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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante l'apertura dei giardini del Palazzo del Quirinale alle fasce deboli della popolazione in occasione della Festa nazionale della Repubblica, Roma, 1 giugno 2026 .
«Nella vita dei cittadini e delle comunità si riverberano sempre più le conseguenze delle tensioni internazionali, generando preoccupazioni e insicurezze. In questo contesto, a quanti sono alla guida dei pubblici uffici sono di grande valore, nell’esercizio dei propri mandati, capacità di ascolto, intelligente lettura delle dinamiche sociali emergenti, sensibilità per le situazioni di disagio e di maggiore fragilità, per elaborare risposte efficaci». E ancora: «Il dialogo, l’ascolto, la prossimità sono canoni essenziali per interpretare ogni civica responsabilità orientata alla coesione sociale».
Sono tra le prime parole dedicate dal Presidente della Sergio Mattarella al 2 giugno in cui si celebra l’80° compleanno della Repubblica, contenute nel messaggio ai Prefetti, inviato appena prima di cominciare le celebrazioni a partire dall’apertura dei Giardini del Quirinale alle fasce deboli.
Sono parole nelle quali potremmo ravvisare un autoritratto, senza parere, come quelli dei quali gli artisti d’epoca moderna, Caravaggio e Tiziano su tutti, usavano disseminare le proprie opere senza porsi in primo piano, dissimulando sé stessi in figure defilate. L’uomo che siede al Quirinale, sedendo pochissimo in realtà ma anzi facendosi trovare ogni volta ove ci sia bisogno che chi rappresenta la Repubblica e la sua unità faccia sentire la propria vicinanza ai cittadini, emana una solidità pacata: la forza tranquilla di una autorevolezza che unisce e non divide, tenendo il punto istituzionale quando serve, anche con fermezza, senza mai dare spago a strumentalizzazioni d’opposto segno, senza mai uscire dalle righe, siano esse dell’architettura istituzionale (lo aiutano i trascorsi da professore ordinario di Diritto parlamentare e gli anni da giudice alla Corte costituzionale) o della compostezza espressiva.
I suoi discorsi, di una chiarezza limpida lessicale e sintattica rara in politica, articolati in frasi mai più lunghe alle due righe, riescono a farsi capire da tutti cogliendo ogni bersaglio con semplicità e misura, senza mai cadere nel semplicismo, ma anche riuscendo inequivocabili nella loro trasparenza.
Sergio Mattarella ha il passo della giusta misura, mai troppo, mai troppo poco: da un lato la moral suasion, dietro le quinte, con gli interlocutori istituzionali, sempre lasciando trapelare nulla più che lo strettissimo necessario; dall’altro i discorsi pubblici, sempre occasione per ribadire i valori della Costituzione italiana e della sua presenza dentro la cornice dell’Europa, e per ricordarne il perimetro a istituzioni e cittadini.
Una sorvegliata attenzione a non esondare mai dal proprio ruolo, ma anche, insieme, la disponibilità a utilizzarne, quando ne percepisca la necessità, tutta l’elasticità, definita da alcuni costituzionalisti “a fisarmonica”, che la Carta concede al Presidente della Repubblica. Si pensi alla mossa “decisionista” dell’incarico per un Governo tecnico a all'economista Carlo Cottarelli il 28 maggio del 2018, servita a sbloccare lo stallo della coalizione Giallo-Verde e alla formazione del Governo Conte 1.
Tempestività e senso dell’opportunità le sue cifre: declinati nel senso delle istituzioni laddove le medesime abbiano rischiato qualche scossone, come quando il 9 aprile del 2015 convocò un Plenum del Csm straordinario per manifestare sostegno alla giustizia ferita dalla strage nel Tribunale di Milano o, come quando, pochi mesi fa, in un momento di campagna elettorale referendaria sopra le righe, partecipò irritualmente ai lavori ordinari del Consiglio superiore per: «La necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione».
Ma è nel garbo personale e istituzionale quando si tratta di far sentire la vicinanza ai cittadini, che il Presidente della Repubblica dà la misura di una umanità profonda che va oltre la carica: si tratti delle vittime smarrite di grandi tragedie (chi potrebbe dimenticare l’abbraccio fisico, silenzioso, alle madri delle vittime del ponte Morandi, che diceva senza parole di tutta la comprensione di chi c’è passato?) o dei bambini e dei ragazzi che gli rivolgono domande di integrazione e di futuro.
È a loro, ai giovani che infatti molto lo apprezzano, che Sergio Mattarella più spesso rivolge quel sorriso spontaneo e trattenuto, che tante volte – anche con accenti autoironici - gli abbiamo visto propagato agli occhi chiari, in mezzo agli sportivi: ragazzi anche loro, simboli della Repubblica anche loro, di cui sembra comprendere benissimo tutto l’impaccio quando al suo cospetto, intimiditi, inciampano in discorsi troppo più grandi di loro dentro palazzi cui non sono avvezzi. L’eco forse di una ritrosia che ha conosciuto.
Pur avendo, infatti, poi dato all’impegno politico spessore, dedizione, esperienza e schiena dritta, come quando si dimise con altri quattro Dc, da ministro dell’Istruzione nel 1990 per non votare la legge Mammì, in tema di concessioni Tv, su cui il VI Governo Andreotti, aveva messo la fiducia, Sergio Mattarella sarebbe probabilmente rimasto, per naturale riserbo lontano dalla politica attiva, se una pagina nera della storia della Repubblica non si fosse messa di traverso alla sua vita il 6 gennaio del 1980, quando si trovò a estrarre dalla macchina davanti a casa il corpo crivellato del fratello Piersanti, che da presidente della Regione Sicilia aveva avuto il “torto” di mettersi di traverso alle mire di chi aveva voluto il sacco di Palermo.
Non per caso sondaggi (anche diversi) ribadiscono che Sergio Mattarella è oggi l’unica figura istituzionale cui i cittadini danno, trasversalmente alle appartenenze, oggi in larga parte fiducia: «Con il 61,8% delle espressioni di fiducia, infatti», si legge nella sintesi dell’ultimo Rapporto Italia Eurispes, presentato il 28 maggio, «l’apprezzamento per Sergio Mattarella si discosta notevolmente dal risultato, percentualmente poco elevato e ben al di sotto della metà del campione, fatto registrare dal Parlamento, dal Governo e anche, sebbene con minore intensità, dalla Magistratura». E se è vero che il ruolo del presidente della Repubblica è nato per unire, mentre i partiti, di governo e di opposizione, necessariamente dividono: «L’osservazione dei dati in serie storica, ci restituisce un quadro da considerare in crescita nel corso del tempo in termini di fiducia accordata dagli italiani. Basti considerare che nel 2015, anno di insediamento del Presidente Mattarella al Quirinale, la percentuale dei consensi era al 45,3%».
Segno che i cittadini percepiscono coerenza tra parole e vita, quando Mattarella dice, come nel messaggio ai Prefetti, che: «Il dialogo, l’ascolto, la prossimità sono canoni essenziali per interpretare ogni civica responsabilità orientata alla coesione sociale». E che: «Consolidare l’architettura della fiducia tra istituzioni e cittadini, ravvivando in ciascuno il senso più autentico della partecipazione democratica, è compito persistente nella vita della Repubblica».





