Quella della Xylella fastidiosa che ha colpito gli ulivi in Puglia è stata una delle pandemie vegetali più disastrose della storia recente, paragonabile, per proporzioni e virulenza, a quella del Covid-19 che ha bloccato il mondo causando milioni di morti. Nel giro di poco più di un decennio, il batterio – che mai prima d’ora aveva colpito gli ulivi – ha stravolto il paesaggio, l'economia e perfino l'identità di un territorio che negli uliveti aveva trovato per secoli il proprio simbolo più autentico (anche se, a onor del vero, molte campagne erano abbandonate già da prima della pandemia per la morte di chi le coltivava e l’emigrazione che spinge al Nord e all’estero chi quei terreni li eredita, spesso a malincuore).

Intere distese di alberi secolari e millenari si sono trasformate in scheletri silenziosi. Intere campagne sono state abbandonate e, oggi, sono soffocate da rovi, sterpaglie e dai tronchi morti degli ulivi che non di rado, soprattutto d’estate, bruciano in incendi spesso dolosi. Un dolore che non ha riguardato soltanto l'agricoltura.

«Quello della Xylella è stato un problema non solo agricolo ma anche sociale», racconta la sindaca di Specchia, Anna Laura Remigi, in una serata d’inizio estate presso Masseria Abbracciavento, a Tricase, nel basso Salento, «dopo la morte degli ulivi abbiamo vissuto l'abbandono dei terreni. All'inizio abbiamo sottovalutato il fenomeno, era difficile credere che alberi così antichi potessero morire. Ma da questa tragedia oggi nasce una nuova consapevolezza».

Federico Stefani: «Abbiamo trasformato il dolore degli ulivi in una nuova vita»

La video-intervista al fondatore e presidente di VAIA che racconta il progetto "Olive Matter" e la scommessa di ridare un futuro al Salento devastato dalla Xylella

A spiegare le origini del disastro è il professor Donato Boscia, tra i maggiori esperti del fenomeno, già dirigente di ricerca dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante (Ipsp) del CNR di Bari e uno dei primi a individuare la causa del disseccamento degli ulivi. La Xylella, ricorda, «è un batterio già noto in altre parti del mondo e trasmesso da insetti vettori, come la cosiddetta sputacchina. In Salento è arrivata una variante fino ad allora sconosciuta per la sua capacità di colpire gli ulivi». Ma, osserva Boscia, la gravità della crisi è stata amplificata anche dalla forte presenza di una sola coltura: «La causa principale del disastro è stata la quasi monocoltura che caratterizzava il territorio. Quando arriva qualcosa che colpisce quella specie, le conseguenze diventano devastanti e il paesaggio si desertifica».

Eppure, proprio da quella devastazione oggi nasce un segnale di speranza. Ed è significativo che a portarlo siano giovani arrivati da fuori perché, tra i mali del post Xylella nel Salento, bisogna annoverare anche la sfiducia, la disillusione, lo scoraggiamento racchiusi in un numero che, da solo, dice molto: sono circa 3 milioni i nuovi alberi piantati (tutte varietà resistenti a Xylella come Leccino, FS17, Lecciana e Leccio del Corno), che rappresentano solo il 14% circa dei 21 milioni di ulivi compromessi o disseccati dal batterio in tutta la Puglia meridionale.

Alcuni ulivi piantati nella zona del Salento
Alcuni ulivi piantati nella zona del Salento

Alcuni ulivi piantati nella zona del Salento

(Gianluca Colonnese)

La lezione delle Dolomiti e la promessa di VAIA

A raccogliere questo segnale di speranza è stata VAIA, società benefit e B Corp nata sulle Dolomiti dopo la tempesta che nel 2018 abbatté 42 milioni di alberi nelle montagne del Nordest. Un'esperienza che ha insegnato ai suoi fondatori che persino una calamità può diventare occasione di rinascita.

«La tempesta Vaia fu devastante», ricorda Federico Stefani, fondatore e presidente dell'azienda, «da quei milioni di alberi abbattuti non ci siamo fermati. Li abbiamo recuperati, trasformati in oggetti e costruito una filiera locale di artigiani che ha finanziato la riforestazione. In sei anni sono diventati oltre 200mila gli alberi che, insieme alla nostra comunità, abbiamo contribuito a piantare».

L'incontro con il Salento arriva nel 2021 durante un evento a Melpignano. Stefani percorre le campagne devastate dalla Xylella e resta colpito da quello scenario spettrale, quasi distopico: «Camminando tra quei campi distrutti mi sono ripromesso che avremmo fatto qualcosa. Oggi siamo qui per dimostrarlo».

Da quella promessa è nata Olive Matter, un innovativo materiale biobased ottenuto dalle fibre del legno degli ulivi colpiti dalla Xylella. Un progetto che rappresenta un esempio concreto di economia circolare: ciò che fino a ieri era considerato uno scarto destinato all'abbandono o alla combustione per le biomasse viene recuperato, valorizzato e restituito alla comunità sotto forma di nuova materia.

Il talk durante l'evento di presentazione del progetto presso la Masseria Abbracciavento di Tricase. Da sinistra: Federico Stefani, il professore Donato Boscia, la sindaca di Specchia Anna Laura Remigi
Il talk durante l'evento di presentazione del progetto presso la Masseria Abbracciavento di Tricase. Da sinistra: Federico Stefani, il professore Donato Boscia, la sindaca di Specchia Anna Laura Remigi

Il talk durante l'evento di presentazione del progetto presso la Masseria Abbracciavento di Tricase. Da sinistra: Federico Stefani, il professore Donato Boscia, la sindaca di Specchia Anna Laura Remigi

Olive Matter, quando un oggetto quotidiano diventa un gesto di cura

La prima applicazione concreta di questoi materiale è una cover per smartphone prodotta interamente in Italia. Ma il vero valore del progetto non è soltanto nell'oggetto in sé, è nella storia che quell'oggetto rappresenta. «Siamo partiti da una cover perché lo smartphone è l’oggetto che usiamo centinaia di volte al giorno», racconta Stefani, «così speriamo che, toccando la cover, sentendo il suo odore e guardando la texture in cui si vedono ancora i piccoli frammenti di legno, ci si ricordi che facciamo parte del mondo e tutti possiamo fare qualcosa per renderlo migliore».

Una scelta semplice e quotidiana, capace però di creare un legame diretto tra le persone e un territorio ferito. Il legno di ulivo, invece di essere abbandonato o bruciato, torna così a vivere in una nuova forma e diventa un piccolo strumento di rigenerazione.

Il materiale, sviluppato con il supporto dell'Università di Trento, dei ricercatori del CNR di Bari e dell'Università del Salento, grazie a una filiera produttiva interamente italiana, è composto per il 77 per cento da legno di ulivo e per la restante parte da polimeri di origine vegetale. Leggero, resistente e completamente riciclabile, conserva le venature naturali del legno e, anche attraverso l’olfatto, restituisce l’identità autentica dell’ulivo pugliese. Disponibile per sette dei modelli più recenti di smartphone, la cover racchiude nei suoi dettagli il racconto del paesaggio salentino. Sul retro sono incise le coordinate geografiche della foresta che nascerà a Specchia grazie al progetto, quasi una sorta di "indirizzo della rinascita". Ogni modello presenta inoltre un rilievo differente, ottenuto dalla texture della corteccia di un vero ulivo pugliese utilizzato nella lavorazione. «Così cerchiamo di creare un senso di appartenenza a questo territorio devastato e ora rigenerato», spiega Stefani, «anche i colori richiamano il paesaggio pugliese, attraverso il verde oliva, il marrone della terra, l’azzurro del mare e il beige della sabbia».

Ogni cover acquistata contribuisce infatti alla nascita della prima “Foresta della rinascita” in Puglia: un metro quadrato di macchia mediterranea verrà rigenerato nel territorio di Specchia. È il cuore del modello VAIA: trasformare un gesto di consumo in un gesto di cura, dimostrando che anche un piccolo oggetto può diventare parte di una storia più grande.

Il fondatore e presidente di VAIA Federico Stefani
Il fondatore e presidente di VAIA Federico Stefani

Il fondatore e presidente di VAIA Federico Stefani

(Gianluca Colonnese)

La “Foresta della rinascita”

La riforestazione seguirà criteri scientifici precisi. Come spiega Boscia, non si tratta semplicemente di piantare alberi, ma di ricostruire un ecosistema resiliente e adatto alle sfide climatiche del futuro: «Abbiamo concordato con VAIA di concentrare sui terreni pubblici la quota di riforestazione, cercando di ricreare il più possibile la macchia mediterranea tipica della zona», spiega, «sono state selezionate diverse specie arboree e arbustive, comprese alcune varietà di quercia e il leccio, capaci di adattarsi alle alte temperature e alla scarsità d'acqua».

«Il modello rigenerativo di VAIA passa dal recupero e dalla valorizzazione della materia prima attraverso filiere locali», sottolinea Stefani durante la serata che ha lanciato il nuovo prodotto e svelato il progetto, «abbiamo scelto che ogni prodotto venduto diventi un metro quadrato di macchia mediterranea». È qui che entra in gioco Specchia. Il Comune ha messo a disposizione un'area di circa due ettari destinata a diventare la prima "Foresta della Rinascita" del Salento. Un nuovo bosco che sorgerà dove la Xylella ha lasciato il segno.

«Quando Federico mi ha parlato di questa idea l’ho ascoltato con grande attenzione», racconta la sindaca Remigi, «il comune di Specchia possiede circa 200 ettari di terreno nell'area di Cardigliano, alcuni già riforestati e altri boschivi. C'era già una sensibilità verso questi temi e abbiamo deciso di crederci». VAIA gestirà gli arbusti piantati per almeno i primi tre anni di vita, accompagnando le piante fino al loro “svezzamento” e prevedendo anche le opere necessarie a portare l’acqua dei pozzi sotterranei fino alla superficie, dove servirà per l’irrigazione.

Il progetto assume così un significato che va oltre la dimensione ambientale. Parla di una comunità che prova a rialzarsi, di un territorio che non si arrende e di giovani che scelgono di investire nel Sud sempre più colpito dallo spopolamento e dall’emigrazione.

«Questa non deve essere soltanto un'occasione», sottolinea Stefani, «deve diventare un modello».

Un modello che unisce ricerca scientifica, impresa, istituzioni e cittadini. Un modello in cui il legno degli alberi morti torna a generare vita. E in cui una cover per smartphone può diventare il simbolo concreto di una rinascita collettiva.

Perché la sfida di VAIA nel Salento non è soltanto recuperare ciò che è andato perduto. È immaginare un futuro diverso. Più diversificato, più sostenibile e più capace di custodire il creato. Scusate se è poco.