La testimonianza di Fabio Varrella, l’ingegnere napoletano che, il 29 marzo del 2023, mentre si trovava in un distributore di benzina, è stato aggredito a colpi di arma da fuoco da due ragazzi che voleva rubargli il motorino e che oggi si occupa del recupero di ragazzi a rischio, e di Rebecca Rocco, una ragazza che, nel rione Sanità, uno dei più difficili di Napoli, ha vinto la paura cominciando a impegnarsi con la cooperativa la Paranza e con quella cofondata insieme, “La Sorte” che ha accolto oltre centomila visitatori nell’ultimo anno allo Jago Museum e dato opportunità di lavoro, anche con il progetto MuDD Museo Diocesano Diffuso di Napoli, a quaranta ragazzi della città.

Il Papa, che al suo arrivo a Napoli, appena salito sulla papamobile, aveva ricevuto l’omaggio di una pizza di Sorbillo, il noto pizzaiolo partenopeo, ha subito ringraziato per «la vostra bella accoglienza!».

@Vatican Media
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Papa Leone riceve la pizza di Sorbillo con una scritta di omaggio (ANSA)

E, partendo proprio dalle testimonianze, spiega che queste sono «le voci di Napoli, perla del Mediterraneo che il Vesuvio guarda dall’alto, voci in cui riecheggia l’antica bellezza di questa città bagnata dal mare e baciata dal sole, e in cui trovano spazio, però, anche ferite, povertà e paure». Le testimonianze dicono di «una Napoli che spesso cammina stanca, disorientata e delusa come i due discepoli del Vangelo, che ha bisogno di quella prossimità offerta loro da Gesù; voci di un popolo che, ancora oggi, avverte la necessità di fermarsi per chiedersi: che cosa conta davvero?».

Papa Leone sottolinea che «in questa città scorre un anelito di vita, di giustizia e di bene che non può essere sopraffatto dal male, dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione. Per questo è necessario che – non da soli, ma insieme – ci domandiamo: che cosa conta davvero? Che cosa è necessario e importante per riprendere il cammino nello slancio dell’impegno invece che nella stanchezza del disinteresse, nel coraggio del bene invece che nella paura del male, nella cura delle ferite invece che nell’indifferenza?».

Sottolinea il paradosso della notevole crescita di turisti e della fatica coinvolgere nel dinamismo economico l’intera comunità. «La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico. In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà, alimentata da problemi irrisolti da tempo: la disparità di reddito, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, l’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone». Richiama la presenza e l’azione dello Stato «più che mai necessaria, per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata». E parla di quei napoletani che «coltivano il desiderio di una città riscattata dal male e guarita dalle sue ferite. Spesso si tratta di veri e proprio eroi del sociale, donne e uomini che si prodigano ogni giorno con dedizione, talvolta anche solo col portare avanti fedelmente il proprio dovere, senza apparire, perché la giustizia, la verità, la bellezza si facciano largo tra le strade, nelle istituzioni, nelle relazioni».

Persone che non devono rimanere isolate. C’è bisogno di una rete. E Napoli può essere un collante che tiene «insieme gli sforzi dei singoli e connettere le energie, i talenti e le aspirazioni di molti». Parla del Patto educativo tra Comune, Regione e Governo, delle tante realtà ecclesiali e del Terzo settore e incoraggia a radunare le forze e a continuare a lavorare insieme perché Napoli non resti «una semplice “cartolina” per i visitatori», ma diventi «un cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone».

Occorre lavorare all’interno della città, per costruire alternative alla violenza «attraverso gesti quotidiani, percorsi educativi e scelte pratiche di giustizia. Sappiamo, infatti, che non esiste pace senza giustizia, e che la giustizia, per essere autentica, non può mai essere disgiunta dalla carità». In questa prospettiva sono nate «la Casa della Pace, che accoglie bambini e madri in difficoltà, e Casa Bartimeo, luogo di accompagnamento per giovani e adulti in situazioni di fragilità: segni concreti di una pace che si fa ospitalità, cura e possibilità di riscatto». Leone ricorda anche come Napoli sia una «“piattaforma” di dialogo interculturale e interreligioso» che, attraverso convegni, premi internazionali e percorsi di accoglienza, continua a dare voce, dal basso, a una cultura di pace che contrasta «la logica dello scontro e della forza delle armi come presunta soluzione dei conflitti». Qui sono arrivati anche giovani da Gaza, sono stati accolti migranti e rifugiati trasformando, grazie alla Caritas, «il Porto di Napoli da semplice luogo di approdo a segno vivo di accoglienza, integrazione e speranza».

Il Papa chiede di portare avanti questi impegni insieme, soprattutto con i più giovani «che non sono soltanto destinatari ma protagonisti del cambiamento. Si tratta non solo di coinvolgerli, ma di riconoscere loro spazio, fiducia e responsabilità, perché possano contribuire in modo creativo alla costruzione del bene». Che i giovani siano, in questo, una risorsa preziosa lo dimostra anche l’esperienza del Museo Diocesano Diffuso, «dove tanti di loro si impegnano a custodire e raccontare il patrimonio culturale e spirituale della città con linguaggi nuovi e accessibili» e anche gli oratori dove i giovani «si dedicano con passione all’educazione dei più piccoli, diventando punti di riferimento credibili e testimoni di relazioni sane». Lo dimostra il volontariato dove i ragazzi «si spendono nei servizi di carità, nelle iniziative sociali e nei percorsi di accompagnamento delle fragilità». Esperienze che non sono marginali, ma segni di «una Chiesa giovane e di una città che può rigenerarsi».