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epa09970883 Cardinal Joseph Zen (C) leaves the West Kowloon Magistrates' Courts in Hong Kong, China, 24 May 2022. Zen is on bail following his arrest by national security police after being accused of conspiring to collude with foreign powers in relation to a relief fund set up to providing legal assistance, medical treatment and emergency relief for protesters during the 2019 anti-extradition unrest. EPA/JEROME FAVRE
C'è un'aula al ventunesimo piano del tribunale di West Kowloon dove il calendario sembra essersi fermato al 2019, l'anno in cui Hong Kong scese in strada per l'ultima volta da città libera. Da allora ogni sentenza che ne esce è un'altra pagina dello stesso romanzo nero: quello di un territorio che Pechino sta riscrivendo verdetto dopo verdetto, fino a cancellare perfino la memoria di ciò che è stato.
Questa settimana i giudici ne hanno scritte due, a distanza di due giorni l'una dall'altra. Mercoledì 3 settembre la Corte d'Appello ha respinto il ricorso del cardinale Joseph Zen, 94 anni, vescovo emerito della diocesi cattolica più importante dell'Asia orientale, condannato insieme all'avvocata ed ex parlamentare Margaret Ng, all'ex deputata Cyd Ho, al docente universitario Hui Po-keung e alla cantante e attivista Denise Ho per non aver registrato come "società" il 612 Humanitarian Relief Fund, il fondo che tra il 2019 e il 2021 pagò le spese legali dei manifestanti arrestati o feriti durante le proteste contro la legge sull'estradizione. Venerdì, un'altra corte ha condannato a sette anni e tre mesi di carcere l'avvocata per i diritti umani Chow Hang-tung, 41 anni, e a sette anni il sindacalista Lee Cheuk-yan, 69, riconosciuti colpevoli di incitamento alla sovversione per aver continuato, attraverso la Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China, a chiedere la fine del monopolio politico del Partito comunista cinese. Con loro, cinque anni e due mesi per l'ex parlamentare Albert Ho, 74 anni, che si era dichiarato colpevole già a gennaio.


Sono nomi diversi, storie diverse, età diverse. Ma la colpa, agli occhi dei tribunali di Hong Kong, è sempre la stessa: aver creduto che, anche dopo il 2020, si potesse ancora dire ad alta voce ciò che si pensa.
Il caso Zen risale al maggio 2022, quando il cardinale e gli altri quattro fiduciari del Fondo furono fermati per qualche ora dalla polizia della sicurezza nazionale con l'accusa, poi caduta, di collusione con forze straniere. Restò in piedi solo un'imputazione più tecnica: non aver registrato il 612 Fund come associazione ai sensi della Societies Ordinance. In primo grado, nel novembre di quell'anno, ciascuno fu condannato a una multa di circa 500 euro.
In appello i cinque avevano sostenuto che il Fondo fosse un semplice trust e non una società, e che estendere l'obbligo di registrazione a ogni gruppo di cittadini riuniti per uno scopo comune avrebbe avuto conseguenze enormi sulla società civile. I tre giudici, guidati dal presidente della Corte Jeremy Poon, hanno respinto la tesi: il Fondo, hanno scritto, era stato amministrato "come un comitato di gestione", non come un semplice deposito di denaro. Margaret Ng ha già annunciato un nuovo ricorso alla Court of Final Appeal, l'ultimo grado disponibile, avvertendo che in gioco non c'è il destino di un fondo ormai sciolto da anni, ma il principio stesso della libertà di associazione in una città dove riunirsi per aiutare il prossimo può bastare a finire imputati.
Chow Hang-tung e Lee Cheuk-yan appartengono a un'altra generazione di quella stessa resistenza morale. Per decenni la loro Alleanza aveva organizzato, ogni 4 giugno, la veglia di Victoria Park in memoria della strage di piazza Tiananmen del 1989: l'unica commemorazione pubblica di massa che la Cina, in tutto il suo territorio, abbia mai tollerato. Con l'entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, le veglie furono vietate e l'organizzazione si sciolse l'anno dopo. Ma per i giudici non è bastato: promuovere ancora, sia pure a organizzazione disciolta, l'idea di un futuro senza il partito unico è già sovversione. Le autorità hanno sequestrato anche libri e documenti sul massacro del 1989, come se la carta stessa fosse un'arma da disinnescare.
Attorno a questi nomi si è chiusa negli ultimi mesi una rete che comprende quasi ogni figura simbolo del movimento del 2019: Joshua Wong, leader degli "ombrelli", che rischia ora una nuova incriminazione per collusione con forze straniere proprio mentre stava per uscire dal carcere; l'editore Jimmy Lai, tuttora imputato per la sua Apple Daily; decine di ex parlamentari, sindacalisti, librai indipendenti finiti sotto accusa per libri messi in vendita. È l'eredità della National Security Law voluta nel giugno 2020 direttamente da Pechino, bypassando il Consiglio legislativo locale: una norma nata, si disse allora, per contrastare sedizione, sovversione, terrorismo e collusione con l'estero, e diventata nei fatti lo strumento con cui il potere centrale ha smontato pezzo per pezzo l'autonomia promessa a Hong Kong fino al 2047 dalla formula "un Paese, due sistemi".
Non è un caso isolato, è un disegno. Sotto la guida di Xi Jinping, che ha concentrato nelle proprie mani un potere personale che la Cina non conosceva dai tempi di Mao, l'ex colonia britannica è diventata il laboratorio più visibile di un modello di controllo che non ammette più zone grigie: né nella finanza, né nell'informazione, né, come dimostra il caso Zen, nella fede. Un cardinale novantaquattrenne, mai condannato per nulla che assomigli a un reato comune, resta sotto processo simbolico per aver amministrato una cassa di solidarietà. Due dirigenti sindacali finiscono in carcere per aver tenuto viva, con una candela accesa una volta l'anno, la memoria di una strage che il Partito vorrebbe che la Cina dimenticasse. Sono storie di persone, ma raccontano soprattutto la traiettoria di un potere che ha scelto la sicurezza dello Stato come unica lingua ammessa, e il silenzio come unica forma di lealtà tollerata.
Chi ha vissuto l'Asia sa che le città, come le persone, portano addosso le cicatrici di ciò che hanno taciuto. Hong Kong oggi somiglia sempre più a Pechino e sempre meno a se stessa: i grattacieli sono gli stessi, il porto è lo stesso, ma la parola libera che un tempo la distingueva da ogni altra città cinese si sta spegnendo un processo alla volta. Restano, a difenderla, un vecchio vescovo che non ha mai smesso di credere nelle catacombe della coscienza, e due prigionieri che hanno scelto di non dimenticare. Non è detto che basti. Ma è, ancora, qualcosa.












