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Nelle vicende degli incidenti stradali di questi giorni, di cui sono ancora in parte da chiarire le dinamiche, costati la vita a giovanissimi, colpiscono alcuni comportamenti: giovani che si infilano in 9 in un’auto, un ragazzo che filma ridendo un incidente stradale mortale senza pensare minimamente a soccorrere, un padre che precede in auto un bambino di 10 anni a bordo di una minimoto che sulla strada non è autorizzata a circolare.
Tutti, si presume, sanno di fare qualcosa che non andrebbe fatto, ma sembrano non percepirne il rischio né diretto (che qualcuno finisca male), né indiretto (subire una sanzione nel caso). È un tema di cui si sente spesso parlare, talvolta connesso alla visibilità social, quando si vede che un adolescente filma addirittura una scena che configura reato, magari essendone l’autore. per esibirla sui social, laddove, in passato, la consapevolezza di un’azione socialmente riprovevole portava a nasconderla, se non altro per tutelarsi dalle conseguenze. Ne parliamo con Paola Ortolan, Presidente del Tribunale per minorenni di Milano, che da una vita ha a che fare con i comportamenti dei ragazzi e, indirettamente, dei loro adulti di riferimento, per capire se davvero sta cambiando qualcosa a livello sociale.
Dottoressa Ortolan, che cosa sta succedendo, siamo davvero come dicono alcuni davanti a una mutazione antropologica, si cresce percependo meno la conseguenza delle proprie azioni?
«Posso parlare in linea di massima, per l’esperienza che mi porta all’incontro con ragazzi che hanno commesso cose che non andrebbero fatte, anche se non con il grado di approfondimento che questo tema richiederebbe. Viviamo un tempo in cui si cresce figli di una cultura secondo la quale tu esisti non per la tua interiorità, ma per quello che è visibile di te: dalla ricerca spasmodica di una identità virtuale, magari fittizia, visibile, nascono, per esempio, nel caso di adolescenti, i challenge, le sfide online che portano ragazzi a dimostrare di riuscire a fare una certa cosa che a volte è un reato. E finiscono per farlo scollando il piano della consapevolezza intellettiva di quello che stanno facendo, da quello della consapevolezza emotiva, interiore, anche etica e morale, perché di questo si tratta anche se sono parole desuete».
Nell’adolescenza la trasgressione è sempre esistita, ma si trasgrediva partendo dall’aver chiaro che si stava facendo qualcosa da non fare. Ora questa consapevolezza è meno chiara?
«In questa cultura più “fluida” in cui sai che una cosa non si può fare, ma non lo hai così chiaro perché sembra che così facciano tutti, l’impressione in chi fa il nostro lavoro è che questo passaggio di consapevolezza sia un po’ saltato. Questo rende anche più difficile giudicare i minorenni, quando c’è di mezzo un reato, perché il diritto penale presuppone che perché si configuri responsabilità si debba essere consapevoli di ciò che si fa: mentre quando ti trovi di fronte ragazzi che ti dicono: “sì, lo sapevo”, ma intanto ti guardano con uno sguardo un po’ vacuo, cogli che la loro interiorità più profonda così consapevole non sembra, anche perché nessun freno inibitorio è scattato. Quello che fa riflettere a proposito del ragazzo che ha girato il video dell’incidente è che le scuse sono intervenute quando probabilmente qualche adulto a posteriori gli ha fatto capire che si sarebbe cacciato nei guai, mentre dentro di sé lui si faceva vanto con quelli che avrebbero guardato i suoi post, non aspettandosi dal gruppo dei pari nessuna riprovazione».
Sono questioni che chiamano in causa l’educazione, il modo con cui si forma il senso di responsabilità. Che cosa manca?
«C’è da lavorare su piani diversi: un piano è la relazione con gli adulti che devono essere consapevoli e prendersi la responsabilità di dire con chiarezza, già ai piccoli mentre crescono, perché l’acquisizione del senso di responsabilità avviene per gradi, che certe azioni sono negative, in modo da far vivere la trasgressione come tale. Dall’altro bisognerebbe lavorare di più sul gruppo dei pari, perché poi non è vero che tutti i ragazzi sono disposti a tutto come si dice generalizzando, ma a volte è vero che tanti non hanno la forza di isolare o trattenere chi vuole trasgredire. Quando il silenzio o l’astensione degli altri rafforza il proposito trasgressivo diventa tutto più difficile, perché è più problematico intervenire sul gruppo che sul singolo».
A proposito di relazione con gli adulti, fa riflettere il caso del bambino di 10 anni in minimoto sulla strada con il padre presente. Nessuno ha pensato al ruolo del genitore?
«Colpisce il fatto che nessuno tra quelli che, anche in cronaca ne hanno parlato, abbia sottolineato il fatto che sarebbe toccato all’adulto che ne è responsabile evitare che un bambino di 10 anni, cui mancano quattro anni per guidare un motorino 50, si trovasse su una strada dove palesemente non poteva né doveva stare: a volte a portare a questi comportamenti è il desiderio, molto più diffuso di quanto si pensi, del “figlio campione”, proiezione dei sogni dei genitori. Non ci pensiamo mai, perché spesso sono contesti patinati, ma quante volte vediamo genitori esporre precocemente i bambini in Rete, togliendo loro ogni legittimo spazio di riservatezza, addirittura facendo della loro esposizione una fonte di reddito? Siamo sicuri che questa non sia una forma di maltrattamento? C’è una pubblicità progresso che mi pare renda bene l’idea della relazione genitoriale faticosa di questo tempo storico: l’adulto dà a un bambino un tablet perché stia zitto e intanto il genitore fa i fatti suoi. Può darsi anche che quello che l’adulto fa sia importante, ma il bambino in quel momento assorbe anche quello che non gli si dà in termini di relazione: è chiaro che se un bambino vede l’adulto che scrolla social mentre sta con lui, sarà difficile che impari una relazione equilibrata con questi strumenti e che da più grande non li identifichi come fondamentali».





