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I leader dei Paesi Nato al vertice di Ankara.
«Un’Europa più forte in una Nato più forte»: è tutto qui, in questa frase contenuta nella dichiarazione conclusiva del vertice di Ankara firmata dagli alleati, il senso del summit che ha riunito i Paesi dell’Alleanza atlantica e la definizione dello scenario futuro dell’Organizzazione nata nel 1949. Lo ha sottolineato il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, affermando: «Per restare transatlantici dobbiamo diventare più europei».
Di fronte a un progressivo disimpegno degli Stati Uniti di Donald Trump, che ormai da tempo non nasconde il suo malcontento nei confronti degli alleati, arrivando in questi giorni a ventilare la possibilità di ritirare tutti i soldati Usa dal territorio europeo, il vertice di Ankara ha messo nero su bianco che il futuro dell’Alleanza atlantica può essere garantito solo attraverso una radicale trasformazione della sua struttura che la renda più autonoma ma non meno salda, capace di sopravvivere senza le garanzie di difesa finora fornite dagli Stati Uniti, grazie a una collaborazione più stretta con l’Unione europea, come ribadito anche dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.
Del resto, Donald Trump lo ha confermato in pieno ad Ankara, dove è arrivato di malavoglia, è tornato a esprimere il suo evidente fastidio verso la Nato, ha lanciato nuovi strali contro gli alleati, ha di nuovo rimproverato l’Italia che non gli ha concesso le basi per la guerra all’Iran, ha denunciato di voler rompere i rapporti commerciali con la Spagna che non vuole innalzare le spese militari al 5%, è tornato ad alimentare la tensione con la Danimarca riaffermando le sue mire sulla Groenlandia.
Washington, dunque, cambia le sue strategie geopolitiche di lungo termine e chiede ai Paesi europei di assumere un nuovo ruolo di guida dell’Alleanza, se vuole che questa continui ad esistere. D’ora in avanti l’Europa dovrà essere capace di difendersi per conto suo, senza più contare su quella protezione degli Usa che ha caratterizzato la Nato fin dalle sue origini.


Donald Trump e Volodymyr Zelensky all'incontro bilaterale.
(REUTERS)L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, che ha sede a Bruxelles, nacque come alleanza politico-militare collettiva dopo la Seconda guerra mondiale, in piena Guerra fredda, riunendo due Paesi del Nord America (Usa e Canada) e dieci dell’Europa (fra i quali l’Italia) con lo scopo di controbilanciare il potere crescente dell’Urss creando una garanzia di difesa e una forma di deterrenza contro la minaccia sovietica, sulla base dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che afferma il diritto degli Stati indipendenti alla difesa individuale o collettiva. Con la caduta dell’Urss la Nato non si è dissolta, ma ha modificato le sue strategie e i suoi obiettivi, occupandosi ad esempio delle missioni di pace nei Balcani, in Afghanistan, in Medio Oriente, nel Mediterraneo a sostegno del fianco Sud. Nel corso del tempo l’Alleanza si è allargata verso est, ai confini con la Russia, con l’ingresso degli ex appartenenti al Patto di Varsavia ed ex Paesi del blocco comunista, arrivando alla composizione attuale di 32 membri.
A partire dal 2014, con la guerra del Donbas, nell’est dell’Ucraina, a seguito dell’insurrezione armata sostenuta dalla Russia, la successiva proclamazione delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, e l’occupazione e annessione della Crimea da parte della Federazione russa, Mosca è tornata a essere percepita come una concreta minaccia per i Paesi dell’Europa dell’est (a partire dalle piccole Repubbliche baltiche, entrate nella Nato nel 2004). Nell’ultimo decennio, così, il baricentro geopolitico e militare dell’Alleanza si è progressivamente spostato verso est, l’Europa orientale e baltica, e la Polonia ha assunto un ruolo sempre più rilevante e strategico all’interno dell’Organizzazione.
Questo assetto, che ha sollevato critiche e discussioni all’interno della Nato stessa perché non è condiviso da tutti, è durato fino a oggi e, anzi, negli ultimi anni si è rafforzato: dopo l’aggressione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, la Finlandia e la Svezia hanno fatto richiesta di adesione e sono entrate nell’Alleanza (rispettivamente nel 2023 e nel 2024) per difendersi dall’eventuale minaccia alla loro integrità territoriale grazie al principio della difesa comune fissato dall’articolo 5 del Trattato (se un Paese Nato viene attaccato gli altri membri si impegnano a intervenire militarmente in sua difesa).
Un pilastro, la difesa collettiva fondata sull’articolo 5, che ad Ankara è stato riaffermato con forza: nella dichiarazione conclusiva gli alleati ribadiscono la loro «unità, solidarietà e forza collettiva» come «fondamento della pace, della sicurezza e della prosperità». Lo sguardo è ancora puntato verso la Russia: l’impegno per la difesa, si legge ancora nella dichiarazione, per gli alleati è necessario «per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo».
Le parole-chiave sono difesa e deterrenza, che si basano su un mix di «capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche»: secondo la visione dei Paesi dell’Alleanza, per evitare nuove guerre scoraggiando possibili attacchi dall’esterno bisogna dimostrare di essere forti. Per farlo, è necessario «ampliare la capacità produttiva collettiva». Ad Ankara sono stati annunciati nuovi appalti per oltre 50 miliardi di dollari.


Donald Trump al termine della conferenza stampa conclusiva.
(REUTERS)Nella costruzione della sicurezza transatlantica emerge con forza il ruolo dell’Ucraina, che per la prima volta viene riconosciuta come partner fondamentale per il suo contributo alla difesa del continente. Gli alleati confermano il pieno sostegno a Kyiv e si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento nel 2026 e mantenere lo stesso livello di assistenza anche nel 2027. Il presidente ucraino Zelensky invitato ad Ankara ha incontrato Donald Trump, per parlare di una possibile via di uscita dalla guerra.
Gli europei riconoscono sempre di più la rilevanza strategica di Kyiv nella costruzione della difesa comune. La grande capacità ucraina di produrre autonomamente droni, che sta decisamente cambiando l’andamento della guerra con la Russia, ha rapidamente trasformato l’Ucraina da Paese soltanto destinatario di assistenza in un Paese fornitore di sistemi di sicurezza all’Europa. Lo ha sottolineato il premier olandese Rob Jetten: quando la Russia ha aggredito l’Ucraina ci si domandava cosa potessero fare l’Europa e la Nato per Kyiv, oggi Europa e Nato devono domandarsi cosa possono imparare dall’Ucraina.
Al forum dell’industria della difesa ad Ankara, Zelensky ha firmato “accordi sui droni” con tre membri Nato, Danimarca, Estonia e Paesi Bassi. Trump dal canto suo ha cambiato atteggiamento nei confronti di Zelensky e dell’Ucraina dichiarando che gli Usa concederanno a Kyiv la licenza per produrre da soli i sistemi Patriot, ritenuti necessari dall’Ucraina per intercettare i missili balistici che Mosca continua a lanciare in modo massiccio sul Paese.
Spese militari – con l’obiettivo di raggiungere l’obiettivo di investimento fissato al 5% del Pil dei singoli Stati entro il 2035 -, minacce alla sicurezza, rafforzamento della difesa comune: queste le priorità del vertice e della sua dichiarazione finale. Nessun cenno, tuttavia, al pesante costo umano delle guerre in corso, alle vittime e alle crisi umanitarie che queste provocano, al costo sociale dell’aumento della produzione di armamenti, che già nel 2025 ha conosciuto un incremento rilevante.
Nel momento in cui Donald Trump mette fine al cessate il fuoco con l’Iran, accantona il memorandum d’intesa siglato a giugno e riaccende il conflitto riprendendo l’offensiva contro il Paese, nella dichiarazione finale del summit gli alleati affermano che Teheran non deve possedere l’arma nucleare e chiedono al Paese di rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Affermazioni che arrivano dopo le forti tensioni fra Trump e gli alleati sul conflitto in Iran: il presidente Usa non ha perdonato agli europei il mancato appoggio nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica. Di fatto, gli alleati Nato al vertice hanno mantenuto il silenzio sulla nuova campagna militare Usa. L’unico ad aver appoggiato apertamente gli attacchi è stato il segretario generale della Nato Rutte, che non perde occasione per adulare Trump e ha definito i raid «assolutamente necessari».







