltà e ai magistrati la responsabilità di vanificare il lavoro di Parlamento, Governo e forze di Polizia: «Se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione. Lo deve fare il governo, le forze della polizia, e lo dovrebbe fare la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza» spiega la Presidente del Consiglio che elenca una serie di recenti casi giudiziari.

«Posso fare decine di questi esempi», dice. «Quando questo accade, non è solamente vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine». Per poi parlare di un «elenco» (cosa che non marcherà di far discutere, in tema di separazione dei poteri) steso su quelle che ritiene le responsabilità dei magistrati in tema di sicurezza.

Meloni nega ogni delegittimazione della magistratura, ma al netto del fatto che, come diceva Lord Lord Bingham, i Paesi in cui tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del governo, non sono posti dove si desidererebbe vivere, (mentre Minneapolis mostra quali siano i rischi di un asse troppo stretto tra governi e polizia), quello che sembra emergere dalla conferenza stampa è che al tema certamente caldo e sentito della sicurezza si continua a rispondere, in termini di promesse e di nuove leggi (che non sempre danno buona prova di applicabilità), con una chiave sempre e soltanto repressiva (vanno in quella direzione il Decreto sicurezza, il Decreto Caivano, rivendicati, e la promessa di un intervento sulle babygang), mentre cronaca e società ci restituiscono ogni giorno fattori di insicurezza e fenomeni criminali che rimandano a marginalità sociali, a vite sbandate, a persone che non sembrano trovare un posto nel mondo, spesso sull’orlo di una migrazione difficile o di sempre nuove povertà, destinate ad aggravarsi nella rivoluzione tecnologica.

E intanto casi di cronaca allarmanti proprio in questi giorni s’incaricano di mostrare che le stesse espulsioni, che in certa retorica sembrano la soluzione di ogni male, non sono poi così facili da realizzare nella pratica: si scontrano con la mancanza di risorse, con gli accordi bilaterali che non ci sono, con identità e nazionalità incerte.

Quello che, invece, sembra mancare dall’orizzonte semantico della sicurezza, a giudicare dalla conferenza stampa, è una visione di lungo periodo del sistema Paese: mentre si promette continuamente di recludere e di allontanare chi devia, non si capisce bene che cosa si intenda fare per prevenire la marginalizzazione di chi cresce sentendosi invisibile, o diverso, escluso dalle opportunità, dal sentirsi parte, da un mondo che corre troppo veloce. Spesso scopriamo, dopo, che hanno vissuto simili sentimenti ragazzi che poi ritroviamo con un coltello in tasca o adulti finiti allo sbando. A volte, non sempre, sono seconde e terze generazioni di migrazione che non sanno bene a chi appartenere.

Non è una sfida facile, siamo un Paese di migrazione recente, altri hanno affrontato simili difficoltà prima di noi, e non esistono soluzioni semplici: ogni modello - compresi quelli contrapposti dell’assimilazionismo francese e del multiculturalismo inglese - ha mostrato criticità, ma sembra ingenuo pensare che un problema che esiste e che prima di essere penale è civile e sociale, trovi da sé magicamente una risposta lasciando che sia senza un progetto, senza un’idea di convivenza e di futuro, che punti anche a provare a tenere insieme una società, tra centro e periferia, prima che arrivi a fare ai coltelli.