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C'è un momento, nel racconto di Hervé Barmasse, in cui tutto si ferma. È il silenzio di una madre nella contea di North Horr, nel nord del Kenya. Un silenzio che non è pace, non è contemplazione alpina, non è quello che si trova a quattromila metri quando il vento tace e il mondo sembra sospeso. È un silenzio fatto di futuro negato, di domande senza risposta, di occhi che guardano i figli e non riescono a promettergli nulla.
«Quel silenzio fa un gran rumore», dice Barmasse. E in quella frase c'è tutto il documentario.
Barren Lands – Terre aride, presentato il 22 aprile in occasione della Giornata della Terra e in onda su Sky Documentaries, nasce da una scelta radicale: non denunciare, non spiegare, non consolare. Immergere. Lasciare che le immagini pesino quanto pesano le ore senza acqua, quanto pesa il cammino di un dromedario verso un pozzo che potrebbe non esserci.


La montagna che non si sceglie
Barmasse è la quarta generazione di guide alpine del Cervino. Il suo corpo conosce il granito, il ghiaccio, la verticalità. Sa calcolare il tempo con l'ossessione del chirurgo, pianificare ogni metro come se la vita — che in effetti è — dipendesse da questo. Poi è arrivato il Kenya.
«La differenza è tutta lì», spiega. «C'è chi sceglie di vivere una condizione estrema, e lo fa per un tempo limitato. E c'è chi non ha scelto di essere lì, è nato lì, e deve affrontare ogni giorno la stessa fatica, lo stesso impegno per la sopravvivenza, senza che ci sia una discesa prevista».
È una distinzione che sembra ovvia ma che, ascoltata dalla voce di un uomo che ha dedicato la vita a sfidare l'impossibile, acquista un peso specifico diverso. L'alpinismo è la libertà di scegliere il proprio limite. La siccità è un limite che non chiede il permesso.


Barmasse ha camminato al fianco dei pastori Gabra durante la transumanza, quella migrazione lenta e ostinata con dromedari e capre alla ricerca di acqua e pascoli, nella subcontea di North Horr, una delle zone più aride del pianeta. Ha dormito dov'erano. Ha visto quello che vedevano. E ha scelto di non mettere la maglietta di Amref, di non comparire in prima persona nel film, di sparire dietro la realtà.
«Volevo che emergesse quello che è, né più né meno», dice. «Non avevo il diritto di raccontarlo in modo diverso».


Il sodalizio con Amref: non una sponsorizzazione, una scelta
Prima di parlare del film bisogna capire come ci è arrivato. Il legame di Barmasse con Amref Health Africa, la più grande organizzazione sanitaria africana senza scopo di lucro, fondata in Kenya nel 1957, non nasce da un accordo commerciale e non ha il sapore delle partnership costruite a tavolino. Ha il sapore, piuttosto, di un incontro tra sensibilità affini: da un lato un alpinista che da anni usa la montagna come strumento di divulgazione e riflessione civile; dall'altro un'organizzazione che da quasi settant'anni lavora per portare salute nelle aree più remote del continente africano, convinta che il cambiamento duraturo possa venire solo dal coinvolgimento delle comunità locali, tanto che il novantasette per cento del suo personale in Africa è africano.
Barmasse è testimonial di Amref Italia da tempo. Ma Barren Lands segna un passaggio diverso: non più una voce che racconta da fuori, ma un corpo che entra dentro. La direzione del documentario è sua. La scelta narrativa è sua. È lui che ha deciso di fare un film contemplativo invece che di denuncia, immersivo invece che didascalico, onesto fino alla durezza invece che consolatorio.
«L'ho discusso con Amref prima di iniziare», spiega. «Volevo che quello che vedevo arrivasse alle persone senza filtri. E loro hanno accettato, anche se probabilmente era un modo diverso dal loro solito di comunicare». È una fiducia reciproca che si sente nel risultato finale: nessuna voce fuori campo che spiega, nessuna infografica che rassicura, nessun lieto fine costruito.
Il progetto si inserisce nel programma One Health 4 Heal di Amref, un intervento della durata di dodici anni — dal 2020 al 2032 — implementato nel Corno d'Africa tra Etiopia, Somalia e Kenya, cofinanziato dall'Agenzia Svizzera per lo Sviluppo e la Cooperazione e dall'Unione Buddhista Italiana attraverso i fondi dell'otto per mille. L'obiettivo è migliorare la salute e la resilienza climatica delle comunità pastorali attraverso un approccio che tratta insieme la salute umana, quella animale e quella dell'ecosistema. Nel documentario compaiono le cliniche mobili di Amref, presidi sanitari su ruote capaci di raggiungere villaggi che nessuna strada raggiungerebbe — come simbolo concreto di quello che significa portare cura dove lo Stato non arriva e dove il mercato non ha interesse ad arrivare.


Il tempo, il corpo, il silenzio
Terzani scriveva che i grandi viaggi non si fanno con i piedi, ma con gli occhi. Barmasse sembra averlo capito anche con il corpo, quel corpo allenato all'estremo che in Kenya ha dovuto imparare un'altra lingua.
Il tempo, in montagna, è una risorsa da gestire. In Kenya è qualcos'altro: è la distanza dal prossimo pozzo, è l'attesa della pioggia che non arriva, è la stagione secca che si è mangiata la stagione delle piogge e ha lasciato solo arsura. «Nell'ultimo decennio non c'è più una stagione», racconta. «E quando arriva l'acqua, il terreno è così impermeabile che i villaggi vengono spazzati via dalle alluvioni». Il paradosso straziante della siccità che genera alluvioni. Dati alla mano, le piogge tra ottobre e dicembre 2025 nelle aree di Isiolo e Marsabit hanno raggiunto soltanto tra il trenta e il sessanta per cento della media stagionale, rendendo quella stagione una delle più secche dal 1981. Il venti per cento dei pozzi è fuori uso per sovrautilizzo. Il bestiame cammina fino a quindici chilometri per trovare una fonte d'acqua.


Il corpo, poi. In montagna è uno strumento di precisione, quasi un'astronave biologica. Tra i Gabra, Barmasse ha visto corpi segnati da una fatica diversa — non sportiva, non voluta, non terminata con un ritorno al campo base. Una fatica strutturale, quotidiana, che non conosce recupero. «Il corpo», riflette, «senza una testa e senza un cuore non va da nessuna parte. Nemmeno in montagna». È una frase che potrebbe sembrare un aforisma da calendario. Pronunciata da chi ha vissuto mesi accanto a chi non ha certezze sul domani, diventa qualcosa di più pesante.
E poi il silenzio. Quello della montagna è riflessivo, meditativo, lo spazio in cui ci si incontra con se stessi, il rumore ovattato della neve, il respiro del vento, la voce sorda di un seracco. Lo porta con sé come risorsa, dice Barmasse, e poi lo trasforma in azione quando scende a valle. Il silenzio del deserto è più difficile da reggere. È il silenzio di chi ha esaurito le parole. Di chi ha speranza esaurita, per usare la sua espressione più dura e più onesta. «Il finale del film», ammette, «qualcuno potrebbe dire che non lascia speranza. Ma quelle sono le cose. Perché devo narrarle in modo diverso? Perché devo dire qualcosa che non esiste»?


Le donne: il prezzo più alto
C'è un filo che attraversa il documentario e che Barmasse non ha cercato di nascondere, perché sarebbe stato disonesto farlo: sono le donne a pagare il costo più alto della crisi climatica. Prime responsabili della salute del nucleo familiare, prime garanti della sopravvivenza quotidiana, l'acqua da trovare, i figli da nutrire, il bestiame da accudire, la comunità da tenere insieme, le donne dei Gabra si trovano a essere le figure più esposte e al tempo stesso le più invisibili agli occhi del mondo che consuma, inquina e poi discute di sostenibilità nei convegni climatizzati.
Barmasse non ne parla con il tono di chi illustra un problema sociologico. Ne parla come di volti. Come di incontri. C'è quella madre in silenzio, già citata, che ritorna. E poi ci sono le altre, che camminano, portano, resistono con una ostinazione che non ha bisogno di essere eroica per essere straordinaria. «Non vorrebbe che il suo presente diventi il futuro dei suoi figli», dice semplicemente. E quella frase vale più di qualsiasi statistica.
Amref lavora su questo livello da decenni, con programmi che mettono al centro la salute riproduttiva, la formazione delle operatrici sanitarie di comunità, il contrasto alle pratiche dannose. Barren Lands ne raccoglie lo spirito senza farne un manifesto: mostrare è più potente che predicare.


Un atto di restituzione
«Questo lavoro è un atto di restituzione», dice Barmasse. E la parola risuona in modo strano, quasi anacronistico, in un'epoca in cui chi va in Africa tende a tornarci con un selfie solidale e un hashtag. Restituzione implica un debito. Implica che qualcosa ti sia stato dato, e che tu abbia il dovere — non la scelta — di darne conto. Barmasse ha ricevuto il privilegio di vedere. E ha sentito su di sé il peso di quell'obbligo.
Il documentario tocca con delicatezza un tema che oggi si chiama One Health — l'interconnessione tra salute umana, animale e ambientale — ma che i pastori Gabra praticano da secoli senza avere bisogno di dargli un nome. La loro ricchezza è il bestiame. Le loro cliniche viaggiano su ruote. Quando si ammala una capra, si ammala una famiglia. Quando si prosciuga un pascolo, si prosciuga una comunità.
«È come quando, alla fine dell'Ottocento, le guide alpine del Cervino contavano la loro ricchezza in mucche», osserva Barmasse. «Nella contea di North Horr è esattamente la stessa cosa. Solo che lì, senza acqua, non c'è alternativa. Non c'è un turismo che compensi. Non c'è una discesa che salvi».
L'Africa, responsabile di meno del tre per cento delle emissioni globali di gas serra, è destinata a sopportare il peso maggiore del cambiamento climatico. Sono già tre virgola sei miliardi le persone che vivono in aree ad alta vulnerabilità climatica. Si stima che entro il 2050 saranno duecentodiciotto milioni i migranti climatici costretti a spostarsi a causa di siccità prolungate, alluvioni e innalzamento del livello dei mari. Non è fantascienza. È quello che Barmasse ha visto con i propri occhi, camminando accanto a chi queste cifre le vive nella carne ogni giorno.


La montagna e il deserto si somigliano più di quanto pensiamo
C'è un'analogia che affiora nel racconto di Barmasse, e che ha la potenza delle cose vere perché non è cercata ma trovata. La montagna, quella vera, quella delle comunità agropastorali che l'hanno abitata prima che arrivassero le funivie e gli agriturismi, non era molto diversa, nelle sue logiche di sopravvivenza, da quello che Barmasse ha visto in Kenya. Era allevamento, pastorizia, dipendenza dalla natura, rispetto dell'equilibrio o morte.
«Il montanaro ha una sensibilità per la montagna che va molto oltre un albergo o una pista da sci», dice. «Ne percepisce la salute. E quando la montagna non è in salute, lo sente». È lo stesso sguardo che i pastori Gabra hanno verso il loro territorio: non estetico, non turistico, ma vitale. La montagna fornisce il sessanta o settanta per cento dell'acqua dolce del pianeta. Quando i ghiacciai si ritirano, quando la neve scarseggia, quando l'acqua dallo stato solido non scende più allo stato liquido come dovrebbe, la catena si spezza. Ed è una catena che lega le Alpi al Corno d'Africa molto più di quanto ci piaccia pensare.
«Ce ne stiamo dimenticando di questo equilibrio», dice Barmasse. «La nostra società ci ha offerto occasioni meravigliose, condizioni di vita impensabili per i nostri bisnonni. Ma ci ha anche allontanati dalla comprensione di quello da cui dipende tutto».


La vetta che non si scala
Alla fine, quasi come se si trattasse di una confessione, Barmasse abbassa la voce. «Quello che mi porto a casa è la consapevolezza che, in confronto alle sfide che queste persone sono obbligate ad affrontare, le mie imprese alpinistiche non sono assolutamente nulla».
È una frase che potrebbe sembrare falsa modestia. Non lo è. Viene da un uomo che ha scalato pareti impossibili, che ha vissuto per anni al confine tra il rischio e la morte, e che in Kenya ha trovato un tipo di coraggio che non si allena in palestra: il coraggio di resistere quando non c'è nulla che lo giustifichi, quando l'acqua non c'è, quando i figli hanno sete e la stagione delle piogge ha fallito di nuovo.
«La sfida più difficile», dice, «rimane questo senso di equità e giustizia che nel nostro mondo non esiste.» E aggiunge, con una lucidità che fa male: «Se qualcuno ha le chiavi di questo mondo è perché noi gliele abbiamo lasciate. Ognuno di noi si trova di fronte a delle scelte. Scegliere da chi essere rappresentati. Scegliere una scala di valori. Questo è quello a cui dovremmo essere tutti portati».
Forse è questa la vera vetta. Non ha pareti di granito, non si scala con i ramponi, non compare su nessuna cartina alpinistica. Ma è lì, alta e fredda, a ricordarci ogni giorno che il mondo non è fatto solo di chi può scegliere. E che il silenzio di chi non può scegliere, quel silenzio che fa un gran rumore, è anche affar nostro.
Barren Lands – Terre aride è in streaming su NOW e disponibile on demand su Sky. È stato presentato al Festival Cinematografico di Trento il 28 aprile e lo sarà al Milano Film Festival il 6 giugno.



