A Verona, una donna di 57 anni è morta soffocata nella sua stessa casa, travolta dagli oggetti accumulati negli anni. A dare l’allarme è stato il compagno, che non vedendola rientrare ha denunciato la scomparsa. Quando i vigili del fuoco sono riusciti ad aprire la porta, bloccata da pacchi e sacchetti, si sono trovati davanti un appartamento ormai trasformato in un magazzino. Il corpo è stato recuperato solo dopo aver creato un varco all’interno dell’abitazione: la donna era rimasta schiacciata sotto il peso di ciò che aveva accumulato nel tempo.

Un caso estremo, ma non isolato. Dietro tragedie come questa si nasconde un fenomeno più diffuso e spesso invisibile: quello delle persone che vivono recluse nelle proprie abitazioni, in condizioni di isolamento e degrado. Per comprenderlo meglio abbiamo intervistato Luca Murdocca, responsabile del progetto Barbonismo domestico promosso da Caritas Roma, oggi non più attivo nella sua forma originaria ma ancora al centro dell’impegno dell’organizzazione attraverso interventi di assistenza domiciliare e accompagnamento.

In questi giorni si sta parlando molto della signora morta, a Verona, soffocata dai suoi oggetti. Quanto è diffuso il fenomeno delle persone che vivono isolate e “sepolte in casa”?

«È molto più diffuso di quanto si possa pensare. Parlo per la realtà romana, dove opero, ma è un fenomeno difficile da quantificare perché si consuma dentro le case. Nella maggior parte dei casi si interviene quando la situazione è già grave, per esempio quando i cattivi odori iniziano a uscire all’esterno. Non riguarda solo il “barbonismo domestico”, ma più in generale l’isolamento sociale. È legato sia a fragilità personali sia al modo in cui oggi è strutturata la nostra società. Proprio perché resta nascosto, è molto difficile intercettarlo in tempo e fare prevenzione».

Che cosa significa davvero “barbonismo domestico”?

«Si parla di barbonismo domestico quando l’accumulo di oggetti invade progressivamente tutti gli spazi della casa, fino a snaturarne completamente la funzione. L’abitazione non è più un luogo in cui vivere, ma diventa un deposito. Gli ambienti perdono la loro utilità: abbiamo incontrato persone costrette a dormire su una sedia perché il letto era interamente coperto da strati di oggetti accumulati nel tempo. Non si tratta di collezionismo né di un accumulo organizzato, ma di una situazione in cui si sommano materiali di ogni tipo, spesso inutilizzati o deteriorati, fino a generare condizioni di forte degrado. A questo si aggiungono problemi igienico-sanitari anche gravi: siamo entrati in abitazioni con presenza di topi e insetti…».

Quali sono i segnali che indicano che una persona sta scivolando verso questa condizione?

«È molto difficile individuare segnali davvero affidabili. Non esistono campanelli d’allarme chiari e universali. Abbiamo seguito anche professionisti, persone inserite nel mondo del lavoro e apparentemente curate, che però vivevano in casa in condizioni di forte degrado. Un cambiamento nell’igiene personale o nella cura di sé può essere un indizio, ma da solo non basta per riconoscere queste situazioni».

Quanto pesa la solitudine? È il punto di partenza o una conseguenza?

«La solitudine pesa moltissimo e, nella maggior parte dei casi, è il punto di partenza. A questa si aggiungono poi altri fattori, come fragilità psichiche, lutti o traumi, ma alla base c’è sempre l’assenza di relazioni. In questo contesto, l’accumulo diventa una sorta di sostituto del legame umano: l’oggetto finisce per prendere il posto della persona».

È difficile instaurare un rapporto con queste persone?

«Non necessariamente, dipende molto da come ci si avvicina. Noi non entriamo in casa dicendo: “Devi buttare tutto”, ma per conoscere la persona. Il nostro lavoro si basa su tre elementi: ascolto attivo, assenza di giudizio e presenza. Chi vive queste situazioni porta già addosso un forte senso di giudizio, reale o percepito, e se si sente giudicato la relazione si interrompe subito. Quando invece percepisce una presenza gratuita, può iniziare un percorso. Non è automatico, ma è possibile».

Come intervenite concretamente?

«Non entriamo per sgomberare: quello avviene solo in situazioni di pericolo e su decisione delle autorità. Il nostro intervento parte invece da una segnalazione e da una proposta semplice: “Se vuoi, ci siamo”. All’inizio capita spesso che la persona rifiuti, ed è comprensibile. Per questo proviamo a costruire un contatto in altri modi: un caffè, una passeggiata, piccoli passi che aiutino a creare fiducia. È un lavoro lento, quasi artigianale, che mette al centro la relazione e la persona».

Perché questo disagio resta così invisibile?

«Perché abbiamo perso la capacità di accorgerci dell’altro. Eppure ognuno di noi, nel quotidiano, potrebbe fare qualcosa di semplice: fermarsi, scambiare due parole, alzare lo sguardo su chi ha accanto. Io stesso, che faccio questo lavoro, non conosco il mio vicino di casa. Siamo sempre più chiusi, spesso con gli occhi sullo smartphone, e così finiamo per non vedere più chi vive accanto a noi».

Che responsabilità ha la comunità?

«Enorme. E riguarda tutti. Ognuno di noi può fare qualcosa, a partire da gesti semplici: recuperare attenzione, relazione, vicinanza. C’è un paradosso molto forte: mentre celebriamo la Messa la domenica, può accadere che una persona stia morendo da sola nel palazzo di fronte alla chiesa. Celebriamo la comunità, ma non ci accorgiamo di chi soffre accanto a noi. La verità è che ciò che ci salva sono le relazioni. Se ho un problema e ho qualcuno con cui parlarne, riesco a reggere. Se invece non ho nessuno, piano piano si scivola nel baratro. Ed è lì che, in molti casi, può iniziare anche l’accumulo».