«Per me rimane sempre la persona che mi ha insegnato che cos’è il coraggio, Così come me lo ha insegnato sua mamma che ha messo a rischio e perso la sua vita per una scelta di legalità. Per chi vive in contesti “normali” è facile avere coraggio, ma la vera forza è stata la loro».

Enza Rando

Enza Rando, che ha seguito come avvocato Lea Garofalo e poi la figlia Denise, già vice presidente di Libera e oggi senatrice e membro della Commissione antimafia, la vuole ricordare come «una giovane donna, una madre, una testimone di giustizia», «come una persona che alternava allegria e silenzi», che aveva «quei grandi occhi blu, bellissimi, che continuo a guardare in una nostra fotografia “segreta” che ci ritraeva assieme. Denise era una ragazza solare, con una grande voglia di vivere e di amare. Sua madre aveva fatto una scelta importante e lei, che al tempo era piccola e non poteva scegliere, crescendo l’aveva compresa e condivisa. Aveva un grande desiderio di verità. Era una guerriera resistente».

Il post pubblicato da Enza Rando alla notizia della morte di Denise

Eppure si è tolta la vita. Se lo aspettava?

«Intanto dobbiamo ancora capire cosa è avvenuto. Io non parlo di suicidio finché non lo dice la magistratura. La procura di Velletri sta indagando per accertare cosa è realmente successo e quali sono state le circostanze di questi ultimi mesi e settimane. Però, quando è arrivata la notizia per me è stata del tutto inaspettata. Non ho mai pensato, mentre la seguivo più assiduamente, che potesse mai pensare di togliersi la vita. Se, però, si è trattato di suicidio nessuno ha diritto di giudicare un gesto così intimo. In ogni caso, nonostante tutto, era una ragazza che ha lottato fino alla fine per trovare la sua strada, la sua serenità nonostante quei mostri che l’hanno abitata, nonostante il peso inumano che le gravava sulle spalle. Ripeto, qualunque cosa sia successo, di Denise resta il suo coraggio».

Lo Stato ha fatto tutto quello che poteva per proteggerla?

«Il servizio protezione ha funzionato. Se con la mamma ci sono state delle lacune quando Denise, con molto dolore e molto coraggio, ma fidandosi dello Stato, è rientrata è stata accompagnata benissimo».

Perché continua a parlare di coraggio?

«Perché non ha avuto problemi ad andare al processo contro il padre, a parlare per tantissime ore, a raccontare che nessuno poteva pensare che la madre fosse scappata, come sosteneva il padre, lasciandola sola. Siamo arrivati alla verità su Lea per il forte legame che l’univa a Denise e per la determinazione di questa giovanissima ragazza all’epoca appena diciottenne a cercare la verità».

Come era con sua madre?

«Sembravano due sorelle e a Denise piaceva quando glielo dicevo. Lei, però, spesso, era la più giudiziosa delle due. Appariva meno ribelle e più saggia. Insieme erano bellissime»

Qual è il ricordo più caro?

«Ce ne sono tanti. Uno particolare fu una vacanza con una mia amica che partiva per il viaggio di nozze. Praticamente facemmo il viaggio con i due neo sposi. Lui molto taciturno, con Denise si apriva, si divertiva. Facevano i tuffi assieme ed era un po’ come se lei avesse trovato un padre. Era un professore universitario, un uomo di una certa cultura e lei ci parlava con una normalità familiare. E ci faceva anche un po’ ridere che stessero facendo il viaggio di nozze con noi».

Ma la mafia pensa di aver vinto con la morte di Denise?

«Non credo proprio. Anzi, la reazione corale che c’è stata per questa morte la mette in difficoltà. La mafia vuole rimanere inabissata, non attirare l’attenzione. La mobilitazione a Milano davanti al giardino dedicato a Lea dice che la mafia non ha vinto. Il punto, però, è che non ha vinto neppure lo Stato. Per vincere dobbiamo assumere il tema della mafia come una questione democratica. Capire che la mafia crea dolore, sempre, non solo a chi uccide, ma anche a chi rimane, alle vittime, all’economia, alla società. Che getta timori anche fra le pubbliche amministrazioni oneste che, se fanno le cose troppo bene, si ritrovano le macchine dei sindaci bruciate, per esempio. Noi dobbiamo arrivare prima, non aprire gli occhi solo quando ci sono fenomeni eclatanti. Finché la mafia non viene considerata come un fatto veramente di questione democratica, perché vengono violati i principi costituzionali, allora diventerà sempre più potente».

Se anni fa ci fosse stata la legge su Liberi di scegliere le cose per Denise sarebbero potute andare diversamente?

«Non lo so. Quello che posso dire è che le mafie ammazzano in molti modi, non solo fisicamente ma anche dopo. Denise lo diceva che le mafie creano dolore senza senso. Lasciano ferite e chissà cosa succede nella testa delle persone, sempre che si tratti di suicidio. Però, ripeto, nel servizio di protezione, se con Lea non sono stati all’altezza, bisogna dirlo, Denise è stata bene accompagnata. La consideravano una figlia, una sorella quelli più giovani. Poi quando il servizio finisce, si cambiano le generalità e si comincia a costruirsi da soli la propria vita forse si sente di più la solitudine. In questa fase in cui si devono costruire relazioni, in cui non puoi parlare del tuo passato, in cui hai un nome nuovo e tagli con tutto il resto bisognerebbe prevedere un accompagnamento psicologico, una qualche rete. Nel progetto Liberi di scegliere abbiamo previsto un ruolo dell’associazionismo. Ci deve essere un accompagnamento umano, Sto pensando molto a come intervenire in questa fase molto delicata».

Come ricordare Denise?

«Come una donna forte. Spero che sia ricordata come colei che, da ragazza piccola, ha fatto delle cose enormi dentro un processo difficile. Che lo ha fatto con coraggio. Con dignità, tantissima dignità. E se ci sono state fragilità – che vanno accertate anche per giustizia nei confronti del suo bambino di quattro anni che avrà diritto di sapere la verità – non si possono e non si devono giudicare. E, soprattutto, non cancellano la grande testimonianza che ha dato».

L’epilogo della sua vita può scoraggiare chi sta pensando di abbandonare i contesti mafiosi?

«Spero e credo di no. Penso che, piuttosto, possa far avanzare e non arretrare chi sta pensando a questa scelta. Le donne che lo stanno facendo e tutti quelli che sono inseriti nel progetto Liberi di scegliere lo stanno facendo per amore dei figli, della libertà, per una vita migliore. Questo epilogo, però, chiede a noi tutti, all’informazione, al Parlamento, al Governo, alla società una grande responsabilità. Non possiamo pensare che queste sono storie di scarto. Ora tutti piangiamo perché è appena successo, ma non dobbiamo dimenticare domani. Dobbiamo avere costanza in questo. Continuare a parlarne. Non si possono aprire gli occhi solo quando accade qualcosa di drammatico, ma ogni giorno per vedere le tante solitudini dentro queste storie maledette e intervenire in tempo».+