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La foto è tratta dalla mostra alla Galleria delle Arti Liberali di Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno dal titolo 1976-2026. La Brianza oltre la diossina. Volti e storie dall’archivio fotografico de “Il Giorno”. Realizzata nell’ambito delle celebrazioni per il settantesimo anniversario del quotidiano, ripercorre attraverso immagini e documenti le conseguenze del disastro e la lunga strada verso la rinascita. Fino al 15 luglio.
di Arianna Monticelli
Sono da poco passate le 12.30 di sabato 10 luglio, una giornata calda ma ventilata, quando in Brianza accade l’impensabile. È il 1976, le fabbriche qui lavorano a pieno ritmo, a beneficio di tutti. Quel giorno, però, qualcosa frena per sempre la fiducia indiscussa nella moderna industrializzazione. Nell’azienda Icmesa, Industrie Chimiche Meda Società per Azioni, nel Comune di Meda al confine con Seveso, la rottura del disco di sicurezza di un reattore libera nell’aria TCDD, acronimo di tetraclorodibenzoparadiossina, una molecola altamente tossica. Lo si saprà solo dopo diversi giorni: è l’inizio di un evento che segna per sempre un territorio, ma condurrà anche all’introduzione di normative europee per sistemi di sicurezza industriale, a tutela della salute e dell’ambiente. Un disastro che oggi, a 50 anni esatti di distanza, viene ricordato anche per la capacità di una popolazione di reagire, pretendere risposte e rinascere, e che verrà commemorato con l’arrivo a Seveso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Quando accade l’incidente, l’Icmesa, controllata dal gruppo Givaudan di Ginevra, parte della multinazionale Hoffman La Roche, è chiamata da tutti “la fabbrica dei profumi”. Dal 1948 produce qui sostanze intermedie per cosmetici e farmaci. Intorno, in pochi decenni, sono sorte villette costruite con sacrifici da famiglie arrivate soprattutto da Veneto e Mezzogiorno. Cinquant’anni fa, quando chi vive più vicino alla fabbrica percepisce un odore acre, non immagina che una sostanza invisibile, spinta dal vento, si sta già depositando su case, campi e persone, avvelenando un raggio di sei chilometri tra Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio. Il sindaco di Seveso, la domenica mattina, viene informato sommariamente dell’incidente dai vertici aziendali, che minimizzano.
Ma i giorni passano e iniziano a bruciare fiori e verdure e gli animali da cortile a morire. Il 17 luglio, osservando ciò che accade e senza sapere quale sia il “nemico”, scatta l’emergenza: un’ordinanza dichiara un quartiere “zona invasa da gas tossici”. Si proibisce il consumo di frutta e ortaggi anche nei Comuni vicini. I sindaci girano con il megafono per allertare i cittadini. I giornalisti locali ne danno notizia e in pochi giorni il caso fa il giro del mondo, soprattutto quando i bambini più vicini alla fabbrica si riempiono di macchie rosse in viso. È la cloracne, manifestazione dell’intossicazione da diossina, ma allora nessuno sa interpretarla. All’Ospedale Pio XI di Desio inizia il monitoraggio: si analizzano campioni di sangue, senza risultati in grado di dare certezze.
Nel frattempo viene delimitata l’area interessata, divisa in tre zone: la zona A è quella di massima contaminazione, dove i militari mettono il filo spinato; sono coperti da tute bianche e maschere antigas. È l’immagine che etichetterà per sempre la zona e i suoi abitanti: Seveso diventa sinonimo di contagio e paura e sarà così per anni, con i mobili d’eccellenza prodotti qui rimandati indietro agli artigiani e le persone in vacanza fatte tornare a casa con una scusa, pur di non averle nel proprio albergo.
A luglio si dispone l’evacuazione di oltre 200 persone. Ad agosto gli sfollati diventano oltre 700. Chi abita nella zona più contaminata non rientrerà mai più nella propria casa. Tutti gli altri la rivedranno dopo un anno e mezzo, svuotata di tutto. Tutti gli animali vengono abbattuti. È una comunità smarrita, ma non immobile. Chi è stato evacuato si organizza in comitati, chi è rimasto prova ad aiutare. Nasce l’Ufficio decanale di assistenza, creato da giovani cattolici tra i 17 e i 20 anni, per sostenere le famiglie e fornire informazioni per contrastare disinformazione e paura. A settembre 1976, nell’allora Seminario Arcivescovile di Seveso, i giovani organizzano un grande incontro di solidarietà: arrivano in 5 mila da tutta la Brianza.
Intanto la popolazione continua a essere sottoposta a un massiccio monitoraggio sanitario. Uno screening enorme che a distanza di 50 anni non si è mai interrotto e oggi continua sulle nuove generazioni. Nessun aumento di tumori o mortalità è stato, nei diversi studi, direttamente ricondotto alla diossina, anche se si confermano danni all’organismo; ma più della sostanza tossica assorbita dal sangue, ha contato il peso psicologico e sociale del disastro. Anche l’incertezza della bonifica e dei risarcimenti ha lasciato segni profondi.
Nel 1977 la Regione Lombardia definisce il piano di bonifica e apre l’Ufficio speciale Seveso. Nel 1982 nasce la prima Direttiva Seveso: l’incidente spinse infatti l’Europa a regole rigorose per tutelare persone e territori esposti a siti industriali con sostanze pericolose. A partire dal 1981 vengono costruite due enormi vasche di sicurezza per depositare tutto il materiale contaminato: sull’area, dal 1983, sorge il parco naturale Bosco delle Querce, 43 ettari di memoria e rigenerazione. Seveso ha trasformato dolore e rabbia in impegno collettivo, il dramma in monito e cultura della responsabilità ambientale. Proprio al Bosco delle Querce, insignito nel 2026 del Marchio di Patrimonio europeo, venerdì 10 luglio arriverà Mattarella.





