C'è una data che in questa storia torna due volte, a distanza di sedici anni, come un richiamo che nessuno aveva osato pronunciare per primo: trentacinque anni. È l'età in cui, il 24 novembre 2009, la 'ndrangheta rapì e uccise Lea Garofalo in un appartamento di piazza Prealpi, a Milano. Ed è l'età che aveva sua figlia Denise quando si è tolta la vita. Tra le due date, in mezzo, una ragazza che a diciotto anni aveva visto sparire la madre nel nulla e a trentacinque, forse, non ha più trovato la forza di restare sospesa in quell'equilibrio impossibile che le era stato consegnato in eredità: continuare a vivere nascosta, fedele a una scelta di verità che non era stata sua ma che aveva fatto sua fino in fondo.

La riproduzione di una foto che fu fornita il 18 ottobre 2010 dalla Procura della Repubblica di Campobasso nella quale e' ritratta Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia che fu uccisa e sciolta nell'acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza, nel novembre 2009. In foto anche quattro delle sei persone che sono state condannate all'ergastolo per l'omicidio, questa sera, 30 marzo 2012, tra le quali l'ex compagno della Garofalo, Carlo Cosco -gli altri due, che non compaiono in foto, sono Rosario Curcio e Carmine Venturino-. ANSA
La riproduzione di una foto che fu fornita il 18 ottobre 2010 dalla Procura della Repubblica di Campobasso nella quale e' ritratta Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia che fu uccisa e sciolta nell'acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza, nel novembre 2009. In foto anche quattro delle sei persone che sono state condannate all'ergastolo per l'omicidio, questa sera, 30 marzo 2012, tra le quali l'ex compagno della Garofalo, Carlo Cosco -gli altri due, che non compaiono in foto, sono Rosario Curcio e Carmine Venturino-. ANSA
La riproduzione di una foto che fu fornita il 18 ottobre 2010 dalla Procura della Repubblica di Campobasso nella quale e' ritratta Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia che fu uccisa e sciolta nell'acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza, nel novembre 2009. In foto anche quattro delle sei persone che sono state condannate all'ergastolo per l'omicidio, questa sera, 30 marzo 2012, tra le quali l'ex compagno della Garofalo, Carlo Cosco -gli altri due, che non compaiono in foto, sono Rosario Curcio e Carmine Venturino-. ANSA (ANSA)

"Oggi è morta una giovane donna coraggiosa e sofferente". Comincia così, senza perifrasi, la nota con cui don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele, ha annunciato la scomparsa di Denise Cosco. Non un comunicato di circostanza, ma parole pesate come si pesano le cose che fanno male per davvero. "Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l'intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre". E poi, ancora: "Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile. E qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi".

Chi scrive di mafie sa che le parole, in certi momenti, non bastano mai; e sa anche che tacere sarebbe peggio. Don Ciotti sceglie la strada più difficile, quella della verità intera: "Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma". Una libertà rincorsa e mai davvero raggiunta, un'autonomia promessa e continuamente rinviata dalle esigenze della protezione, dai processi, dalla necessità, imposta da altri, non scelta, di scomparire per restare viva. "Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore".

Bisogna tornare indietro, a quella sera di novembre di sedici anni fa, per capire il peso di ciò che oggi si è spezzato. Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro, in Calabria, dentro una famiglia dove, come scrissero poi i giudici della sentenza definitiva, "violenza e illegalità erano i caratteri dominanti", e dove già da bambina aveva provato a sottrarsi a quel codice. Cresciuta tra faide e sangue, il padre e lo zio uccisi, il fratello Floriano ammazzato nel 2005 dopo anni di 'ndrina, Lea aveva creduto di potersi salvare innamorandosi di Carlo Cosco. Ne era nata Denise, nel 1991. Ma Milano, dove la coppia si era trasferita, non fu la via di fuga sperata: fu, scrissero ancora i giudici, una scelta "infelice". Quando nel 1996 Cosco venne arrestato per droga, Lea trovò il coraggio di lasciarlo, glielo disse in un colloquio nel carcere di San Vittore, con una reazione talmente violenta da richiedere l'intervento della polizia penitenziaria, e iniziò per lei e per la piccola Denise una vita di fughe, cambi di città, lavori interrotti. Fu lì, dopo un'auto incendiata due volte, che Lea decise di raccontare ai carabinieri quello che sapeva di droga, di clan, di omicidi. Diventò testimone di giustizia. O meglio: avrebbe dovuto esserlo, ma la legge che riconosce dignità piena a questa figura sarebbe arrivata solo nel 2018, troppo tardi per lei. Trattata a lungo come una semplice collaboratrice, esclusa dal programma di protezione nel 2006, riammessa l'anno dopo, Lea ne uscì definitivamente nel 2009, stanca e sfiduciata nello Stato che avrebbe dovuto proteggerla. Fu in quei mesi che incontrò don Ciotti, gli raccontò la sua storia, chiese aiuto a Libera e all'avvocata Enza Rando. Pochi mesi dopo, Carlo Cosco la attirò a Milano con la scusa di discutere il futuro di Denise. Il 24 novembre, in un appartamento preso in prestito per l'occasione, Lea fu uccisa. Il suo corpo, portato a San Fruttuoso, venne dato alle fiamme per tre giorni. Solo dopo la condanna di primo grado, uno degli assassini, Carmine Venturino, che era stato incaricato di sorvegliare Denise e con lei aveva finito per legarsi affettivamente, cominciò a collaborare, permettendo di ritrovare oltre duemila frammenti ossei e la collana della donna.

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Nella combo, da sx un momento della celebrazione dei funerali di Lea Garofalo in piazza Beccaria a Milano il 19 ottobre 2013 e - a destra - Lea Garofalo con la figlia Denise in una foto d'epoca. (ANSA)

Fu Denise, allora diciottenne, a rendere possibile la giustizia che sua madre non aveva mai davvero avuto in vita. Tornò dai carabinieri il giorno dopo la scomparsa, sicura che la madre non si fosse allontanata da sola, e raccontò tutto quello che sapeva. Al processo contro il padre testimoniò con una lucidità che i giudici avrebbero definito determinante. "Con orgoglio", disse allora, parlando contro chi le aveva dato la vita per condannarlo all'ergastolo. Un gesto che ha il peso specifico di un atto fondativo: la figlia che sceglie la verità della madre contro il sangue del padre, che si mette dalla parte giusta della storia sapendo che quella scelta l'avrebbe segnata per sempre.

Da allora Denise ha vissuto sotto protezione, con un'identità diversa, lontano dai riflettori che pure per anni hanno raccontato, nei libri, in un film Rai con Vanessa Scalera, in una serie Disney+, in un graphic novel, la vicenda di sua madre come uno dei simboli più alti della ribellione delle donne alla cultura mafiosa. Simbolo pubblico, Lea. Ombra necessaria e silenziosa, Denise: la parte della storia che dei simboli non sopporta il peso, perché è quella che deve continuare a vivere, ogni giorno, dopo che i cortei sono finiti e le targhe sono state scoperte.

È questo lo squarcio che le parole di don Ciotti lasciano intravedere, e che meritano di essere lette senza la tentazione, comprensibile ma sbagliata, di trasformarle in un'ulteriore agiografia. "Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola. Lei non lo vorrebbe". È un richiamo severo, quasi una correzione preventiva rivolta a chi, in questi giorni, cercherà facili morali nella tragedia di Denise. Non c'è moralismo che tenga davanti al logorio di una vita vissuta nascosta per fedeltà a una madre uccisa; non c'è retorica dell'eroismo che possa dire qualcosa di utile sul dolore di chi quella fedeltà l'ha pagata fino in fondo, e da sola. C'è solo, forse, la responsabilità collettiva che don Ciotti indica senza sconti a se stesso e a chi gli sta accanto: "Vorremmo dirle 'Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi”.

Le mafie non uccidono soltanto una volta. Lo insegna da sempre chi lavora, come Libera, sul lungo tempo della memoria delle vittime innocenti: la violenza mafiosa continua a fare danno molto dopo lo sparo o il rogo, nelle vite spezzate di chi resta, nell'esilio interiore imposto ai testimoni, nel prezzo silenzioso che grava su chi ha avuto il coraggio di parlare e per questo ha dovuto sparire. Denise Cosco è stata, in questo senso, un'altra vittima della stessa storia, sedici anni dopo, con un nome diverso sui documenti e la stessa ferita di sempre nell'anima. Sedici anni in cui ha portato avanti, con quella "sete di vita, di libertà e di amore" di cui parla don Ciotti, il sogno di una normalità che le era stata negata da bambina e che da adulta, protetta e insieme prigioniera del suo stesso destino, non è mai riuscita a raggiungere fino in fondo.

Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano circa un anno fa, e' stata uccisa e sciolta nell'acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza. ANSA/ LANESE
Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano circa un anno fa, e' stata uccisa e sciolta nell'acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza. ANSA/ LANESE
Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano circa un anno fa, e' stata uccisa e sciolta nell'acido in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza. ANSA/ LANESE  (ANSA)

"Denise, resterai per sempre dentro al nostro cuore e al nostro impegno", conclude don Ciotti. È una promessa che suona anche come un esame di coscienza per tutti: per lo Stato che tutela, ma non sempre accompagna, chi sceglie di collaborare con la giustizia; per una società che continua a celebrare il coraggio dei testimoni di mafia salvo poi voltarsi altrove quando quel coraggio, negli anni, si consuma nella solitudine. Restano, di questa storia, un cortile di periferia dove una donna fu bruciata viva, una panchina rossa a Milano, un parco, una biblioteca, un film.

E restano, soprattutto, due nomi che ormai la memoria italiana non può più separare: quello di una madre che scelse di ribellarsi alla 'ndrangheta, e quello di una figlia che quella scelta l'ha custodita, a costo della propria vita, fino all'ultimo giorno.