Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato ieri la legge che disciplina «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». È la quarta Regione in Italia, la prima governata dal Centrodestra, a muoversi autonomamente. Per comprendere la portata di queste iniziative e sostenere un dibattito corretto e fecondo, è però necessario fare qualche passo indietro e chiarire il senso di alcune parole e concetti chiave, nonché inquadrarle nel contesto più ampio del nostro sistema legislativo.

Ci aiuta il professor Alessio Musio, docente di Filosofia morale e bioetica alla Cattolica, membro del Direttivo del Centro di Ateneo di Bioetica e Scienza della Vita.

Professore, da molte parti si sostiene che in Italia esiste un vuoto giuridico sul tema del suicidio assistito, che lascerebbe spazio a iniziative come quella del Veneto...

«Direi anzitutto che, di per sé, in Italia non esisteva un vuoto giuridico sul tema del suicidio assistito. Questo è un mito che andrebbe sfatato. È vero, certamente, che oggi si è creata una situazione problematica dal punto di vista normativo, con evidenti ricadute anche sul piano etico; ma non si può dire che il legislatore italiano non si fosse mai espresso. Mi riferisco, in particolare, alla legge del 2017 sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento, approvata dal Parlamento con una larga maggioranza. In quella sede il legislatore aveva esplicitamente escluso il riferimento all’eutanasia e al suicidio assistito. Dunque, non eravamo davanti a un’assenza di disciplina, ma a una presa di posizione precisa, proveniente dal soggetto istituzionalmente deputato a legiferare. La Corte Costituzionale viene tradizionalmente definita un “legislatore negativo”, perché interviene sulle leggi già approvate dal Parlamento quando esse risultano in contrasto con la Costituzione. Il suo ruolo, dunque, non è quello di sostituirsi al legislatore, ma di verificare la compatibilità costituzionale delle norme esistenti. Ciò che è accaduto, invece, è che la Corte costituzionale, secondo alcuni andando oltre il proprio mandato, è intervenuta individuando quattro criteri che renderebbero non punibile l’aiuto al suicidio in determinate condizioni. Da quel momento si è generata una situazione nuova: non tanto un vuoto originario, quanto un vuoto prodotto da questo intervento, perché il Parlamento non ha successivamente elaborato una legge organica sul tema. È in questo spazio incerto che oggi le Regioni si stanno muovendo “a macchia di leopardo”, cercando autonomamente di introdurre leggi, protocolli o procedure applicative. Il caso del Veneto va letto dentro questo quadro».

A quali criteri si stanno ispirando le Regioni nei loro interventi?

«Per allargare lo sguardo, mi sembra interessante mettere a confronto ciò che è accaduto in Veneto con quanto era avvenuto in Lombardia nei mesi precedenti l’estate. In Lombardia il Consiglio regionale non ha approvato una legge sul suicidio assistito, ma è stato emanato un protocollo tecnico, promosso dall’assessore al welfare, che di fatto regolamenta la procedura a livello regionale. Un elemento significativo è già nel linguaggio. Quel documento non parla direttamente di “suicidio assistito”, ma di “morte medicalmente assistita”, spesso indicata con la sigla MMA. È vero che questa espressione circola anche nella letteratura internazionale; tuttavia, a mio giudizio, il suo uso ha un significato molto rilevante, perché mira a far scomparire la parola “suicidio”. Questo è un punto decisivo. Quando si parla di suicidio, infatti, esistono precise cautele comunicative: lo ricordano l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il codice deontologico dei giornalisti e molte indicazioni in ambito sanitario e mediatico. Occorre evitare il sensazionalismo, si invita a essere prudenti nel mostrare immagini, si presta attenzione a non trasformare il racconto del suicidio in qualcosa che possa esercitare un richiamo su persone fragili, depresse, sole o disperate. Queste cautele sono il segno di una civiltà che riconosce il valore dell’esistenza e la responsabilità collettiva verso chi soffre. Dicono, in fondo, che nessuno deve sentirsi abbandonato. Ecco perché mi colpisce molto il fatto che tutte queste attenzioni sembrino cadere quando al sostantivo “suicidio” si aggiunge l’aggettivo “assistito”. Il rischio è che ci si concentri soltanto sull’aggettivo, dimenticando il sostantivo, cioè la parola suicidio. Stiamo parlando dell’atto con cui una persona pone fine alla propria vita. Non si può neutralizzare questo dato attraverso formule linguistiche che sembrano incapaci di dire ciò di cui vogliono essere espressione».

Suicidio assistito e sospensione delle cure sono la stessa cosa? Non ritiene che su queste espressioni ci sia confusione?

«Sì, c’è una grandissima confusione. Molte persone, e spesso anche i mass media, tendono a sovrapporre il suicidio assistito con la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale già in corso. Ma si tratta di situazioni profondamente diverse, perché se davvero si sospende un sostegno vitale di lì a poco dovrebbe seguire la morte del paziente, senza bisogno di procedure di assistenza al suicidio. E questo spiega perché nei suoi successivi pronunciamenti la Corte Costituzionale continui a ritornare, allargandolo e restringendolo, sul concetto di ‘sostegno vitale’. La sospensione di un trattamento riguarda, poi, in generale l’interruzione di una terapia che il paziente non vuole più ricevere: quando a seguito di questo fatto il paziente muore, la causa della morte resta in ogni caso la sua condizione patologica. Il suicidio assistito, invece, è la pratica con cui il soggetto, con l’aiuto di un medico, si auto-somministra un farmaco che provoca e causa deliberatamente e direttamente la propria morte. Il suicida vuole la morte, sempre, mentre la sospensione delle cure non ha necessariamente quel significato, come nel caso di chi – giunto alle fasi finali della sua esistenza – rinuncia magari a sottoporsi a un trattamento per fare un ultimo viaggio o andare a trovare una persona importante e che magari non vede da tempo. Insomma, in questi casi, lo scopo è l’affermazione della vita e non la sua soppressione. Queste distinzioni sono complesse, ma restano essenziali. Confondere i piani significa rendere opaco il dibattito pubblico e impedire una valutazione etica davvero rigorosa».

Sul piano etico, si può parlare di un diritto di morire?

«Anche qui credo sia necessario fermarsi sulle parole. La nostra civiltà sembra procedere molto rapidamente verso l’idea di un “diritto di morire”, ma a un esame più attento questa espressione appare profondamente problematica. La parola “diritto” e la parola “morte” entrano in tensione tra loro, perché ogni diritto presuppone l’esistenza del soggetto che ne gode e che lo rivendica. Il diritto alla casa, all’istruzione, al lavoro, alla cura, al gioco per un bambino, …: tutti questi diritti rimandano a beni che hanno come condizione fondamentale la vita. Senza l’esistenza, non vi sarebbero né beni da tutelare né diritti da esercitare. Per questo mi sembra difficile parlare propriamente di un diritto alla morte. Si può e si deve parlare del diritto a non essere sottoposti a trattamenti sproporzionati, del diritto a essere accompagnati, curati, ascoltati, sostenuti nel dolore e nella fragilità. Ma trasformare la morte in oggetto di un diritto rischia di modificare radicalmente il modo in cui comprendiamo la persona, la cura e la responsabilità sociale verso chi soffre. Questo dovrebbe almeno indurci a una maggiore prudenza. Si può e si deve parlare del diritto a non subire trattamenti sproporzionati, del diritto a essere curati, accompagnati, ascoltati, sostenuti nel dolore e nella fragilità».

Le cure palliative possono essere una risposta al suicidio assistito? Il nostro servizio sanitario è attrezzato per fornirle in tutto il territorio nazionale?

«Su questo punto farei due considerazioni. La prima riguarda la situazione concreta delle cure palliative in Italia. La diffusione degli hospice e delle cure palliative è ancora troppo limitata. Esiste un numero molto grande di persone che avrebbe bisogno di accedere a queste cure e a queste strutture, ma che di fatto non riesce a farlo. E vorrei aggiungere una cosa: gli hospice possono essere luoghi nei quali anche il morire può tornare a essere personale, accompagnato, custodito. Non sono semplicemente strutture sanitarie: sono luoghi in cui la persona può essere riconosciuta nella sua interezza, non ridotta alla malattia o alla prestazione clinica. Per questo credo che creare e diffondere hospice e cure palliative sia davvero un contenuto di civiltà e una forma alta di costruzione del welfare. Tuttavia, diffondere in modo capillare queste strutture costa. Richiede investimenti, personale formato, organizzazione, presenza territoriale. Se invece si leggono alcune normative o proposte regionali sul suicidio assistito, soprattutto laddove indicano le previsioni di bilancio necessarie per rispondere alle richieste, ci si accorge che dal punto di vista macroeconomico predisporre procedure per il suicidio assistito costa pochissimo. Questo è un dato su cui riflettere, perché denota una sproporzione: ciò che accompagna la vita fragile costa molto; ciò che organizza la morte può essere fornito a saldi invariati. La seconda considerazione è questa: certamente le cure palliative possono essere una risposta importante rispetto al fenomeno del suicidio assistito, perché riducono l’abbandono, il dolore non trattato, la solitudine, la percezione di essere un peso. Tuttavia, non sono, da sole, l’alternativa alla decisione radicale di chi vuole ultimare la propria esistenza. Per questo il problema non è solo clinico o organizzativo: è antropologico, culturale, sociale, e richiede una rete di relazioni, una polis che sia capace di attenzione e di solidarietà».

Qual è la differenza tra dolore e sofferenza?

«Questa è una distinzione decisiva, ma nel dibattito pubblico, e forse anche nella nostra consapevolezza quotidiana, se ne è quasi persa traccia. Il dolore è un fenomeno fisico. Riguarda una parte del corpo, in un tempo determinato, qui e ora. Ed è interessante osservare che la nostra civiltà dispone ormai di strumenti molto avanzati per controllare, ridurre e in molti casi eliminare il dolore attraverso la terapia farmacologica. La sofferenza, però, è un’altra cosa. A me piace definirla così: la sofferenza è la minaccia della distruzione della nostra biografia. È la percezione che qualcosa di fondamentale nella nostra storia stia andando in crisi. Spesso questo accade per la perdita, reale o temuta, del legame con qualcosa o con qualcuno che per noi è essenziale. Sulla sofferenza non abbiamo lo stesso controllo che possiamo avere sul dolore, perché la nostra biografia non è mai costruita soltanto da noi. A compiere la nostra vita è sempre, in qualche modo, una relazione. Noi siamo fatti anche dei legami che ci costituiscono, delle persone che amiamo, dei luoghi che abitiamo, delle promesse che abbiamo ricevuto o fatto. Ed è proprio questo che angoscia l’uomo contemporaneo: l’idea di non avere il controllo assoluto sul proprio vivere. L’uomo del nostro tempo vorrebbe spesso bastare a se stesso, governare integralmente la propria esistenza, decidere ogni cosa. Ma la sofferenza rivela che noi non siamo autosufficienti: siamo esseri relazionali, vulnerabili, esposti. Per questo, di fronte alla sofferenza, non bastano i farmaci e non basta la tecnologia. Ma, allo stesso tempo, non si può considerare nemmeno la morte una risposta alla sofferenza. Se infatti la sofferenza è la minaccia della distruzione della mia biografia, la morte non è la risposta a questa minaccia: ne è piuttosto l’inquietante e definitiva conferma».