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Ci sono storie che non finiscono davvero mai. Restano sospese nella memoria di un Paese come una ferita che non si chiude, anche quando passano gli anni, anche quando cambiano le generazioni, anche quando la cronaca sembra aver voltato pagina. La storia di Cristina Mazzotti è una di quelle. Aveva diciotto anni quando, la sera del primo luglio 1975, fu rapita davanti alla casa di famiglia a Eupilio, vicino al lago di Como. Un sequestro come tanti in quegli anni, quando la ’ndrangheta aveva scoperto che i rapimenti potevano diventare una miniera d’oro per finanziare la propria espansione al Nord. Cristina era figlia di una famiglia benestante, studiava al liceo Carducci di Milano, aveva amici, progetti, l’orizzonte limpido dei diciott’anni.
Bastarono pochi minuti per cancellare tutto: un’auto che si ferma, uomini armati, la ragazza trascinata via e il silenzio che resta davanti al cancello di casa. I sequestratori la portarono lontano e la nascosero in un buco di cemento nelle campagne del Novarese. Uno spazio minuscolo, umido, quasi una tomba scavata nella terra. Lì dentro Cristina restò per più di un mese.


Per tenerla sedata le somministrarono tranquillanti, dosi pesanti che indebolirono il suo corpo già provato dalla prigionia. Quando la famiglia pagò il riscatto, un miliardo di lire, una cifra enorme per l’epoca, era ormai troppo tardi. Cristina era morta il 31 luglio, soffocata dalla prigionia e dai farmaci. Il suo corpo venne ritrovato poche settimane dopo, abbandonato in una discarica.
Aveva diciotto anni. Quel sequestro segnò una stagione della storia italiana: gli anni in cui le cosche calabresi usarono i rapimenti per accumulare capitali e consolidare il proprio radicamento economico e criminale nel Nord del Paese. Non fu un episodio isolato, ma parte di una strategia precisa: sequestri, riscatti, investimenti. Soldi sporchi trasformati in imprese, terreni, attività economiche. Un’economia parallela che cresceva nell’ombra mentre gran parte del Paese faticava ancora a riconoscere la presenza delle mafie fuori dal Sud. La vicenda giudiziaria legata al sequestro di Cristina Mazzotti è stata lunga e complessa. Alcuni responsabili furono individuati e condannati negli anni successivi, ma non tutti. Per decenni quella storia è rimasta incompleta, sospesa tra verità giudiziarie parziali e domande senza risposta. Fino a oggi.
Il 4 febbraio scorso la Corte d’Assise di Como ha pronunciato una nuova sentenza su quella vicenda: due degli esecutori materiali del sequestro e dell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo: Giuseppe Calabrò, 81 anni, e Demetrio Latella, 71 anni. Cinquant’anni dopo i fatti, la giustizia ha rimesso un altro tassello al posto giusto. È una sentenza arrivata tardi, inevitabilmente tardiva rispetto alla vita di una ragazza che non c’è più. Ma non è una sentenza inutile. Perché la giustizia, anche quando arriva dopo decenni, continua a dire qualcosa alla coscienza collettiva di un Paese.
E soprattutto perché, in quell’aula di tribunale, non c’erano soltanto magistrati, avvocati e familiari della vittima. C’erano anche molti giovani. Ragazzi che non erano ancora nati quando Cristina fu rapita. Tra le persone sedute sulle panche dell’aula c’era Arianna Mazzotti, nipote di Cristina. È nata proprio in quei giorni del 1975, poche settimane prima che il corpo della zia venisse ritrovato. Non l’ha mai conosciuta, eppure Cristina è sempre stata presente nella sua vita. «In famiglia non si respirava rabbia», racconta oggi. «I nostri nonni hanno fatto una scelta precisa: non lasciare che il dolore diventasse odio». È una frase che spiega molto del modo in cui la famiglia Mazzotti ha attraversato questi cinquant’anni. Il dolore non è stato rimosso, ma trasformato. «I nostri nonni», continua Arianna, «hanno provato a trasformare quella tragedia in qualcosa che potesse servire agli altri». È così che è nata l’idea di una fondazione dedicata a Cristina, voluta dal nonno Helios poco prima di morire. Un modo per far sì che quel nome non restasse solo un ricordo familiare, ma diventasse una storia da raccontare ai ragazzi. «La memoria», dice Arianna quando incontra gli studenti nelle scuole, «deve diventare responsabilità». È una parola che ritorna spesso nelle sue frasi. Responsabilità di conoscere, di ricordare, di capire. Responsabilità di non voltarsi dall’altra parte.
Ed è proprio questa responsabilità che ha portato molti giovani a sedersi nell’aula del tribunale di Como durante il processo. Quasi novanta studenti hanno seguito le udienze insieme ai familiari della vittima, accompagnati dal presidio milanese di Libera intitolato a Lea Garofalo. Tra loro c’era Lavinia Torelli, ventidue anni, laureata in Scienze internazionali all’Università Statale di Milano con il professor Nando Dalla Chiesa e oggi studentessa del master in International Security Studies alla Charles University di Praga. Per lei seguire il processo non è stato solo un gesto simbolico, ma anche un’esperienza di formazione concreta. «Studiare sicurezza internazionale», spiega, «significa anche capire come agiscono le mafie e come funzionano i meccanismi della giustizia».


Sedersi in aula, ascoltare le testimonianze, seguire il lavoro dei magistrati e degli avvocati è stato un modo per vedere la giustizia all’opera. «A volte», racconta, «sentire certe ricostruzioni è stato molto duro. Ma proprio per questo è importante esserci». Perché la mafia non è una storia lontana nel tempo o nello spazio. È dentro la società. Lo sa bene anche Gabriele Ambrosio, ventinove anni, della segreteria del coordinamento provinciale di Milano di Libera. È stato lui, insieme ad altri volontari, a promuovere la presenza degli studenti in aula durante il processo. «Le mafie prosperano quando la società si distrae», dice. «Quando i cittadini smettono di guardare, quando pensano che sia un problema che riguarda solo altri». Per questo accompagnare la famiglia Mazzotti durante il processo è diventato un gesto semplice ma potente. «Non era un’iniziativa simbolica», spiega Ambrosio. «Era una scelta di presenza». I ragazzi arrivavano da Milano con i treni del mattino. Restavano in aula per ore, ascoltando interrogatori, ricostruzioni, arringhe. A volte tornavano a casa stanchi, ma con la sensazione di aver partecipato a qualcosa di importante. «Non era un’attività scolastica», sottolinea Ambrosio. «Nessuno era obbligato a esserci». Tra tutti quei ragazzi, una presenza ha colpito particolarmente la famiglia Mazzotti. Leonardo Verza ha diciassette anni e frequenta il liceo scientifico Virgilio di Milano. È stato uno dei pochi a seguire tutte le udienze del processo, dall’inizio alla fine. «All’inizio ero curioso», racconta. «Avevo sentito parlare della storia di Cristina durante un campo di formazione di Libera». Poi ha deciso di andare in tribunale. Una volta. Poi un’altra. Poi ancora. Fino a non perdere più una seduta. «Mi ha colpito pensare che Cristina aveva la mia età», dice. «Era una ragazza che studiava a Milano, proprio come tanti di noi». Durante il processo Leonardo ha imparato molto più di quanto si possa leggere nei libri di scuola. Ha ascoltato i racconti, le ricostruzioni degli investigatori, i dettagli della prigionia. Ha visto da vicino come funziona la giustizia. «Ho capito che la mafia non è qualcosa di lontano», spiega. «E ho capito anche un’altra cosa: che i mafiosi non hanno la faccia dei mostri». È una delle lezioni più dure dell’antimafia reale. Gli imputati apparivano come uomini qualsiasi, persone che si potrebbero incontrare in un bar o su un autobus. «Se li incontrassi per strada», dice Leonardo, «probabilmente non li riconoscerei». Ed è proprio questa normalità apparente a rendere le mafie così pericolose. Non hanno sempre il volto feroce che l’immaginario collettivo ama attribuire loro. Spesso hanno facce comuni, vite apparentemente normali. Per la famiglia Mazzotti vedere quei ragazzi in aula è stato un segnale forte. «Non ce lo aspettavamo», ammette Arianna. «Quando entravamo in aula e vedevamo tutti quei ragazzi seduti ad ascoltare, capivamo che quella storia non era più soltanto nostra». Alcuni prendevano appunti. Altri facevano domande alla fine delle udienze. Molti hanno raccontato l’esperienza ai compagni di scuola, agli amici, ai genitori. «La cosa più bella», dice Arianna, «è quando un ragazzo torna a casa e racconta questa storia alla propria famiglia».
È così che la memoria continua a vivere. Non come un rituale, ma come un racconto che passa di mano in mano. Il 21 marzo, nella Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, in tutta Italia verranno letti centinaia di nomi. Sono i nomi delle vittime innocenti della violenza mafiosa. Dietro ogni nome c’è una storia interrotta, una famiglia, una comunità ferita. Ma c’è anche qualcosa che resiste. Non è soltanto la giustizia, che a volte arriva tardi ma continua a cercare la verità.
È la memoria che passa da una generazione all’altra. Da chi ha sofferto a chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Per questo, nell’aula di tribunale di Como, la presenza di quei ragazzi non è stata soltanto una testimonianza. È stata una promessa silenziosa. La promessa che la storia di Cristina Mazzotti non finirà con una sentenza. Continuerà a vivere ogni volta che qualcuno sceglierà di ascoltarla, di raccontarla, di portarla con sé nel futuro.




