C’è una immagine che rende plasticamente la rivoluzione di quel giorno di mezzo secolo fa: è la foto dei 21 ministri schierati dopo il giuramento del III Governo Andreotti. Era il 29 luglio 1976 e tra le grisaglie e le cravatte spuntò per la prima volta un abito longuette a stilizzati motivi floreali, che interruppe per la prima volta nella storia della Repubblica italiana la sequenza dei Governi per soli uomini e la loro monotonia cromatica. Era l’abito di Tina Anselmi, del cui colore s’è persa la memoria, per via della foto in bianco e nero, simbolo della prima donna a ricoprire un ministero, quello del Lavoro, nell’occasione, trent’anni dopo la nascita della Repubblica.

LA SCELTA DELLA RESISTENZA

A quella nascita Tina Anselmi, da ragazza, nata nel 1927 a Castelfranco Veneto, aveva contribuito dalle file della Gioventù femminile (GF) dell’Azione cattolica e da quelle della Resistenza, cui partecipò come staffetta partigiana con il nome di battaglia di Gabriella, in onore dell’arcangelo Gabriele, guadagnandosi grande fiducia, tanto da partecipare da segretaria personale del comandante militare regionale alle trattative con i tedeschi in vista della liberazione. A segnare quel suo coraggioso schieramento, come ha più volte raccontato era stato un episodio di rappresaglia: l’impiccagione di 31 giovani catturati in un rastrellamento sul Grappa, cui tutta la popolazione di Bassano del Grappa, compresi gli studenti, fu costretta ad assistere sulla pubblica piazza. Tra i forzati di quel truce spettacolo c’era la giovane Tina che all’epoca frequentava a Bassano l’istituto magistrale. Come ha ricordato la storica Tiziana Noce nel Dizionario biografico degli italiani Treccani: «La scelta di combattere, da cattolica, il fascismo e il nazismo senza subire il ricatto delle rappresaglie maturò “di fronte ai ragazzi impiccati”, quando si convinse della liceità di “rispondere a una guerra che viola i diritti umani, viola anche quelle leggi di carattere internazionale che garantiscono alcuni diritti ai prigionieri. Un prigioniero non poteva essere ucciso. E quindi una verifica di che cosa era il fascismo e che cosa era il cattolicesimo venne proprio intorno al tema delle uccisioni, delle rappresaglie, che poi era l’aspetto più terribile del fascismo e del nazismo”». Nel gruppo clandestino nato attorno a Carlo Magoga a Marcella Dallan, a Domenico Sartor futuro padre costituente in quota DC, Anselmi conobbe il pensiero dei cattolici francesi Pequy, Bernanos, Maritain, che hanno innervato poi il suo impegno al servizio delle istituzioni.

LA FORMAZIONE FAMILIARE, LA NONNA CON LA PIPA

Alla formazione della sua coscienza civile avevano contribuito in famiglia il socialismo del padre e il cattolicesimo della linea materna, a segnarla in particolare l’esperienza della migrazione in Piemonte con mamma, nonna e zia durante la guerra, e la personalità della nonna materna Maria Bendo di cui Tina Anselmi disse come riportato nel saggio a lei dedicato da Livio Vanzetto su Belfagor, Vol. 66, No. 2 (31 marzo 2011) «è la persona che più di ogni altra ha fatto di me quella che sono: a 23 anni era rimasta vedova con tre figli, aveva chiesto la sua parte di proprietà nella grande famiglia di ortolani, perché ‘voleva sapere ciò che aveva e ciò che non aveva’ e se n’era andata; aveva aperto un’osteria ed aveva cresciuto da sola i suoi figli. Era grande e bella, fumava la pipa e sfidava tutte le ‘convenienze’; ciò che era solo forma, lo rifiutava […]. Dormivo con lei e la sera dicevo con lei le preghiere […]. Era simpaticissima, perché tutto ci lasciava fare, purché non facesse del male né ai ‘cristiani’ né agli animali e soprattutto purché fosse divertente: anzi, ci si divertiva pure lei».

L’IMPEGNO CATTOLICO E CIVILE

Da studentessa di lettere dell’Università di Milano Tina Anselmi aveva dato forma al suo impegno, cui ha dedicato l’intera vita, nella GF, nel sindacato bianco, nella Dc, indirizzando in particolare la sua attenzione ai diritti delle donne sui quali aveva maturato coscienza entrando in contatto con monsignor Luigi Piovesana, assistente spirituale della GF di Castelfranco, impegnato nella formazione delle donne nell’AC e nell’assistenza agli operai nelle fabbriche tessili. Da delegata nazionale del settore giovani DC nel 1959 entrò nel Consiglio nazionale del Partito, sostenendo la linea di Aldo Moro.

CON MORO TRA COSTITUZIONE E CONCILIO VATICANO II

Dentro quella scelta e in quella dell’adesione convinta al Concilio Vaticano II è maturata la figura politica di Tina Anselmi, entrata in Parlamento con la DC con l’elezione alla Camera dei deputati nel 1968, con la Costituzione come faro. La sua prima battaglia fu la revisione della legge Noci per aumentare le tutele delle lavoratrici madri. Nel suo percorso parlamentare firmò 475 progetti di legge di 54 come prima firma, 98 dei quali approvati: il suo nome è legato soprattutto alle leggi degli anni Settanta volute a contrastare la discriminazione delle donne sul lavoro. Entrata in Parlamento in un momento di fermento in tema di diritti civili, Tina Anselmi, da cattolica convinta e impegnata, seppe sempre distinguere tra le convinzioni personali cui ha improntato la vita e laicità dello Stato che ha rappresentato: avendo mediato con le gerarchie ecclesiastiche nel suo ruolo politico nella DC, poi si schierò apertamente per il sì al referendum sul divorzio, non senza dubbi personali, per lealtà verso linea la del partito, favorevole all’abrogazione della legge. Da ministro della Sanità (ci sono voluti decenni di donne nei ministeri perché si affermasse la forma femminile) firmò, nel quadro della solidarietà nazionale, la legge 194 sull’interruzione di gravidanza, impegnandosi anche con altre forze politiche e nel dialogo con Nilde Iotti a riformare norme obsolete sulla violenza sessuale: una strada lunghissima che ha richiesto fino al 1996 per far diventare il reato di violenza contro la persona, anziché contro la pubblica morale.

LA “MADRE” DEL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE

Il nome di Tina Anselmi al ministero della sanità è passato agli annali per aver condotto in porto nel 1978 l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, una delle leggi di più alto valore sociale nella storia della Repubblica, nello stesso anno in cui firmò anche la legge Basaglia sull’abolizione dei manicomi. Le sue parole del 2006 sull’importanza del Ssn suonano oggi, nelle diseguaglianze che ritornano e nell’inadeguatezza di quel sistema a farvi ancora compiutamente fronte, profetiche: «Lavoro e salute: ti senti al centro della vita del Paese. È una grande assunzione di responsabilità. Soprattutto per quanto attiene alla Sanità, le ingiustizie, gli sprechi, la mancanza di tutele sono insopportabili».

GLI ANNI BUI DEL SEQUESTRO MORO E DELLA P2

Dopo il rapimento Moro toccò a lei il doloroso incarico di informare la moglie di Moro dell’assassinio. Il nome di Tina Anselmi resterà però soprattutto legato alla presidenza tra il 1981 e il 1987 della Commissione di inchiesta sulla Loggia massonica P2, su proposta di Nilde Iotti prima donna Presidente della Camera. Le conclusioni della sua relazione conclusiva furono adottate nella Risoluzione approvata dalla Camera con 322 voti favorevoli e 45 contrari nel marzo del 1986. Quella Relazione resta un documento storico cruciale nella vita della Repubblica e sulle sue ombre. Riguardo a quell’esperienza, Anselmi rivelò a Famiglia Cristiana nel maggio 1984: Questi due anni e mezzo sono stati per me l’esperienza piú sconvolgente della mia vita. Ho fatto il ministro due volte, mi sono trovata dentro quella che chiamano la stanza dei bottoni. Ma solo frugando nei segreti della p2 ho scoperto come il potere, quello che ci viene delegato dal popolo, possa essere ridotto ad un’apparenza. La P2 si è impadronita delle istituzioni […] ha fatto un colpo di stato strisciante. […]. Per piú di dieci anni i servizi segreti sono stati gestiti da un potere occulto».

La presidenza della Commissione nazionale per la parità tra uomo e donna è stata il suo ultimo incarico parlamentare, non è stata rieletta in Parlamento nel 1992. Il nome di Tina Anselmi è stato fatto più volte per la Presidenza della Repubblica ma secondo la storica Noce: «l’attività contro la P2 le precluse questa possibilità». È morta a Castelfranco Veneto il 1° novembre del 2016, dopo aver dedicato gli ultimi anni a trasmettere ai giovani la memoria della Resistenza, convinta della necessità di tramandare la storia delle dittature del passato per preservare il futuro dalla tentazione a ripeterle.