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Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, morto il 25 agosto dopo aver ottenuto l'assistenza del Servizio sanitario regionale lombardo, in una foto tratta da Facebook.
La Sanità è nata per la vita. Quando la legge istituì il Servizio sanitario nazionale, scrisse nel suo primo articolo la promessa che veniva dalla Costituzione: tutelare la salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Oggi, dopo quasi mezzo secolo, sta accadendo qualcosa che ci fa chiedere se nella Sanità sia entrata, oltre alla tutela della vita, anche la morte.
Il suicidio di Domenico Zuccarella, il 25 agosto scorso, è stato gestito dalla sanità lombarda dal primo all’ultimo atto: procedura e attuazione, assistenza, farmaco letale, macchinario, stanza ospedaliera dell’esecuzione. Ci prende dolore e pietà. Ciò che ha fatto l’apparato per la prima volta in Italia è un altro gradino che discende nella sconfitta della vita.
Per capire, bisogna tornare all'origine. Nel 2019 la Corte costituzionale giudicò la norma sull’aiuto al suicidio per il processo penale Cappato, e ritagliò una breccia di non punibilità per l’aiutante a certe condizioni tassative, da accertare con forti garanzie. E chiede al Parlamento di far legge in merito. Era inconfondibile la differenza fra l’esonero dell’aiutante dalla galera e l’ipotesi di un “diritto al suicidio” del malato. La Corte scrisse che la Costituzione tutela il diritto alla vita e non un diritto “diametralmente opposto, a ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire”. Disse anche: nessun obbligo per i medici di prestarsi all'aiuto al suicidio. La Sanità sarebbe stata incaricata di accertare le condizioni (malattia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da sostegni vitali, piena capacità decisionale) per necessità di tutela delle persone vulnerabili e garanzia contro abusi.
Poi, però, qualcosa è scivolato. Complice l’inerzia del Parlamento, l’attivismo dei fautori della “libera morte” e il bricolage delle leggi regionali da costoro suggerite, e nuove incursioni alla Consulta, rintuzzate ma con qualche crepa, si è creato un clima distante dall’originaria visione. Non più il tema dell’aiutante assolto invece che punito, ma il rapporto dell’aspirante suicida col SSN è divenuto il cuore del dibattito sul “fine vita”. L’istanza suicida, in presenza delle quattro condizioni accertate, è divenuta una “situazione soggettiva tutelata” (così evolve la giurisprudenza nel 2025) con un “diritto all’accompagnamento” che più tardi si traduce nel procurare il farmaco letale, il macchinario, l’assistenza all'esecuzione. Senza che per i medici vi sia l'obbligo di prestarsi.
E adesso lo smottamento. La Sanità lombarda apparecchia tutto, compresa la stanza ospedaliera della morte. Il cerchio si chiude, la medicina si spezza; la morte, da evento da prevenire o da accompagnare, diventa prestazione da organizzare. È questa l’eccellenza terapeutica ? La stessa istituzione alla quale affidiamo il bambino quando nasce, l'anziano quando si ammala, il ferito quando rischia di morire, la persona fragile quando non riesce più a bastare a se stessa, può diventare anche quella che allestisce la morte?
La risposta non può essere semplicemente che il suicida “ha scelto”. Quando la persona è esposta alla sofferenza, alla paura, alla solitudine, alla dipendenza, alla percezione di essere un peso per gli altri, che libertà ci figuriamo? Anche le sentenze lo mettono in luce. La risposta dell’abbandono, l’avvio alla morte rinnega la vocazione umana alla cura.
Non così la giustizia. Non così la pietà. Non così l’etica. Davanti a chi soffre il primo pensiero non dovrebbe essere “come possiamo aiutarti a morire”, ma “come possiamo fare perché tu non debba più desiderare la morte”.






