C’è sempre un orco nelle paure ancestrali dei bambini. Viene con il buio senza una fisionomia precisa, si assopisce quando prendono sonno per svanire all’alba. Il Friuli ha l’Orcolat. È così, con l’accento sulla “a”, che chiamano il terremoto (anche nell’omonimo prezioso documentario con la voce di Bruno Pizzul, diretto da Federico Savonitto): un orcaccio che dorme sotto i monti della Carnia e quando si sveglia riduce paesi interi, come Gemona o Osoppo, a brandelli di muro. Quando ha sentito il suo ruggito, per la prima volta, il 6 maggio del 1976, Angelo Floramo aveva quasi dieci anni: l’ha udito nel buio della sua casa di San Daniele che tremava, l’ha visto negli occhi spaventati degli adulti e nelle pietre schiantate, tuttora riconoscibili sul duomo e sulle mura di Venzone, che solo il sapere delle mani visionario in una terra di scalpellini e muratori poteva immaginare di numerare in rosso, una a una, per salvare il salvabile e riadoperarlo per ritirare su «com’era e dov’era». Un sentimento filologico nel rifare che solo le radici sanno suggerire anche se non si è mai sentita la parola filologia. Filtrando il ricordo attraverso lo sguardo bambino di allora lo racconta in L’estate indiana del ’76 (Bottega Errante Edizioni), libro tenero e duro senza che ci sia contraddizione.

Filtro letterario o autodifesa?

«Tutti e due. I fatti che si raccontano sono reali, farli passare attraverso le ciglia di me bambino, come in effetti è stato, mi permette, a quasi 60 anni, di rendere la fortuna che noi piccoli abbiamo avuto in quei giorni terribili, in cui la mia famiglia ha perso cinque persone, due a Gemona, tre a Majano: adulti illuminati che sono riusciti a preservare l’infanzia dal dolore senza rimuoverlo, salvando la dimensione di favola che in qualche modo tiene l’orco lontano. Non negavano la drammaticità, ma ti facevano intravedere varchi oltre i quali si apriva un mondo salvifico di fantasia, dal quale però dovevi sempre tornare perché le persone che prima c’erano non tornavano nel conto e le sedie restavano vuote».

Suo nonno, “Aquila Bianca”, nel campo da sfollati ha condiviso con lei bambino la tenda, facendole da guida come un capo indiano. Che ruolo ha avuto?

«Fondamentale. Aveva la terza elementare ma sapeva Dante a memoria, nel 1925 aveva perso il lavoro per non prendere la tessera del partito fascista, aveva aderito alla Resistenza come infermiere curando compagni e nemici. Era un incantatore, noi ragazzini lo seguivamo come i gatti la sporta del pescivendolo: in quei mesi per me è stato la porta della fantasia: riusciva a narrare una nottata di stelle come se fossimo davvero nel Klondike e nello stesso tempo suggeriva che perfino il dolore può avere un ruolo fondamentale nella vita se sai accettarlo e trasformarlo in qualcosa che ti rende migliore».

Angelo Floramo

C’è un momento in cui i bambini colgono dalla preoccupazione dei grandi che ci sono cose che neppure loro controllano.

«Per la prima volta ho visto un adulto piangere: mio zio, dopo una vita da migrante, da muratore a Gemona si era costruito con grandi sacrifici la casa crollata in cui sono morte sua sorella e sua nipote di 14 anni, per me zia e cugina. Ho un’immagine incancellabile: le sue mani deformate dal lavoro a coprire il viso perché non si vedessero le lacrime, mentre ripeteva in friulano “Non riusciamo a trovarle”. Le hanno estratte dopo settimane abbracciate sotto le macerie. È l’attimo in cui capisci che niente sarà più come prima».

Quanto è durato il suo “accampamento indiano”?

«Dal 6 maggio, giorno della prima scossa, a ottobre, perché le scosse di settembre distrussero il primo lavoro di ricostruzione e un po’ anche la speranza. Poi per fortuna le cose iniziarono a cambiare, arrivarono le prime casette prefabbricate regalate dalla Jugoslavia, che permisero a molti di uscire dal fango delle tende creando villaggi non lontani dalle case danneggiate. Siamo tornati a scuola nei prefabbricati, scoprendoci molto più grandi di qualche mese prima».

La copertina del libro "L'estate indiana del '76 Bottega Errante Editore

Un prima e un dopo personale. È stato anche collettivo?

«Mi riconosco nel pensiero amaro di David Maria Turoldo in Mia terra addio, in cui diceva che il terremoto aveva seppellito quel che restava di una civiltà contadina che non avendo nulla se lo faceva bastare tanto da poterlo condividere con chi aveva di meno. Dopo, il Friuli ha ricostruito belle case, più confortevoli e sicure, ma con siepi più alte attorno, a schermare il dolore del mondo. Vicino a noi passa la rotta balcanica e guardiamo con ostilità i migranti che anche noi siamo stati. Io penso che sotto le macerie sia rimasta anche la salma di quell’antico atteggiamento morale che abbiamo il dovere di provare a recuperare. Dal Pakistan allora ci arrivarono in dono in piena gratuità duemila tende, oggi vicino a noi, a Monfalcone, i pakistani che vi lavorano non hanno un posto per pregare il loro Dio».

Che effetto fanno le tante macerie del mondo a chi c’è passato?

«Non c’è differenza se non nella gravità delle intenzioni: a Gaza, a Teheran, in Ucraina vedo la distruzione che conosco, ma per noi la natura non aveva colpe, queste macerie invece potrebbero essere evitate perché dipendono da noi».

Che cosa pensa abbia salvato il Friuli dal restare “terremotato”?

«Intanto l’essere Regione autonoma con capacità legislativa. Poi l’amore viscerale per una terra difficile, po​​​​​​vera. Vedo i friulani come le tribù che vivono all’interno di un cratere: per quanto sappiano che il vulcano potrebbe risvegliarsi, quel cratere è l’unica cosa che hanno, devono amarlo e tenerlo stretto. E poi il fatto di essere gente di confine in cui si sono sedimentate per millenni culture, lingue, religioni, esperienze». ​​​​​

LA MOSTRA FOTOGRAFICA CHÊ MATINE A SPILIMBERGO

Per la prima volta in mostra 50 fotografie scattate da Aldo Martinuzzi il giorno dopo il terremoto che cinquant’anni fa sconvolse il Friuli. Il 7 maggio 1976, fra le 5 del mattino e le 5 di sera, il reporter ha attraversato con la sua moto e con la sua macchina fotografica i paesi devastati dal sisma, raccogliendo una testimonianza vivida di quei terribili momenti: sopra uno scatto realizzato a Osoppo. La mostra CHÊ MATINE, organizzata dal Comune di Spilimbergo e il CRAF – Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia e in collaborazione con la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Fondazione Friuli. Allestita nel Palazzo La Loggia di Spilimbergo, l’esposizione sarà visitabile fino al 7 giugno.