Certo, ricordo dov’ero in quell’uggioso 14 agosto 2018 nel momento del crollo. Le immagini sullo schermo, la rovina del grande ponte, l’angoscia, le telefonate ai familiari per sapere dove fossero. Poi il silenzio interiore, le domande sui morti e sui vivi, il dolore che si insinuava via via e sarebbe rimasto dentro di noi, in qualche misura per sempre.

La città fu ferita, ebbe il sostegno dello Stato e la solidarietà del Paese; il ponte è stato ricostruito, ora si usa chiamarlo con il nome del nostro concittadino Renzo Piano. Tuttavia nulla, si sa, può rimediare alla perdita di tante vite; resta però sempre l’esigenza di giustizia, cioè di un accertamento esauriente dei fatti e delle responsabilità.

Il processo ne è la sede per antonomasia; e dalla prima sentenza sono venute trentadue condanne e venticinque assoluzioni. Verranno gli altri gradi di giudizio: ma fin d’ora si può dire che l’impostazione accusatoria è stata confermata nel suo impianto e quanto alle figure principali.

Paolo Lepri, presidente del Collegio giudicante, Ferdinando Baldini (S) giudice a latere, e Fulvio Polidori, giudice a latere, durante la lettura per la sentenza di primo grado per il crollo di ponte Morandi, Genova, 16 luglio 2026.
Paolo Lepri, presidente del Collegio giudicante, Ferdinando Baldini (S) giudice a latere, e Fulvio Polidori, giudice a latere, durante la lettura per la sentenza di primo grado per il crollo di ponte Morandi, Genova, 16 luglio 2026.
Paolo Lepri, presidente del Collegio giudicante, Ferdinando Baldini (S) giudice a latere, e Fulvio Polidori, giudice a latere, durante la lettura per la sentenza di primo grado per il crollo di ponte Morandi, Genova, 16 luglio 2026. (ANSA)

Vi è stata una condotta colposa, secondo il tribunale, alla base del cedimento dei duecento metri del ponte. La pronuncia di tante condanne e insieme di molte assoluzioni dimostra che i giudici non hanno valutato in astratto la posizione di ciascuno, ma in concreto la condotta, le azioni e le omissioni. Il principio è il medesimo sul quale si è fondata la condanna per la strage di Viareggio, che ha toccato i vertici aziendali. È un passaggio importante: vi è stato un tempo lunghissimo nel quale pagavano quasi sempre gli anelli più deboli, le ultime ruote del carro. Davanti a questo nuovo atteggiamento della giustizia già si muove purtroppo un progetto del governo, che vuole limitare alla colpa grave la responsabilità dei vertici che abbiano adottato un adeguato modulo organizzativo dell’azienda, esonerandoli dalla concreta valutazione della condotta come viene effettuata dal processo: un salvacondotto, proprio nei giorni di importanti sentenze.

Quanto sia vitale anche per il futuro una seria e severa determinazione delle responsabilità viene in evidenza di fronte allo stato fatiscente di tanti manufatti. Le stesse autostrade sono spesso gravemente ammalorate per la lunga negligenza delle manutenzioni, che ha permesso grandi profitti a cinici imprenditori con grave pericolo per tutti i cittadini.

Proprio nei giorni precedenti la sentenza genovese è crollata una porzione del tribunale di Bolzano. Ci sono migliaia di edifici scolastici fatiscenti. Sono dunque in questione scelte politiche e di bilancio, per le quali dovrebbe esistere una responsabilità politica azionabile da parte degli elettori. Ma ci sono scelte gestionali, condotte imprenditoriali per le quali è indispensabile che viva un chiaro concetto di responsabilità. Da Genova, da chi ha perso figli e fratelli e genitori, è venuto un dolente ammonimento, che non può restare inascoltato.