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Ogni anno a giugno l’INPS diffonde una ricchissima documentazione statistica relativa ai lavoratori domestici regolarmente retribuiti, a quelle persone, cioè, che entrano regolarmente nelle nostre case – e spesso ci dormono – con funzioni di colf, baby sitter o assistenti familiari (per brevità badanti).
Naturalmente i dati INPS sono riferiti solo a chi è titolare di un regolare contratto di lavoro, e questo già solleva una prima riflessione e una domanda, su quanti siano poi, in aggiunta ai “regolari”, i lavoratori che entrano nelle nostre case e operano in nero, pagati in contanti, con accordi solo verbali, senza versamenti di contributi, protezione da giorni di malattia ecc. Oppure lavorano “in grigio”, con contratti che coprono solo una parte delle ore realmente lavorate, mentre il resto è “fuori busta” (quindi senza tasse e senza contributi).
In effetti questo primo aspetto appare preoccupante, perché nel 2025 risultano all’INPS 804.464 lavoratori, in calo di circa 18.000 unità rispetto all’anno precedente. Ma non è ragionevole presupporre che “cala il lavoro domestico” perché c’è meno bisogno; le famiglie sicuramente in questi anni hanno come minimo lo stesso livello di necessità (se non maggiore), e quindi, realisticamente, alla diminuzione dei lavoratori domestici “ufficiali” (nei dati INPS) corrisponde un aumento di rapporti di lavoro informali.
Questo calo, inoltre, è purtroppo un trend consolidato, se si considera che nel 2021 (anno dell’ultima regolarizzazione di tanti lavoratori stranieri) questo dato era vicino al milione di addetti (959.769). Dai dati – molto ricchi, e tutti disponibili sul portale INPS – emergono diverse riflessioni e questioni aperte, che ci permettiamo qui di sottolineare brevemente, senza pretese di completezza.
Una prima riflessione molto importante riguarda l’età di questi lavoratori, che vede una crescente prevalenza di soggetti con più di 50 anni. In altre parole, i giovani (stranieri e soprattutto italiani) sono sempre meno attratti da questo tipo di lavoro, e in pochi anni molti lavoratori domestici usciranno dal mercato del lavoro, rendendo sempre più difficile il reperimento di tale figura. D’altra parte il lavoro è sicuramente impegnativo (per le badanti si parla anche di contratti a 50-54 ore settimanali), con retribuzioni certamente ridotte (salario medio mensile circa 9.000 euro per le badanti e 7.000 euro per le altre figure, ma dipende molto dal numero di ore lavorate), e, come tutte le professioni di cura, esige anche una disponibilità alla relazione con persone fragili (empatia, attenzione ai bisogni dell’altro, adattabilità) non così facile. Anche per questo per molte persone (soprattutto maschi stranieri) il lavoro domestico è spesso solo un primo step di inserimento (magari per stabilizzare il permesso di soggiorno), ma dopo pochi anni le persone trovano altre occupazioni, probabilmente meglio retribuite e anche meno stigmatizzate.
Forse questo dato dovrebbe essere considerato non come un problema di “carenza progressiva di offerta di lavoro”, ma come una ragionevole dinamica del mercato e dei progetti di vita delle persone, ed essere utilizzato come una leva promozionale. In altri termini, è ragionevole aspettarsi che una persona non voglia fare per tutta la vita lavoro domestico; però potrebbe essere meglio protetto e tutelato come un primo passaggio di ingresso nel mercato del lavoro (della cura ma non solo), cui far seguire ulteriori percorsi di specializzazione e di sviluppo professionale.
Particolarmente significativo che la presentazione del Rapporto INPS sia stata organizzata in partnership con Nuova Collaborazione, una organizzazione di datori di lavoro domestico (le famiglie, cioè) che per prima, nell’ormai lontano 1969, promosse e sottoscrisse il primo accordo collettivo sui lavoratori domestici. In tal modo si evidenzia infatti quanto sia importante che le famiglie siano aiutate ad essere dei “buoni datori di lavoro” (funzione delle associazioni datoriali), anche se magari potrebbe costare qualcosa in più, perché avere rapporti formalizzati e regolati da contratti nazionali dà più tranquillità, dignità e qualità a tutti i soggetti in gioco: le famiglie, i lavoratori e le persone (o le loro case) destinatarie della cura. Inoltre, a partire da rapporti di lavoro formalizzati si potrebbe anche costruire un sistema di qualificazione professionale dei lavoratori, a garanzia di tutti.
Appare evidente che il tema esige anche un maggiore sostegno da parte dei pubblici poteri, che si traduce anche (ma non solo) in maggiori risorse economiche. Basterebbe rendere davvero efficaci sistemi di deduzione (o di detrazione) dei costi sostenuti, ovviamente solo di quelli documentati. Se infatti la famiglia potesse “scaricare” una quota consistente dei costi realmente sostenuti, sarebbe decisamente incentivata a regolarizzare il rapporto professionale; così il lavoratore sarebbe protetto, verrebbero pagate tasse e contributi previdenziali, le eventuali vertenze sarebbero regolate in modo formale, il lavoro domestico riceverebbe riconoscimento e qualità professionale, e probabilmente anche i “soldi in più” spesi in detrazioni rientrerebbero – almeno parzialmente – in Irpef e contributi INPS versati.
Insomma: un gioco “win-win”, cui sistema pubblico, famiglie e lavoratori beneficerebbero insieme di una maggiore regolarizzazione dell’intero sistema.
Del resto – giova ricordarlo – tuttora il welfare familiare è insostituibile per proteggere le persone fragili nel nostro Paese: ricordiamo gli oltre 7 milioni di caregiver di lavoro gratuito familiare, che si affiancano al lavoro domestico retribuito, e per i quali il lavoro domestico è sostegno spesso indispensabile.





