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Liberi di scegliere è legge. Con una votazione all’unanimità il Senato ha approvato in via definitiva, il 15 luglio 2026, il provvedimento, nato dall'omonimo protocollo ideato nel 2012 dal giudice Roberto Di Bella, che introduce misure per proteggere e assistere i minori e i giovani under 25 – con le loro madri - che vivono in contesti di criminalità organizzata, consentendo loro di allontanarsi da famiglie mafiose.
Per il giudice Di Bella, ideatore del progetto, l'approvazione rappresenta un traguardo storico. «Sono molto contento», ha dichiarato subito dopo l’approvazione. Questa unanimità «è segno che “Liberi di scegliere” non divide ma unisce». Un risultato che arriva dopo anni di impegno cominciati quando Di Bella era presidente del tribunale per i minori di Reggio Calabria. E oggi che invece è alla guida del tribunale per i minori di Catania il giudice sottolinea che il cuore della legge è restituire ai più giovani la possibilità di scegliere il proprio futuro, sottraendoli al “destino” segnato dalla criminalità. La sua idea infatti era nata dall'aver visto «sfilare nelle aule dei tribunali per i minorenni ... tanti ragazzi che potevano avere una vita diversa dalla carcerazione», e che invece comparivano in giudizio – come i loro padri, i loro nonni, i loro fratelli più grandi - perché quella «cultura si eredita all'interno della famiglia». Da qui la decisione di allontanare i minori da certi contesti come si fa per le famiglie maltrattanti, in modo da «prevenire anziché reprimere».
Attualmente sono 200 i minori che, grazie alla rete messa in campo da Libera con il protocollo firmato anche dalla Conferenza episcopale italiana, hanno intrapreso percorsi nuovi insieme a 34 donne che si sono sottratte a legami mafiosi.


Anche papa Francesco aveva voluto incontrarle, nel 2023, per sostenerle nel loro percorso.
«Addirittura a Catania», ha sottolineato Di Bella, «si è pentito un boss di livello apicale dopo l’intervento sui suoi 5 nipoti. Sono risultati molto importanti che la legge amplificherà sicuramente». Le novità principali consistono nella possibilità di cambiare, con una procedura agevolata, il cognome per le donne e i minori che sono in fuga dai contesti di mafia. Inoltre ci sarà un aiuto per trovare un lavoro e una casa, per far studiare i ragazzi, un supporto psicologico e pedagogico.
All’approvazione della legge si è arrivati grazie all’impegno della presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo e della senatrice Vincenza Rando. Quest’ultima era vicepresidente di Libera quando è partita la rete di accoglienza a livello nazionale che ha portato donne e minori lontani dai contesti mafiosi. Colosimo ha voluto affidare proprio alla senatrice Rando, dell’opposizione, il coordinamento del Comitato, nato in seno alla Commissione, che aveva il compito di svolgere una inchiesta previa poi approdata nella legge attuale. Grande impegno, lo riconosce lo stesso Di Bella è arrivato anche dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari.
Con la legge i giudici per i minori potranno intervenire, oltre che dal punto di vista penale, dal punto di vista civile sulla responsabilità genitoriale. Perché, spiega di Bella, «è chiaro che un genitore che educa il figlio per farlo diventare un criminale non è un genitore. Noi abbiamo assimilato l’educazione mafiosa alle condotte maltrattanti. Un genitore che coinvolge il bambino nello spaccio di droga, lo utilizza come push, lo fa andare nelle piazze di spaccio, lo porta agli incontri di mafia o lo coinvolge addirittura negli omicidi non può essere un buon genitore».
Inoltre il giudice ricorda che anche boss al 41 bis, pur non pentendosi, stanno incoraggiando i giudici a salvare i loro figli e nipoti. «Qualcuno ci ha detto: “Giudice, allontani mio figlio da quel maledetto quartiere”».
La legge è stata accolta con favore anche dalla premier Giorgia Meloni, che l'ha definita «un tassello fondamentale per innovare la legislazione antimafia costruita da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», mentre Chiara Colosimo ha commentato: «Questa legge nasce dall'ascolto, dalla sofferenza trasformata in responsabilità». Con la sua approvazione lo Stato si dota di uno strumento concreto per offrire «un'alternativa di libertà» a chi nasce in una famiglia mafiosa, dimostrando che «nessun figlio deve essere condannato a ereditare le regole e le appartenenze criminali dei propri genitori».












