I Fradis - per gli Alpini - sono i fratelli friulani, quelli che furono vittime del violento sisma che colpì la regione il 6 maggio di cinquant’anni fa, causando circa mille morti e più di 60000 senza tetto.
Il Friuli era ed è la terra delle penne nere della Julia, la divisione che sul fronte sovietico nella Seconda Guerra Mondiale perse quasi tutti i suoi uomini. Fu una motivazione speciale, quindi, quella che spinse migliaia di Alpini in congedo ad accorrere in soccorso ai fratelli friulani, su cui si era abbattuta la furia dell’Orcolat, l’orco che si cela tra le montagne della Carnia e improvvisamente scuote la terra e le vite.
 

Mentre si estraevano i corpi dalle macerie, compresi quello di ventinove alpini di leva di stanza a Gemona, il presidente di allora dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA) - Franco Bertagnolli - pensa già al dopo, al contributo da offrire per la ricostruzione. Nasce così l’idea di istituire dei cantieri di lavoro, undici in totale, da distribuire in altrettante zone disastrate. Ciascun cantiere sarà autonomo, gestito da un ingegnere a capo di cento uomini tra muratori, carpentieri, idraulici, elettricisti e semplici manovali.

Un’organizzazione ben congegnata che ha alle spalle un centro operativo e un’area logistica di due ettari, dove affluiscono tutti i materiali che verranno usati per riparare 3280 case attraverso un milione di ore di lavoro fornite gratuitamente dagli oltre quindicimila volontari con la penna sul cappello che da tutta Italia, a turno, si alterneranno presso i cantieri che per mesi lavoreranno senza tregua.


Un’iniziativa che desta l’ammirazione anche del governo statunitense, che assegna all’ANA fondi pari a 287 milioni di Euro di oggi per costruire scuole e residenze per anziani. Edward W. Brooke, il primo senatore afro-americano al Congresso USA afferma: «Il senso patriottico e la capacità di effettuare lavori dell’ANA fanno presagire il successo del programma».

E così sarà. Allo sforzo prodotto nei cantieri si aggiunge l’effetto della solidarietà degli alpini, che raccolgono ingenti quantità di fondi e materiali,e non solo. Dagli archivi de L’Alpino, il mensile dell’ANA, emergono decine di testimonianze e di azioni concrete. Un Alpino emigrato in Canada manda un biglietto da venti dollari in una busta, scusandosi se è poca cosa. Le penne nere di Latina acquistano una vitella ed un aratro e portano tutto in Friuli.

Dalla Lombardia parte un gruppo di “Veci” che ricostruiscono il forno per il pane di un paesino distrutto. Tramite la Sezione Alpini di Padova, decine di famiglie si rendono disponibili ad ospitare bambini e ragazzi per non far perdere loro l’anno scolastico. Gesti che si manifestano all’insegna delle parole che un reduce di Russia - che non era alpino ma aveva apprezzato lo spirito di corpo dei commilitoni alpini al fronte, il loro senso di comunità e di solidarietà - scrive in una lettera al giornale: «degli Alpini mi fido» (allegando una banconota).

Tutto questo (e molto altro) è raccontato nel volume riccamente illustrato Gli Alpini ai Fradis, curato da Mario Renna e Laura Rosa e presentato oggi a Trieste dal Presidente ANA Sebastiano Favero insieme all’Assessore Regionale Riccardo Riccardi.

Un libro che si conclude raccontando come da quell’esperienza di mezzo secolo fa nacque la Protezione Civile dell’ANA, forte oggi di dodicimila volontari e volontarie, basata su un’organizzazione efficiente e capillare, che ha all’attivo più di sessanta interventi in Italia e nel mondo a seguito di calamità naturali e dispone di un ospedale da campo e di oltre 400 mezzi operativi.